Preferenze affondate, la maggioranza va sotto: il giorno dei franchi tiratori

Foto per certificare il proprio voto, stilettate, capannelli in Transatlantico, urla in Aula. E poi passeggiate sconsolate in cortile per la maggioranza e volti soddisfatti per l’opposizione. Per un giorno alla Camera si è sentito profumo di Prima Repubblica e le lancette sembravano essere tornate indietro. “Un vero peccato” commenta Mario Abbruzzese, vecchia volpe delle Leggi Elettorali: fu lui a presiedere la Commissione speciale che riformò le elezioni Regionali del Lazio. Oggi è il Segretario Regionale Organizzativo della Lega nel LazioLe Preferenze avrebbero dato forza ai territori, restituito valore a chi è davvero radicato tra le gente. Un esempio? Qui da noi nessuno cavalca il tema della Zes perché oggi il territorio non conta, l’unico a tentare una battaglia è stato Nicola Ottaviani perché è un deputato di territorio”.

L’emendamento cecchinato

Mario Abbruzzese

Fin dalla mattina a Montecitorio si è respirata un’aria tesa. Dopo le ultime riunioni dei Gruppi per stabilire la linea da seguire in Aula, i Partiti si sono presentati al gran completo per l’appuntamento delle 14, orario d’inizio della discussione sugli emendamenti della legge elettorale.

I lavori partono spediti ma si infiammano con le votazioni sui subemendamenti della proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze, il cuore della riforma della Legge Elettorale tanto voluta da Giorgia Meloni. In particolar modo, a scaldare gli animi è l’intervento della futurista Laura Ravetto per chiedere di eliminare il principio di alternanza di genere, rivolta direttamente alle colleghe della Camera. Secca la risposta della capogruppo Dem Chiara Braga: “Non tutte abbiamo cambiato Partito per un seggio assicurato“. Frase che raccoglie gli applausi delle opposizioni (Elly Schlein si alza per prima a battare le mani) e segni di assenso anche dai banchi della Lega.

Fabio Rampelli (Foto: Marco Ponzianelli © Imagoeconomica)

Verso le 18:30 si arriva al momento del voto dell’emendamento Bignami. Durante le operazioni, dai banchi di Fdi e Fnv compaiono dei telefoni per registrare l’atto, probabilmente per testimoniare la fedeltà alla linea di Partito. Alla chiusura del voto, l’annuncio del risultato da parte del vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, viene accompagnato da un religioso silenzio. “Favorevoli 187, contrari 188, la Camera respinge“: neanche il tempo di concludere la frase e la voce del meloniano presidente di turno (che si era raccomandato perché tutto fosse “ineccepibile“) viene sommersa dagli applausi e dalle grida dei partiti di opposizioni. “Dimissioni!” e “elezioni!” sono i cori che si alzano dai loro banchi.

Caccia ai franchi tiratori

Lato maggioranza, situazione decisamente differente. I capigruppo richiamano all’ordine i loro, nel tentativo di capire dove si nascondano i franchi tiratori che hanno affossato il testo di Bignami. Vista la segretezza dell’operazione, pur di venire a capo di questo rebus il leghista Riccardo Molinari prende in mano i tabulati di vecchie votazioni alla ricerca di indizi su possibili tradimenti. In Forza Italia il vicepremier Antonio Tajani, seduto ai banchi del Governo, richiama alcuni suoi fedelissimi per un capannello d’emergenza.

Lorenzo Guerini (foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

All’uscita dall’Aula, gli umori sono diametralmente opposti. Tra le opposizioni vince la sorpresa. “Erano entrati tutti tronfi in Aula, con il parere favorevole dalla loro“, commenta sorridendo il Dem Lorenzo Guerini. “Non ce lo aspettavamo” è il commento più frequente alle domande dei giornalisti in Transatlantico.

Facce scure e chine invece tra i deputati di maggioranza. Tra i membri di FdI sottovoce si inizia a puntare il dito: “Sono stati Lega e FI“, dice un meloniano dirigendosi verso la buvette. Tra i commenti sull’esito, spicca quello di Maurizio Lupi, tra i firmatari dell’emendamento: “Se porti in Aula le preferenze, perdi. Era già successo a Renzi. Evidentemente – conclude il segretario di Noi Moderati – le tensioni nella maggioranza e la questione dell’alternanza di genere hanno giocato un ruolo“.

