Marco Cardinali, lo sguardo della Quintana: tra memoria, pista e verità


Intervista di GILBERTO SCALABRINI

FOLIGNO, 4 giugno 2026 – La cronaca passa, lascia tracce rapide, a volte appena percettibili. Poi arriva uno scatto e tutto si ferma: i volti, i dettagli, perfino i silenzi. È lì che la fotografia diventa racconto. Ed è lì che si colloca il lavoro di Marco Cardinali, fotoreporter.

Dietro il suo obiettivo c’è un’eredità precisa, fatta di polvere di redazioni, notti in corsa e verità da fermare in uno scatto. È quella lasciata dal padre, Diaz, storico fotoreporter de Il Messaggero, e, per il sottoscritto, compagno di viaggio leale e instancabile in tante pagine difficili della cronaca umbra.

Con lui, tra tragedie e storie di provincia, ho imparato prima di tutto a guardare. E poi a capire.

«Una foto vale più delle tue mille parole scritte», mi diceva spesso, con un mezzo sorriso che sapeva di lezione per un giovane cronista: un ritornello che non ho mai dimenticato in questi anni di professione. Marco quei rudimenti li ha assorbiti presto, sul campo, respirando l’urgenza delle notizie e il rispetto per chi finisce dentro l’inquadratura. Oggi, da fotoreporter del Corriere dell’Umbria, Marco continua a muoversi su quella linea sottile tra racconto e realtà, dove ogni immagine può diventare memoria. E verità.

Lo incontriamo nel suo studio alle Scale di Porta Romana. Fuori, Foligno scorre lenta; dentro, la Quintana continua a battere come un tamburo.

La sua Quintana, quella dove ha messo anima e cuore. Quando nasce questo legame così forte con la Giostra?

Da ragazzo. È una passione che non mi ha mai lasciato. Mia madre, Maria Letizia Pagliuca,  era consigliera del Rione Morlupo, io ho fatto tutta la trafila fino a diventare Priore dal 1983  al 2000  e poi, dal 2000 al 2015, sono entrato tra i magistrati dell’Ente, ricoprendo il ruolo di presidente della Commissione tecnica. In quegli anni il Campo de li Giochi è cambiato profondamente.  Non per caso, ma per scelte precise.

Chi mi ha preceduto – Crescimbeni, Emanuele, Bettoni e i  Rossi – ha garantito manutenzione e stabilità.

Io ho raccolto quel lavoro grazie alla fiducia del presidente Domenico Metelli, puntando tutto su sicurezza e qualità. I risultati si sono visti subito: riconoscimenti anche a livello nazionale; con la velocità del purosangue, la pista sempre più affidabile, finalmente stabile: lì la Quintana ha fatto un salto vero.

L’otto di gara non perdona, e per anni è stato all’altezza con un equilibrio assoluto.

Qual è stata la svolta tecnica più significativa?

La parabolica. Senza quella, oggi parleremmo di un’altra Quintana. Con la riqualificazione del tracciato abbiamo dato al cavallo una traiettoria naturale, più fluida. Poi le regole: protezioni, antidoping, commissione veterinaria, tutto a tiutela della salute dell’animale. Non erano optional, erano passaggi obbligati che qualcuno prima aveva rimandato troppo a lungo. Per quindici anni zero incidenti: non è un caso. È la dimostrazione che quando si decide davvero, i risultati arrivano.

E oggi? La pista è ancora all’altezza?

Sì, ma non basta dire “va bene”. Dopo il 2017 è stata ulteriormente migliorata sul piano della sicurezza. Il drenaggio è buono, ma il lavoro non è finito. E fermarsi qui sarebbe un errore.

Il sistema drenante riguarda solo il percorso di gara?

Sì, ed è sufficiente. Ma serve fare un passo in più: un sistema integrato di irrigazione e raccolta delle acque, perchè il cavallo atleta ha bisogno di uniformità.

Era un progetto che avevo condiviso con Metelli e con i vertici rionali: superare il manto erboso, non più compatibile con la pista attuale, specialmente in condizione meteorologiche avverse,  e restituire lo stadio alla città anche per altre iniziative sportive e culturali, senza pregiudicare le condizioni tecniche del percorso di gara.

