La minaccia della nuova inflazione


Sarebbe ora di prevedere meccanismi per evitare che un eventuale aumento dell’inflazione torni a far scattare, grazie al fiscal drag, un prelievo aggiuntivo e ingiustificato del fisco su tutti i redditi e in particolare su salari e pensioni, che già danno tramite l’Irpef il più alto contributo ai conti pubblici

Roberto Seghetti

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Il premio Open 2026 per Appunti

Domenica 20 settembre ho avuto il piacere di essere ospite a Parma del festival di Open, dove il fondatore Enrico Mentana mi ha consegnato il premio Open 2026. Lo scorso anno era andato a Cecilia Sala.

E’ un riconoscimento al lavoro di Appunti, dunque da condividere con i tantissimi che hanno scritto qui in questi tre anni e agli ormai 34.000 iscritti che leggono e partecipano al progetto.

Grazie poi anche agli abbonati e alle abbonate che rendono possibile tutto questo.

Tre anni dopo una brusca svolta nel mio percorso professionale, questo premio e l’attenzione che Appunti riceve mi rendono grato al destino che mi ha spinto in questa direzione.

Grazie a Enrico Mentana, al direttore Franco Bechis, alla amminstratrice delegata Alice Mentana, a tutta la squadra di Open e anche al pubblico di Parma per avermi regalato questa bella giornata. Sul sito di Open trovate anche un estratto della chiacchierata tra me e Mentana.

Stefano Feltri

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L’ultimo dato Istat ci dice che ad agosto i prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale sono cresciuti, al netto dei valori relativi ai tabacchi, del 3,3 per cento su base annua, rispetto al 2,9 di luglio.

Questo dato ci mostra una media generale su tutti i tipi di consumo. Lo stesso istituto di statistica indica però come l’accelerazione del carovita sia stata ben più veloce se misurata sulla spesa di base.

Se si guarda infatti al solo comparto dei beni ad alta frequenza di acquisto, che include, oltre ai generi alimentari, le bevande alcoliche e analcoliche, i tabacchi, le spese per l’affitto, i beni non durevoli per la casa, i servizi per la pulizia e manutenzione della casa, i carburanti, i trasporti urbani, i giornali e i periodici, i servizi di ristorazione e le spese di assistenza, il carovita è cresciuto rispetto ad un anno fa del 4,3 per cento, contro il 3,4 registrato a luglio.

Il panorama appare ancora più inquietante se allarghiamo lo sguardo ai prezzi alla produzione industriale, ai prezzi alla produzione di servizi, ai prezzi all’ingrosso dei generi alimentari, cioè alla tendenza che ancora si deve riversare sui prezzi finali dei beni e dei servizi per i consumatori.

Tanto per dire, sempre secondo l’Istat, a luglio i prezzi alla produzione sono cresciuti del 7,8 per cento su base annua (2,4 per cento su base mensile).

Nel secondo trimestre i prezzi alla produzione dei servizi sono cresciuti del 4,3 per cento su base annua (era il 2,7 nel primo trimestre).

E solo nel comparto agroalimentare (indice Bmti) i prezzi all’ingrosso dei prodotti freschi avrebbero subito una battuta d’arresto in luglio, che come è evidente a chiunque frequenti il mercato non è mai arrivata a mitigare la spesa per i consumatori finali.

Domanda: dobbiamo preoccuparci? Beh, sì, per diversi motivi. Il primo è che non si vede la fine del disastro che sta spingendo i prezzi al rialzo ovunque nel mondo. I dati ufficiali ci dicono che il tasso di inflazione nell’area euro è aumentato al 3,30 per cento ad agosto rispetto al 2,9 percento di luglio del 2026.

La variazione dei prezzi negli Stati Uniti si è attestata intorno al 3,4 per cento in agosto: “Troppe categorie di beni continuano a registrare aumenti superiori al 3 per cento sia su base semestrale che su base annua” ha detto il presidente della Federal Reserve Usa, la banca centrale degli Stati Uniti, Kevin Warsh.

Non a caso, la Federal Reserve ha deciso di aumentare i tassi di interesse dal range 3,50/3,75 al range 3,75/4,00, pur sapendo di appesantire con questa scelta il peso degli interessi sull’enorme debito pubblico americano (ben oltre mille miliardi di dollari di interessi l’anno su un debito di oltre 40 mila miliardi di dollari) e pur avendo piena contezza di andare contro le indicazioni del presidente Donald Trump, che aveva nominato Kevin Warsh nella speranza che la Fed abbassasse i tassi di interesse. Non solo. Tutto lascia prevedere che non sarà l’ultima revisione al rialzo per il 2026.

