Hantavirus e il Rischio dell’Informazione Confusa


31 maggio 2026 – ore 15:00 – “Il vero rischio Hantavirus potrebbe derivare dall’accordo commerciale tra Unione europea e Mercato comune del Sud America”. Potrebbe sembrare una provocazione l’affermazione, che è invece una seria preoccupazione di Paolo Bonivento. La grancassa mediatica sta abbandonando l’argomento Hantavirus per focalizzarsi sull’epidemia di Ebola in Africa: emergenza dopo emergenza, virus dopo virus, la fretta nell’informare rischia di creare confusione. Facciamo il punto in questa intervista con il professore, naturalista, iscritto al Collegio nazionale dei Periti Agrari Laureati. Innanzitutto, che cos’è Hantavirus? “Gli Hantavirus appartengono alla famiglia delle Bunyaviridae”, spiega il professor Bonivento: “A differenza di altri virus della stessa famiglia trasmessi da zanzare o zecche, gli Hantavirus possono diffondere zoonosi esclusivamente tramite topi, ratti, pipistrelli e roditori insettivori. Quando frequentavo l’università già si studiavano gli Hantavirus e non c’è evidenza che siamo di fronte a una novità paragonabile al Sars-Cov-2. Affascinante e terribile è il patto di non aggressione tra il virus e il suo ospite. Ogni ceppo di Hantavirus è legato a una specifica specie di roditore, vero e proprio serbatoio naturale. Il virus vive in lui, si moltiplica; l’animale rimane infettivo per tutta la sua vita, senza ammalarsi ma disperdendo la minaccia nell’ambiente attraverso l’urina, le feci e la saliva”.

Dinanzi a certi toni allarmistici, uno potrebbe obiettare che non è avvezzo a ingerire secrezioni di topo. Ci può spiegare meglio come avviene il contagio? “La via principale è l’inalazione. Immaginate una cantina o una soffitta chiusa da mesi, dove si sono depositate ed essiccate feci e urine di topi e ratti. Una persona, magari per lavoro, entra e inizia a spazzare con una scopa. In quell’istante, solleva un aerosol potenzialmente mortale, un pulviscolo atmosferico contaminato. Anche toccare superfici contaminate, come nidi o legno sporco, e poi sfregarsi gli occhi o sfiorarsi la bocca è un ponte per il virus, che penetra attraverso mucose o piccole lesioni cutanee. Idem ingerire acqua o cibo contaminati nei grandi silos agricoli. Non è allarmismo, in fondo anche le pestilenze storiche si diffusero con i topi. La trasmissione Interumana è estremamente rara, documentata quasi esclusivamente per il virus Andes in Sud America, e passa da persona a persona attraverso contatti stretti o fluidi corporei”.

Diagnosi, trattamento e soprattutto prevenzione? “Contro Hantavirus non esistono vaccini né farmaci antivirali miracolosi. Come se non bastasse, all’inizio sembra una banale influenza. Febbre, dolori muscolari, una profonda stanchezza. È l’anamnesi che può salvare vite. Se il paziente dice ad esempio di aver appena pulito una vecchia cantina del nonno, scatta l’allarme. La diagnosi precoce si effettua con test sierologici Elisa per cercare le immunoglobuline IgM e IgG, o la sofisticata Rt-Pcr per scovare l’Rna virale nel sangue. Quando la presenza del virus è confermata, inizia una battaglia di supporto intensivo. Un equilibrio su una corda tesa. In caso di sindrome cardio-polmonare, la gestione dei liquidi (monitoraggio emodinamico) è difficile, i capillari polmonari diventavano permeabili, l’acqua li inonda. Reidratare troppo significa annegare il paziente dall’interno; idratare troppo poco significa blocco renale. L’ossigenoterapia è vitale, spingendosi nei casi disperati fino all‘Ecmo (l’ossigenazione extracorporea a membrana), una macchina che respira per il paziente. Per la sindrome emorragica (Hfrs), la dialisi temporanea diventa scudo contro l’insufficienza renale acuta. La Ribavirina, un antivirale, mostra qualche speranza se somministrata ai primissimi stadi, ma si rivela drammaticamente inutile contro la furia della variante polmonare. Va da sé che la prevenzione è fondamentale”.

