Fine vita, Cappato si autodenuncia a Trieste: “Chiediamo giustizia”


4 giugno 2026 – ore 16:30 – Si sono autodenunciati oggi, presso la Questura di Trieste, Matteo D’Angelo e Antonella Lauvergnac, i due attivisti dell’Associazione Soccorso Civile che hanno accompagnato Lucia, 80enne triestina, in Svizzera, insieme a Marco Cappato, che in qualità di Presidente e Responsabile legale dell’Associazione, ha contribuito a organizzare il viaggio. Lucia, affetta da una patologia neurodegenerativa, è morta ieri in Svizzera, dove è stata costretta ad andare per avere accesso al “suicidio medicalmente assistito”, nonostante fosse nelle condizioni per poterlo ottenere in Italia. Lucia infatti aveva ricevuto un diniego da parte della ASUGI, secondo la quale non sarebbe stata dipendente da trattamenti di sostegno vitale, nonostante la documentazione medica attestasse il contrario. In particolare, era totalmente dipendente, nella propria quotidianità, dall’intervento e dal sostegno di soggetti terzi “nelle elementari attività del daily living” (come anche riconosciuto dalla stessa Commissione). Proprio tale condizione, nel 2023, aveva portato i medici dell’azienda sanitaria a fornire aiuto alla morte volontaria alla triestina Cristina Calandra (inizialmente conosciuta come “Anna”), in forza del fatto che va considerato “trattamento di sostegno vitale” anche quello fornito da familiari e caregiver, come stabilito dalla Corte costituzionale. La signora Lucia assumeva anche una copiosa terapia farmacologica già di per sé sufficiente per ritenere soddisfatto il requisito di dipendenza da trattamenti di sostegno vitale così come identificato dalla Consulta e dalla giurisprudenza di merito. Inoltre la Commissione ometteva la necessità di clisteri, necessari a Lucia per poter evacuare. Per Lucia, la dipendenza da altri anche per una funzione corporea così essenziale costituivano una fonte di sofferenza profonda, fisica e psicologica oltre a completare giuridicamente l’interpretazione dell’esistenza di tutti i requisiti della sentenza Cappato.

Il messaggio del figlio Paolo: “Mi dispiace non essere presente alla conferenza di oggi. Purtroppo siamo rientrati questa notte dopo aver salutato per l’ultima volta mamma così da riuscire oggi ad essere di conforto a mio padre che è solo nel suo dolore. Questo dopo aver raggiunto mia madre in Svizzera lo scorso lunedì con due persone per l’assistenza a lei necessaria ed esserle stato vicino in questi ultimi tre giorni necessari e obbligatori per le autorità elvetiche per poter procedere con il fine vita autonomo, cercando con grande difficoltà di supportarla, distanti dalla sicurezza di casa sua e da mio padre e suo marito che non poteva partecipare al suo ultimo viaggio per età e salute. Ringrazio di cuore tutte le persone che hanno supportato e aiutato mia madre a liberarsi dei dolori e della sofferenza continua che la accompagnavano oramai da più di un anno. Non nascondo che fino all’ultimo ho sperato egoisticamente che ritornasse con noi in Italia, insieme ai sanitari di supporto. Più volte scherzosamente le abbiamo chiesto di abbandonare questa scelta, ma lei era risoluta, credo a causa di un’infinita sofferenza che l’ha portata a morire nelle mie braccia dopo una difficilissima ultima videochiamata con mio padre: questa notte sono ritornato dopo 12 ore di guida solo per potergli stare vicino. Ringrazio Marco Cappato e tutti i membri dell’Associazione per il supporto e l’aiuto dato per intraprendere la strada voluta da mia madre, prima in Italia e poi purtroppo in Svizzera. Ringrazio Matteo e Antonella a cui ho affidato mamma per una parte di questo dolorosissimo ultimo suo viaggio confidando che questa nostra testimonianza possa fare riflettere, cambiare i punti di vista e aiutare chi soffre nel più scuro silenzio”.

“La Regione Friuli-Venezia Giulia, presieduta da Massimiliano Fedriga, ha di nuovo, dopo Martina Oppelli, negato l’aiuto medico alla morte volontaria a una persona – Lucia – che avrebbe invece avuto diritto ad essere aiutata a morire a casa propria, perché non avrebbe potuto sopravvivere se avesse interrotto i trattamenti sanitari e assistenziali. Oggi ci autodenunciamo per chiedere che sia fatta giustizia, per impedire che in Regione Friuli-Venezia Giulia le regole decise dalla Corte costituzionale continuino a essere violate, con comportamenti evidentemente allineati alla contrarietà all’”aiuto al suicidio” espressa dai vertici politici della Regione, e in contrasto con le decisioni prese dalla Commissione (prima che ne fosse cambiata la composizione!) della stessa azienda sanitaria nel caso di Cristina Calandra. La Procura della Repubblica di Trieste è tenuta, in base all’obbligatorietà dell’azione penale, ad accertare le responsabilità della morte sia di Martina Oppelli che di Lucia: o siamo colpevoli noi che le abbiamo aiutate ad andare in Svizzera, oppure chi le ha negato l’aiuto in Italia è responsabile di averle costrette a sottoporsi alla ulteriore tortura di un viaggio di centinaia di chilometri in condizioni di sofferenza insopportabile”, ha dichiarato Marco Cappato, Presidente e Responsabile legale dell’Associazione Soccorso Civile.

Lucia è la decima persona in Italia ad essere stata accompagnata in Svizzera tramite un’azione di disobbedienza civile, dal 2019, ovvero dalla sentenza della Corte costituzionale sul caso “Cappato-Dj Fabo”, che ha legalizzato il suicidio assistito in Italia a determinate condizioni. Antonella Lauvergnac: “Dopo il caso di Martina Oppelli, ho deciso di unirmi a Soccorso Civile perché ritengo sia una atrocità ciò che le persone sono costrette a subire e, per questo, ritengo che la disobbedienza civile, rischiando la mia libertà, sia necessaria affinché siano pienamente applicati i diritti riconosciuti dalla Corte costituzionale nel fine vita”. Matteo D’Angelo: “Mentre la politica fa melina per interessi di parte, le persone continuano a soffrire (e a volte a morire) in attesa di vedere pienamente riconosciuto il diritto ad autodeterminarsi, tra atroci sofferenze fisiche o psicologiche. Per questo disobbediamo, mettendo a rischio la nostra libertà personale, con viaggi estenuanti soprattutto per le persone malate: per consentire alle persone non di morire, ma di vivere fino alla fine con dignità, nella piena libertà di decidere liberamente come e quando porre fine alle proprie sofferenze”.

“Dopo Martina Oppelli, un’altra donna triestina è stata costretta ad andare a morire in Svizzera. Lucia aveva chiesto di poter accedere all’aiuto medico alla morte volontaria in Italia. Ne aveva pieno diritto, ma dopo il primo diniego non ha ricevuto una risposta in tempi compatibili con il progressivo aggravarsi della sua condizione. Chiediamo che la magistratura accerti verità e responsabilità su quanto accaduto. Le sentenze della Corte costituzionale hanno chiarito che il trattamento di sostegno vitale non può essere interpretato in modo restrittivo, discriminatorio. Invece, è stato lo stesso Stato italiano a negare l’accesso a diritti fondamentali e a costringere persone malate a scegliere tra sofferenze che ritengono intollerabili e la morte lontano dal proprio Paese. È quanto accaduto a Lucia, e che non deve più accadere”, dichiara Filomena Gallo, avvocata e Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni.

Comunicato stampa publicato da Trieste News a cura di Francesco Ferrari 




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 Francesco Ferrari

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