La stessa mossa ha fatto la Banca centrale europea, aumentando i tassi di interessi di 0,25 punti percentuali, portandoli al 2,50 per cento. E anche in questo caso tutto lascia prevedere che un ulteriore rialzo vi sarà prima della fine dell’anno.

Anche in Giappone la banca centrale ha alzato i tassi di riferimento all’1,25 per cento, il livello più alto dal 1995.

Le banche centrali, insomma, si stanno preparando e hanno segnalato a tutti che non lasceranno crescere troppo l’inflazione.

Basterà? È uno sbarramento, certo. Ma è chiaro a tutti che se non si mette fine alle guerre che infiammano i confini orientali dell’Europa e l’intera area del Golfo il relativo problema di oggi rischia di diventare un incubo.

Basti ricordare che cosa è già accaduto dopo la ripresa post pandemia e, soprattutto, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Lo shock energetico ha prodotto un’inflazione galoppante. L’aumento fu pari all’8,2 per cento nel 2022 ed al 5,6 per cento nel 2023.

La conseguenza non fu solo un aumento della spesa per vivere, e quindi una perdita secca del potere di acquisto soprattutto dei cittadini a reddito fisso, ma anche un maggior esborso in termini di imposte dovuto al silenzioso ma sostanzioso lavorìo del fiscal drag.

Secondo i calcoli di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, il maggior incasso per lo Stato fu tra il 2022 e il 2024 pari a 25 miliardi di euro. Altri economisti hanno contestato questo calcolo, preso a riferimento anche dalla Cgil, ma resta il dato di fondo di un esborso aggiuntivo solo in parte compensato dagli sgravi poi approvati dal governo.

Da allora è cambiato qualcosa? Guardiamo la realtà. La Russia non ha smesso di attaccare l’Ucraina, l’Ucraina non ha smesso di difendersi. Questa guerra, che ha già superato il quarto anno ed ha provocato un terremoto negli approvvigionamenti energetici, dei cereali, dei fertilizzanti, riserva continue sorprese.

Ancora oggi, tutti e due i contendenti hanno armi potenti puntate sulle infrastrutture energetiche del nemico con un effetto esponenziale sui rischi che riguardano, ancora una volta, la produzione e l’esportazione di petrolio e gas, oltre che di cereali e fertilizzanti.

Donald Trump ha invitato il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskyy, a non bombardare le stazioni di pompaggio del petrolio e gli scali marittimi dai quali partono le navi container con il greggio russo, anche se si sa con certezza che buona parte del petrolio russo arriva a destinazione violando l’embargo deciso dopo l’invasione dell’Ucraina da diversi paesi, compresi Usa e Ue.

A questa crisi se ne sono aggiunte altre, a cominciare dalla guerra che ha coinvolto Usa, Iran, Israele.

L’impasse per il traffico negli stretti di Hormuz e di Bab el Mandeb e per gli approvvigionamenti di petrolio, gas, fertilizzanti e altre merci è diventato un ulteriore focolaio di rincari: ciò che era venuto meno dopo il 2022 dalla Russia era stato in parte sostituito dalle maggiori forniture dei paesi del Golfo.

La guerra con l’Iran sta riducendo di molto anche questa possibilità, ma soprattutto sta provocando una generale spinta ai rincari di tutte le merci che si muovono per il mondo: costa di più il trasporto su nave, su aereo, su gomma per via dei carburanti; costano di più le assicurazioni per i trasporti via mare che devono attraversare zone pericolose (Golfo Persico, Mar Rosso, Mar Nero); costano di più, di conseguenza, i costi delle navi container. Secondo il World Container Index, al 10 settembre erano cresciuti del 119 per cento rispetto a un anno prima.

Le ripercussioni economiche della guerra sono evidenti e non riguardano solo i diretti duellanti, ma tutta l’area, caratterizzata oggi anche dalla drammatica e perdurante guerra di Israele: sembra diventata una notizia di routine la morte di bambini e di decine e centinaia di persone ogni giorno a Gaza o in Libano, ad opera dell’esercito israeliano, la cui risposta all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 ha ormai assunto i connotati di una pulizia etnica.

Sembra diventata una notizia da colonnino in fondo alla pagina la violenza dei coloni israeliani contro gli insediamenti palestinesi in Cisgiordania.

Oltre all’orrore per queste guerre, per i morti, le distruzioni, l’arretramento della civiltà, dovremo subire anche gli effetti di un ritorno di fiamma dell’inflazione?

Le previsioni per ora indicano sì un riallineamento dei prezzi, ma non particolarmente elevato.