In che modo si può prevenire? “Dipende dagli ambienti. In città e campagne, ai privati si consiglia di praticare il Rodent Proofing, sigillando con cemento e lana d’acciaio ogni buco superiore a 6 millimetri. Nelle cantine, è vietato l’uso dell’aspirapolvere. Si pulisce spruzzando candeggina diluita in proporzione 1:10, attenendo dieci minuti e quindi raccogliere tutto con carta usa e getta, protetti da guanti. Nell’industria alimentare e logistica, le procedure diventano molto complesse. Nei grandi magazzini, i pallet metallici vanno sollevati da terra di almeno 15-20 centimetri per impedire ai topi di nascondersi. La regola della rotazione Fifo (First in, first out) impedisce alle casse di ristagnare e diventare nidi. I giganteschi silos di stoccaggio cereali vengono equipaggiati con filtri Hepa nei sistemi di aerazione e automatizzati il più possibile. Nei complessi industriali, l’erba si tiene corta, trappole perimetrali segnano i confini e luci notturne abbaglianti scaccianoi roditori. Persino i condotti dell’aria condizionata (Hvac) vanno bonificati, per evitare che si trasformino in autostrade per ratti, soffiando aerosol virale negli uffici sottostanti. Quando si riapre un capannone abbandonato, la bonifica a umido, con ipoclorito di sodio, la comune candeggina, è l’unico rito di purificazione accettato. Gli ispettori devono indossare tute monouso in Tyvek simili a quelle degli astronauti, occhiali a mascherina sigillati, guanti in nitrile da smaltire come scorie e maschere Ffp3“.

E sul mare? “Le navi cargo, cariche di granaglie, sono paradisi per i roditori. Perciò sulle cime di ormeggio si installano i rat-guards, grandi dischi metallici che impediscono ai ratti di arrampicarsi dalle banchine. Nelle stive, ogni chicco di grano caduto va rimosso. D’obbligo fumigazioni periodiche e il rigoroso rispetto dei protocolli Imo, sanciti dal Ship Sanitation Control Exemption Certificate. Persino sulle lussuose navi da crociera il pericolo si annida, nei pallet di legno delle provviste. Il personale di housekeeping va addestrato: mai spazzare a secco, usare solo panni umidi intrisi di disinfettante, refrigerare le aree dei rifiuti per spegnere l’attività dei parassiti”.

A proposito, è esploso proprio a bordo di una nave da crociera proveniente dall’Argentina il focolaio di Hantavirus tragicamente salito agli onori delle recenti cronache. “Andranno eseguite perizie e analisi approfondite per individuare l’origine di quello che potrebbe essere stato anche un tragico incidente e non necessariamente una negligenza da parte di qualcuno. Ad esempio, se un topo infetto riesce a infilarsi in un tubo d’aerazione e muore là dentro, il danno è fatto. A proposito di Argentina e Sud America, vale la pena di spendere invece qualche parola sul recente accordo commerciale tra Ue e Mercosur. Tra i pregi dell’Ue, ci sono gli standard di sicurezza alimentare, tra i più elevati al mondo, che includono Haccp, il sistema di prevenzione dei rischi per la salubrità degli alimenti lungo la filiera produttiva. Regole e parametri sudamericani non sono paragonabili ai nostri, perciò è lecito chiedersi se le importazioni alimentari dal Sud America possano farsi veicolo di Hantavirus. Per non parlare di tutte le altre questioni”.

Prego. “L’accordo con il Mercosur introduce una forma di concorrenza non alla pari con i nostri agricoltori. In precedenza l’istituzione del Mercosur ha promosso sì la cooperazione economica e politica in Sud America, ma ha anche esposto le economie agricole sudamericane a una maggiore vulnerabilità rispetto agli eventi climatici estremi e alle fluttuazioni di mercato. Dal punto di vista ambientale, l’espansione agricola incentivata dagli accordi commerciali ha contribuito alla perdita di biodiversità e all’aumento della deforestazione, con conseguenze rilevanti sugli ecosistemi locali e globali. Le politiche ambientali e le regolamentazioni interne al Mercosur si sono dimostrate limitate nella capacità di gestire efficacemente tali criticità, anche a causa di limiti strutturali e di una governance frammentata. Le controversie internazionali e le critiche rivolte al Mercosur sottolineano la necessità di rafforzare i meccanismi di sostenibilità, migliorare la formalizzazione del settore agricolo e garantire una maggiore tutela dei diritti sociali e ambientali. Le prospettive future suggeriscono l’importanza di sviluppare soluzioni sostenibili e contestualizzate, promuovendo collaborazioni orizzontali ed eque per l’innovazione tecnologica e la gestione responsabile delle risorse naturali”.




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 Lilli Goriup

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