Quando uno street artist viene assoldato per realizzare un grande murale di quartiere è inevitabile che l’attenzione della comunità si calamiti verso il cantiere dell’opera: questo è quello che è successo anche con l’intervento di Nico Lopez Bruchi a Roma. Classe ’84, questo artista di Volterra ha portato in una periferia della Capitale la sua visione della salvezza, raffigurata da un’ancora e dalla solidarietà reciproca dei singoli che compongono la collettività. Da sempre impegnato per diffondere messaggi positivi attraverso le sue creazioni, Bruchi ha trovato nel III Municipio un’istituzione pronta ad accogliere la sua opera, che lui stesso ci ha raccontato così.
Com’è nato il progetto di realizzare un murale su un palazzo di Roma? Chi è il committente e come è giunto a te?
Ero stato coinvolto per il Giubileo del 2023, ho fatto questo progetto per realizzare un murale, ma i permessi e le complicazioni burocratiche hanno rallentato i tempi. Per non perdere il bozzetto, ho cercato un assessore di Roma Capitale che mi permettesse di realizzare l’opera e sono incappato in Luca Blasi, del III Municipio. Abbiamo così spostato il progetto al Tufello, in Piazza degli Euganei, dove a mio avviso è stata trovato il sito perfetto per realizzarlo. Non succede mai nulla per caso.
Descrivici l’opera. come hai scelto il soggetto da realizzare?
Volevo realizzare un lavoro che avesse una duplice lettura. In primo luogo, una visione che da lontano rappresentasse un’ancora, sporca, carica di residui marini. La seconda lettura, avvicinandosi, è quella che lascia vedere con chiarezza che la sagoma è composta da scene di vita, di personaggi eterogenei del mondo reale e della fantasia, che insieme interagiscono per convivere in questa ancora. Il significato è che tutti necessitiamo di un gesto di solidarietà per sopravvivere e stare bene. L’ancora è un’ancora di salvezza. Si dice che l’ancora di salvezza che ti porti dietro serve per trovare la pace: quando si getta in mare vuol dire che si sta fermi e si può stare tranquilli, trovando anche affinità con l’attualità. Mi sembra perfetta per questo quartiere, che visto da vicino è vissuto da persone che si danno quotidianamente una mano l’una con l’altra.
Secondo te la street art svolge ancora una funzione politica? O si è assoggettata ad essa?
Dipende dagli artisti. La street art e il muralismo è un mezzo di comunicazione molto forte e a volte anche antidemocratico, perché si impone su una comunità un disegno grande, visibile a tutti. Credo sia importante utilizzare i murales per creare un processo di copartecipazione alla ricerca e al risveglio del bello. Spesso capita di realizzare opere in luoghi dove si vive in uno stato di abbandono: come la prima lucina di Natale e poi tutti sono indotti ad accendere la loro per creare l’atmosfera di festa, così io tento di portare il bello e coinvolgere gli altri in tale ricerca, che non finisce mai. La politica centra con i contenuti, i messaggi: io sono uno che lavora con il concetto prima di tutto e non ho mai un’estetica fissa e riconoscibile, per sfidarmi ogni volta a trovare la funzionalità, che abbia anche un lato esteriore di valore. Ci sono artisti che si impongono con un loro disegno astratto, privo di senso, e chi tenta invece, attraverso queste occasioni creative, di conoscere nuove persone e capire quali sono le dinamiche di un luogo per proporre tematiche forti e anche molto utili per la comunità, in cui essa si riconosce. Chi fa questo si può dire che utilizza la street art come strumento politico, chi la fa come lavoro prettamente estetico direi di no.
Nel quartiere ci sono altre opere realizzate da autori come Jorit, Lucamaleonte, Giò Pistone. Tra i tuoi colleghi, c’è qualcuno che preferisci e con cui ti piacerebbe collaborare?
Ce ne sono molti. Premetto che io ho già collaborato con tantissimi artisti sia nella street art che nel mondo del video e della fotografia. Ho lavorato per 17 anni con Umberto Staila, mio socio, Sera, Joke, Rame 13 che fanno parte della mia crew, la EDF crew nata a Pontedera nel 2003. La street art è per natura una disciplina che porta alla collaborazione; i graffiti nascono con questo spirito, diffusi anche con le jam, in cui diversi artisti si univano per disegnare uno stesso muro. Mi piacerebbe ora lavorare con Vesod e di quelli che hai citato potrebbe piacermi molto Jorit, perché condivido spesso la sua idea politica di arte.

La tendenza di valorizzare le periferie con azioni imponenti come la tua è ormai diffusa da diversi anni. Si sta ponendo anche la questione del restauro e del mantenimento di tali opere monumentali. Ti è mai capitato di dover tornare ad intervenire su alcuni tuoi lavori?
Non mi è mai capitato perché probabilmente uso tanti colori buoni e mi prendo cura delle superfici che vado a dipingere, facendo sistemare il muro qualora necessario, perché un buon artista murale deve pensare anche a come far mantenere il proprio lavoro. L’altro aspetto è che mentre studio il progetto mi immagino sempre il lavoro tra vent’anni e cerco di dipingerlo facendo in modo che quando scolorirà o certe cose andranno a sgretolarsi, rimanga sempre interessante. Il restauro non so nemmeno se abbia senso per queste opere: quelle che devi restaurare devi stare attento a pensarle e a costruirle in modo che siano ripristinabili con una certa facilità.
Mentre lavori su queste grandi pareti, immagino che avrai molti occhi puntati addosso. Raccontaci un aneddoto divertente se ce l’hai.
Ce ne sono molti. Mi viene in mente due anni fa a Detroit, mentre stavo disegnando una parete di fianco ad un ristorante messicano, l’arrivo dei sostenitori di Trump che si sono indignati perché stavo realizzando una bandiera italiana per il Consolato, che loro avevano scambiato per quella messicana; ho dovuto interrompere il lavoro per le rimostranze. Un’altra potrebbe essere la signora che ci dice: “Che bello! Ma domani lo rimbiancate il muro, vero?”. Qui al Tufello invece proprio ieri ho sentito un signore che, mentre tratteggiavo il profilo dell’ancora, risponde ad una signora che chiedeva cosa rappresentasse: “Come non lo vedi? È una svastica!”, e io da sopra il cestello mi sono goduto il siparietto.
Qual è l’opera che ti ha dato maggior soddisfazione fino ad ora e perché
L’opera che al momento mi ha dato più soddisfazione è stata quella fatta a Corleone nel 2010. Un progetto di pittura in spazi tolti alla mafia e destinati all’Arci che ha voluto farli rivivere per la comunità. Ho dipinto questo muro insieme a Staila, il mio socio, durante la notte, scortato dalla polizia. A presentare il lavoro ultimato è stata Rita Borsellino, che ci concesse anche la cittadinanza onoraria.
Roberta Pisa
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