Ma sono solo previsioni e, come sempre, sono fallibili, pur essendo state stilate da super esperti. In secondo luogo, c’è da considerare che nessuno è in grado di dire con certezza oggi: se e quando finiranno le guerre tra Russia e Ucraina; se e quando finirà la guerra che vede Usa e Israele contro l’Iran e i suoi alleati, un conflitto che ormai coinvolge l’intera area; come influiranno sui conflitti i risultati delle prossime elezioni di Midterm negli Usa; soprattutto, su quali basi eventualmente si arriverà al cessate il fuoco sui diversi fronti.

In conclusione, possiamo anche far finta di non vederlo, per non suscitare reazioni che accrescerebbero il problema, ma il pericolo esiste e va considerato.

Gli interventi delle banche centrali ci dicono che non possiamo basarci solo sulle speranze che si aggrappano al dato dell’inflazione di fondo (cioè al netto dei prezzi relativi all’energia ed ai prodotti alimentari freschi).

Per questo in Italia sarebbe ragionevole correre per tempo ai ripari, almeno su due versanti.

Da un lato sarebbe il caso di prevedere meccanismi di più veloce adeguamento delle retribuzioni (e delle pensioni) nel caso di fiammate d’inflazione.

Quando le trattative per i rinnovi contrattuali vengono protratte a lungo, la perdita di potere di acquisto diventa notevole e di solito qualsiasi incremento successivo non basta a colmare le perdite. Qualcosina è stato fatto. Ma non basta.

Dall’altro lato, sarebbe ora di prevedere meccanismi per evitare che un eventuale aumento dell’inflazione torni a far scattare, grazie al fiscal drag, un prelievo aggiuntivo e ingiustificato del fisco su tutti i redditi e in particolare su salari e pensioni, che già danno tramite l’Irpef il più alto contributo ai conti pubblici.

Riusciranno i partiti che sostengono il governo a pensarci, anche se questo tipo di interventi è tanto consistente quanto poco appariscente elettoralmente, se paragonato alla sospensione per un anno del bollo auto fino ai veicoli con 80 kW?

Riusciranno i partiti dell’opposizione a mettersi d’accordo per proporre iniziative adeguate?

Domenica 20 settembre ho avuto il piacere di essere ospite a Parma del festival di Open, dove il fondatore Enrico Mentana mi ha consegnato il premio Open. Lo scorso anno era andato a Cecilia Sala.

E’ un riconoscimento al lavoro di Appunti, dunque da condividere con i tantissimi che hanno scritto qui in questi tre anni e agli ormai 34.000 iscritti che leggono e partecipano al progetto.

Grazie poi anche agli abbonati e alle abbonate che rendono possibile tutto questo.

Tre anni dopo una brusca svolta nel mio percorso professionale, questo premio e l’attenzione che Appunti riceve mi rendono grato al destino che mi ha spinto in questa direzione.

Grazie poi a Enrico Mentana, al direttore Franco Bechis, alla amminstratrice delegata Alice Mentana, a tutta la squadra di Open e anche al pubblico di Parma per avermi regalato questa bella giornata. Sul sito di Open trovate anche un estratto della chiacchierata tra me e Mentana.

Come l’Europa può costruire alleanze e difendere i propri interessi quando le regole non reggono più

SDA Bocconi School of Management, Roma
6 ottobre 2026, ore 11:30–12:30

L’evento si svolgerà in inglese.

Registrati qui

Che cosa succede quando le potenze non concordano più sulle regole, né su come dovrebbe essere l’ordine internazionale? Nel suo nuovo libro, Surviving Chaos: Geopolitics When the Rules Fail, Mark Leonard definisce questa condizione «non-ordine». Distingue tra gli «architetti», che cercano di costruire un sistema stabile, e gli «artigiani», che si adattano al mutare delle circostanze.

Nella sua lettura, la Cina ha adottato l’approccio degli artigiani, mentre l’Europa rimane legata alle certezze degli architetti.

L’Europa può sviluppare una propria idea di potere in un’epoca di caos? Mark Leonard e Nathalie Tocci discuteranno di che cosa gli europei possano imparare da concezioni concorrenti del potere, di come orientarsi tra alleanze mutevoli e interdipendenze economiche e di quali principi debbano guidare le loro scelte. L’Unione europea può diventare più adattabile preservando le regole e gli impegni da cui dipende la sua influenza?

La discussione affronterà anche CORE, il Compact for Open and Resilient Economies, una proposta per rafforzare la cooperazione tra economie che condividono principi e obiettivi, presentata in un policy brief di IEP Bocconi firmato da Nathalie Tocci e Daniel Gros.

Intervengono

Mark Leonard
Cofondatore e direttore dello European Council on Foreign Relations (ECFR); autore di Surviving Chaos: Geopolitics When the Rules Fail.

Nathalie Tocci
Senior Fellow di IEP Bocconi; coautrice, con Daniel Gros, del policy brief Europe as Central Power, che presenta la proposta CORE.

Modera

Stefano Feltri

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