“Toujours en flèche”, sempre avanti: così era Edgar Morin. Edgar David Nahoum in realtà diventa Morin dopo la Liberazione, quando decide di unire il suo nom de guerre da partigiano al cognome di famiglia. «Questa scelta sancisce pubblicamente quell’unione di esistenza personale e collettiva che è da allora è sempre stata la cifra inconfondibile della sua vita. La sua vita e la sua opera fanno una sola cosa, trasformandosi a vicenda, concorrendo alle trasformazioni del presente e facendosene trasformare», scriveva Sergio Manghi in occasione dei suoi 100 anni.
Con Manghi – già Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Parma, attualmente docente di Sociologia della comunicazione ed ecologia delle idee, uno dei principali curatori, studiosi e divulgatori del pensiero di Morin in Italia, autore di Il soggetto ecologico di Edgar Morin. Verso una società-mondo (Erickson, 2009) e soprattutto suo amico e discepolo – entriamo negli aspetti più sociologici e politici del pensiero e dell’eredità di Morin.
Un concetto cruciale sul quale insiste ripetutamente Edgar Morin è la necessità di “scommettere sull’improbabile”. Nel suo saluto al maestro e all’amico scomparso anche lei lo ha usato, definendo Morin “partigiano d’ogni improbabile resistenza”. Che significa? Che conseguenze ha?
“Scommettere sull’improbabile” è un’espressione che Morin trae dalle sue riflessioni sul filosofo Blaise Pascal. In Morin si riferisce alla fede nelle possibilità dell’azione generativa e solidale, da coltivare anche, e anzi soprattutto, quando queste ci appaiono improbabili o impossibili. Cioè quando le probabilità – com’è più che evidente in questo nostro drammatico inizio di secolo e di millennio – stanno dal lato delle barbarie crescenti e delle “crudeltà del mondo”. Una fede non cieca, beninteso, ma basata sulla constatazione che nella storia, a ben vedere, l’improbabile si è spesso avverato, contro ogni previsione. Spesso avverato nel male, ma non di rado anche nel bene. Come fu nel caso, fra altri che sempre ricorda Morin, della sconfitta del nazismo, con il successivo fiorire delle nostre pur incompiute democrazie. Una sconfitta avvenuta nel pieno della poderosa avanzata hitleriana e della fascistizzazione dell’intero continente europeo…

Nel suo essere “toujours en flèche”, sempre avanti, Morin aveva chiara l’idea che siamo dentro una “comunità di destino”. La cosa nel Covid ha avuto la sua plastica ma passeggera evidenza, ma ce ne siamo già scordati. Eppure questo resta il perimetro del tempo attuale. Qual è esattamente il concetto di “comunità di destino terrestre” di Morin e qual è la sfida?
La vera sfida del nostro tempo, per Morin, è appunto questa: la necessaria presa di coscienza della radicale e vertiginosa novità della comunità di destino terrestre, sorta con la rivoluzione digitale, in pochi decenni. Un battito di ciglia, rispetto all’intera storia della specie umana. Per decine di migliaia di anni ci siamo vissuti, quasi fosse un dato fosse naturale, come parte di aggregazioni sociali separate le une dalle altre: clan, tribù, società antiche e tradizionali, stati nazione moderni. E oggi ci troviamo improvvisamente a vivere attimo per attimo come parte di una società-mondo unificata e sempre più freneticamente interconnessa. Senza la coscienza, questo è il punto, di ciò che tale spaesante mutazione antropologica, tale destino comune di respiro terrestre, porta nelle nostre esistenze e coesistenze quotidiane. Il termine destino, ovviamente, non va inteso qui come come equivalente di un futuro già scritto nei suoi esiti, ma come marca esistenziale e politica di una appartenenza ecologica e sociale che siamo chiamati, che lo vogliamo o no, nel bene come nel male, a saper riconoscere, accogliere e per quanto ci è possibile trasformare, in una prospettiva solidale. Certo il calcolo delle probabilità sta giocando di gran lunga, lo sappiamo bene, a favore di violenze e diseguaglianze scandalose. Ma l’improbabile non cessa tuttavia di riproporre senza posa possibilità inattese, piccole e grandi, alle quali occorre rendersi attenti e sensibili, attraverso nuove forme di pensiero, d’azione e di relazione. Quelle forme che Morin da oltre mezzo secolo designa attraverso la parola chiave complessità.
L’improbabile non cessa di riproporre senza posa possibilità inattese, piccole e grandi, alle quali occorre rendersi attenti e sensibili, attraverso nuove forme di pensiero, d’azione e di relazione.
Nel 2019 Morin ha pubblicato una riflessione sulla fraternità, dal titolo La fraternità, perché?. Faccio a lei la stessa domanda. Quale strada traccia Morin per ripensare l’azione collettiva a partire dalla fraternità, senza ridurla a materia di appelli morali e di volontariato umanitario?
