Come ottenere il risarcimento se la cura peggiora la salute. La prova logica aiuta il paziente anche con cartella clinica incompleta.
Quando ci si affida a un ospedale o a un professionista della salute, si stipula un vero e proprio patto di fiducia. Purtroppo, può capitare che le cose non vadano come sperato e che, invece della guarigione, si verifichi un peggioramento delle condizioni o l’insorgenza di una nuova patologia. In questi casi, la strada per ottenere giustizia sembra spesso una salita ripida e scivolosa. Il paziente si sente piccolo di fronte alla struttura sanitaria e teme di non avere “le carte in regola” per dimostrare l’errore subito, magari perché mancano documenti o perché la situazione è tecnicamente complessa.
Tuttavia, l’orientamento della legge è volto a proteggere la parte più debole del rapporto. In questa guida spiegheremo in modo semplice in caso di errore medico, come si prova il danno subito? e vedremo perché non è sempre necessario avere una prova diretta schiacciante. I giudici, infatti, riconoscono il valore delle presunzioni, ossia dei ragionamenti logici che collegano l’operato del medico al danno, proprio per non lasciare il cittadino senza tutela. Analizzeremo come funziona l’onere della prova e cosa accade se la cartella clinica è tenuta male, usando un esempio concreto per chiarire ogni dubbio.
Basta il ragionamento logico per essere risarciti?
La regola generale stabilisce che il paziente ha la possibilità di fornire la prova del legame tra il comportamento del medico e l’evento dannoso anche attraverso le presunzioni. Questo significa che non serve sempre una prova “diretta” o documentale incontrovertibile.
Il giudice può arrivare a definire la responsabilità del sanitario attraverso un ragionamento logico-deduttivo che parte da fatti noti per risalire a quelli ignoti.
Questa apertura è fondamentale per un motivo di equità: bisogna attenuare la difficoltà probatoria in cui si trova il paziente. Chi richiede una prestazione sanitaria è considerato il “creditore” e si trova in una posizione di svantaggio rispetto alla struttura ospedaliera che detiene tutte le informazioni tecniche. Se si pretendesse sempre una prova diabolica, quasi nessuno riuscirebbe a far valere i propri diritti (Cass. ord. 26907/20, sez. VI civile).
Cosa succede se la cartella clinica è incompleta?
Uno degli ostacoli più frequenti nelle cause di malasanità è la cattiva gestione dei documenti. Spesso le cartelle cliniche sono scritte male, sono incomplete o presentano dei “buchi” temporali. In passato, questo poteva penalizzare il malato, che non riusciva a ricostruire cosa fosse successo in sala operatoria.
Oggi la giurisprudenza afferma che il malato non può essere danneggiato dal fatto che la cartella clinica risulta tenuta in modo difettoso o viziato.
Se la documentazione è carente per colpa dell’ospedale, questa mancanza non deve ricadere sulle spalle del paziente rendendogli impossibile la prova. Al contrario, proprio le lacune nella cartella possono rafforzare il ricorso alle presunzioni: se manca il documento specifico, il giudice può desumere l’accaduto dal contesto generale e dagli altri elementi disponibili.
Chi deve dimostrare che l’intervento è andato male?
Per capire come funziona un processo per responsabilità medica, bisogna distinguere i compiti delle due parti. Si parla di obbligazioni di “facere professionale”, dove il risultato non è sempre garantito (come per un avvocato che non può garantire la vittoria, ma deve garantire l’impegno).
Ecco come si divide l’onere della prova:
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il paziente: deve allegare (cioè affermare e descrivere) la negligenza del sanitario. Deve inoltre provare l’evento dannoso (l’aggravamento della malattia o l’insorgenza di una nuova) e il nesso causale tra la condotta materiale del medico e questo peggioramento;
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la struttura sanitaria o il medico: una volta che il paziente ha fatto la sua parte, spetta a loro dimostrare di aver lavorato con la diligenza richiesta o che il danno è stato causato da un fattore esterno imprevisto.
Non basta dimostrare che il medico non ha rispettato le regole (inadempimento); bisogna provare la “causalità giuridica”, ovvero che quel preciso errore ha causato quel preciso danno.
Vite rimasta nella gamba: un esempio pratico
Per spiegare questi concetti difficili, usiamo l’esempio trattato dalla Corte di Cassazione. Un paziente aveva subito due interventi in ospedale per ridurre una frattura alla tibia. Successivamente, è stato costretto a operarsi una terza volta in una clinica privata per rimuovere un frammento di vite (un mezzo di sintesi) rimasto nella gamba.
I giudici precedenti avevano negato il risarcimento dicendo che non c’era la prova certa che il terzo intervento servisse proprio a togliere quella vite.
La Cassazione ha ribaltato la decisione. Anche se i documenti della clinica privata non dicevano esplicitamente “stiamo operando per rimuovere l’errore dell’ospedale precedente”, i certificati mostravano che l’obiettivo era rimuovere i mezzi di sintesi della frattura.
Usando la logica (presunzione), è evidente che se il paziente aveva ancora un pezzo di vite nella gamba dopo i primi interventi, e si è operato di nuovo nella stessa zona, il nesso è provato. I documenti, anche se sintetici, consentono di fondare una prova presuntiva.
Quando scatta la responsabilità del medico?
È importante ricordare che in medicina non sempre un esito negativo è colpa del dottore. L’aggravamento di una vecchia malattia o la comparsa di un nuovo problema potrebbero non dipendere da una violazione delle regole dell’arte medica, ma dalla natura stessa della patologia.
Tuttavia, quando il paziente riesce a dimostrare, anche per indizi, che c’è un collegamento tra l’azione del medico (condotta) e il pregiudizio subito, la palla passa alla struttura sanitaria.
Il principio stabilito dall’ordinanza 26907/20 è che la causalità materiale non è assorbita dall’inadempimento. Significa che il giudice deve valutare con attenzione se quel danno specifico è figlio di quell’azione specifica. Ma nel fare questa valutazione, non deve chiedere al cittadino prove impossibili, accettando la logica e i fatti che, messi in fila, portano a una conclusione univoca.
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Raffaella Mari
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