Oggi il teatro dela giostra è sottoutilizzato, e questo è un dato inconfuntabile. Dieci prove e due giostre non giustificano una struttura del genere. Così la Quintana si chiude su sé stessa. E quando si chiude, perde. Bisogna avere il coraggio di aprire il Campo de li Giochi alla città e ad altri eventi. Bisogna riavvicinare anche chi non è appassionato di Quintana. Altrimenti resta una cattedrale a intermittenza. Sono stati fatti interventi importanti, ma non basta rifare due tribune per dire che tutto funziona.

Ci sono ancora visuali penalizzanti, spazi non all’altezza, come le tribunette campo e le gradinate, quest’ultime occupate dai popolani che recriminano più spazio e sicurezza.  Nelle tribunette campo, quando lo spettatore  non vede bene, non torna più. È semplice. E poi i conti: non si può continuare a reggere tutto sulle taverne. Serve una visione economica diversa. O si cambia passo, o si resta fermi.

Nove cavalieri su dieci sono “stranieri”: è un limite?

È un dispiacere ma anche un segnale. E non è positivo. Va bene il confronto, va bene lo spettacolo, ma qui si è perso qualcosa: la capacità di formare cavalieri in casa. L’abbandono del campo prove  è stato un errore. Da lì si è rotto un equilibrio.  I Rioni si sono ritrovati più isolati, è venuta meno l’aggregazione e anche la crescita tecnica.

È rimasto nel cassetto il progetto di un centro ippico unico: avrebbe abbattuto i costi, creato lavoro e rafforzato il sistema. Sul centro ippico unico tutti d’accordo … a parole, perchè il progetto è rimasto nel cassetto. E invece sarebbe stato un investimento vero: meno costi per tutti, più lavoro, più qualità.

Da fotoreporter, oggi, cosa provi quando senti i cavalli scalpitare sulla pista?

La nostalgia c’è. Ogni volta. È un richiamo che non si spegne. Uscire dal Comitato centrale è stata una scelta mia, avevo bisogno di fermarmi. Ma resta il segno di un lavoro lungo, iniziato nel 2000 e interrotto, non per mia volontà, nel 2015.

Tutto è successo quando i Priori decisero di modificare un piano che io non accettai e sportivamente rispettai le loro volontà. Oggi, lavorando per una testata giornalistica, cerco di raccontare la Quintana con distacco, per rispetto del mio ruolo. Ma non è facile. Per niente.

Domenico Metelli festeggia 25 anni alla guida dell’Ente. Il tuo augurio?

Di continuare, ma con coraggio. Per il bene della città e della Quintana. Nel 2027 ci saranno le lezioni per il rinnovo dei vertici del Comitati centrale. Da quello che uscirà dalle urne conterà molto la squadra che affiancherà il Presdente nella gestione futura del’Ente. Servirà visione. E soprattutto capacità di rinnovarsi.

La nostra conversazione si chiude così, senza forzature, lasciando nell’aria il senso pieno di un confronto autentico. Non una semplice intervista, ma uno scambio vivo, capace di restituire visioni, criticità e prospettive per il futuro della Quintana. Per Marco Cardinali, del resto, la Giostra non è mai stata soltanto una corsa.

È disciplina, sguardo, responsabilità. Oggi la attraversa da una distanza nuova, quella dell’obiettivo fotografico, che impone misura e lucidità.  Eppure quella distanza è solo apparente.

Perché basta il ritmo secco degli zoccoli sulla pista, il respiro trattenuto del Campo de li Giochi, per capire che certi legami non si sciolgono. Si trasformano. Ma restano, profondi, ostinati, irriducibili al tempo. Marco, in fondo, non se n’è mai davvero andato. E forse è proprio qui che si misura il suo essere quintanaro.

Non nei ruoli ricoperti, nelle cariche attraversate, nei quindici anni spesi a disegnare e proteggere la pista. Ma in quella fedeltà silenziosa che non ha bisogno di palchi né di proclami.

Marco Cardinali resta dentro la Quintana come ci restano le cose vere: senza chiedere spazio, ma continuando a dare forma. Oggi lo fa con l’obiettivo, ieri lo faceva con le decisioni. Cambia lo strumento, non cambia la sostanza.

Perché essere quintanaro, per lui, non è mai stato un titolo. È un modo di stare. Di guardare. Di scegliere. E allora sì, Marco non se n’è mai davvero andato. Ha solo cambiato posizione lungo il campo. Ma è ancora lì, dove la Quintana chiede presenza, responsabilità e cuore.

(Tratto dalla rivista ECO speciale Quintana)

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 Gilberto Scalabrini

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