Quel libretto, al quale ho avuto il piacere di contribuire con una postfazione, giunge dopo numerosi saggi nei quali la fraternità è apertamente tematizzata come parola guida per agire con efficacia, oltre che con giustizia, nei nuovi vertiginosi contesti ecologici e sociali della comunità di destino terrestre. Nei quali la densità degli incontri quotidiani tra diversi e diverse cresce ogni giorno di più, con tutti i problemi, e insieme le opportunità, che ciò comporta, nel qui e ora delle nostre interazioni. Non basta l’appello a trattarsi da fratelli e sorelle, quali siamo di fatto, figli e figlie di una sola Terra unificata, che ci è – sottolinea Morin – Patria e Matria. La sfida è quella di acquisire coscienza della drammaticità e insieme della novità di questa condizione, che oggi stiamo affrontando in prevalenza, possiamo ben dire, sotto il segno di Caino: soopraffazioni, follie belliche, disastri ecoclimatici. Le nostre democrazie, sottolinea Morin, si sono fondate sui primi due poli della “triade francese”, libertà e uguaglianza. Ma questo non basta più. Solo ripartendo dal terzo polo, quello della fraternità, può diventare realistico, concretamente, per quanto rimanga assai improbabile, nel senso di cui si diceva prima, ridare vigore ai valori stessi della libertà e dell’uguaglianza. Ci sono pagine nella Fratelli tutti di Bergoglio che sembrano riprendere quasi letteralmente queste argomentazioni moriniane. E non a caso papa Francesco ha voluto incontrare personalmente Edgar Morin nel 2021.
Nessuna inversione di rotta, nella deriva di violenze e ingiustizie che caratterizza la nascita della comunità di destino terrestre, può darsi senza rimettere al primo posto nelle agende quotidiane il tema, fragile e forte insieme, della fraternità.
Morin apprezzava i movimenti eco-solidali, quel «ribollire d’iniziative private, personali, comunitarie e associative» che chiama «oasi di fraternità»: quali indicazioni può dare oggi Morin al nostro Terzo settore?
Per Morin, le numerose “oasi di fraternità” diffuse per l’intero pianeta, sebbene debolmente interconnesse e ancora non dotate nel loro insieme di un pensiero all’altezza della complessità del presente, sono luoghi etico-politicamente essenziali, nei quali la fraternità può essere concretamente sperimentata, divenendo allo stesso tempo, nella pratica quotidiana, fine e mezzo. Naturalmente, è indispensabile anche l’azione politica dei governi e di quel che resta delle istituzioni internazionali. Ma nessuna inversione di rotta, nella deriva di violenze e ingiustizie che caratterizza la nascita della comunità di destino terrestre, può darsi senza rimettere momento per momento al primo posto nelle agende quotidiane il tema, fragile e forte insieme, della fraternità. Come scrive Morin, la fraternità «è fragile come la coscienza, fragile come l’amore, la cui forza è tuttavia inaudita».
Le posso chiedere un ricordo personale, che sia un po’ un “simbolo” della figura e dell’eredità di Morin?
Ricordo con piacere un episodio, in apparenza banale, che ho raccontato qualche volta, nel quale si coglie molto, credo, dello spirito della persona Edgar Morin e del suo stile di pensiero. È accaduto a Parma, dov’è stato più volte, intorno ai primi anni ’90. Stava tenendo una conferenza all’Università, sull’Europa, tema al quale nel 1987 aveva dedicato un libro molto bello. Parlava come sempre, quando veniva nel nostro Paese che amava profondamente, in quel suo caloroso italiano, misto talora a parole spagnoleggianti, e con accenti francesi, che chiamava scherzosamente “fritagnol”.
Nel discorso ricorreva ripetutamente la parola Asia, in particolare per sottolineare come l’Europa altro non sia che un prolungamento dell’Asia verso l’Atlantico. E per un tipico automatismo francese, “l’Asia” diventava per Morin “l’Asìa”, con l’accento sulla “i”. Ora, occorre sapere che nel dialetto di Parma, il termine “l’Asìa” suona come equivalente, perfettamente identico, a “la zia”. Si può immaginare pertanto l’effetto umoristico involontario che si produceva nel gremito uditorio parmigiano ogni volta che nel discorso ritornava “l’Asìa”.
A un certo punto, essendo io seduto accanto a Morin a presiedere l’incontro, e sapendo di poterlo trattare con una certa confidenza, non ho potuto fare a meno di interromperlo, per fargli osservare quell’effetto, e sorriderne insieme agli astanti. Ebbene, Morin, con un guizzo geniale, quanto mai rivelatore dello spirito della persona e del suo stile di pensiero, reagì una battuta fulminante, che coinvolse tutti quanti in una risata liberatoria: “Ma l’Asìa – esclamò – è la nostra zia!”. Battuta, peraltro, che nel contenuto rimane oggi illuminante come allora, se non anche di più…
In apertura, un ritratti di qualche anno fa di Edgar Morin (LaPresse)
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Sara De Carli
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