La gioia delle minoranze

Elly Schlein (Foto: Riccardo Antimiani © Ansa)

Dai banchi delle opposizioni i cori esplodono appena il tabellone certifica la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze. Nel Transatlantico le facce tese lasciano spazio alle strette di mano ed ai sorrisi. Pochi minuti dopo arriva anche la foto politica: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni escono insieme da Montecitorio e si dirigono verso la piazza.

Tre immagini in rapida sequenza per accreditare una lettura univoca: al primo voto segreto sulla legge elettorale “il centrodestra è diviso“. “Adesso Meloni tragga le conseguenze“, è il refrain che scandiscono i leader di un campo larghissimo, forte anche delle voci di Riccardo Magi di +Europa e Davide Faraone di Italia Viva. Un ritornello accompagnato dalla richiesta immediata rivolta a Giorgia Meloni di “salire al Colle e dimettersi subito“.

Nel centrosinistra, subito dopo l’esito sul filo dell’Aula, prende corpo la convinzione che il piano preparato dalle prime ore del mattino abbia funzionato. Due riunioni quasi in contemporanea, targate Pd e M5S, per un’unica consegna: “fare muro“. Massima pressione sulla maggioranza e voto segreto ovunque il regolamento lo consentisse: l’Aula è diventata così il terreno della sfida, nella percezione del campo largo che il compromesso sulle preferenze raggiunto all’ultimo nel centrodestra avesse soltanto coperto le crepe. Da lì la richiesta di scrutinio segreto per costringere la maggioranza a misurarsi con la mina vagante dei franchi tiratori.

Irricevibile

Giuseppe Conte (Foto: Giulia Palmigiani © Imagoeconomica)

La riforma è “irricevibile, nel metodo e nel merito“, una legge “cucita su misura” da una destra “che ha paura di perdere le elezioni” e tenta di far “rientrare dalla finestra quel premierato bocciato con il referendum“, tuona Schlein, trovando la sponda di Conte e degli altri leader, uniti nel bollare l’emendamento di FdI come una “farsa” che “non rispetta la parità di genere, la dimostrazione che Meloni è pronta “a sacrificare le altre donne” pur di difendere il suo potere.

La strategia prende forma quasi in tempo reale, nonostante i distinguo che il campo largo prova a tenere sullo sfondo. Pd e Avs bocciano senza appello il testo di FdI, mentre il M5s presenta un proprio emendamento con le “preferenze vere”, eliminando anche il candidato premier e riducendo il premio di maggioranza. Una mossa che, raccontano fonti parlamentari, sorprende più di un alleato. I pentastellati, però, negano qualsiasi smarcamento: serve solo a “smascherare” la destra. Lo ribadisce Conte sui social mentre il confronto è già iniziato in Aula: “Quale sarebbe l’emendamento sulle preferenze su cui Meloni sta sfidando? Lei la faccia ce la mette. Ma è la solita faccia di bronzo. Quando la smetterà di prendere in giro gli italiani?“.

Poi arrivano i numeri e, con loro, la photo opportunity perfetta.

Tutti sul palco

Il sit-in organizzato da giorni da +Europa contro la legge elettorale si trasforma, nel giro di pochi minuti, nel palco della prima vera celebrazione del campo largo dopo settimane di distinguo e la delusione della piazza di Napoli.Abbiamo fatto questa battaglia compatti“, rivendica Schlein, leggendo il voto come una vittoria “contro l’arroganza” della premier.

Negli stessi minuti anche Matteo Renzi rilancia dai social: la premier, sostiene, dopo la fiducia del popolo ha perso anche “quella del Palazzo” e deve andare al voto, “nessun inciucio, nessun governo tecnico.

Alla foto manca solo Carlo Calenda che, pur avendo votato contro la riforma, liquida destra e sinistra come “attori di un teatrino ridicolo“. Ma, per una sera, il campo largo mette in secondo piano veti incrociati e differenze su riarmo e Russia. E guarda già oltre: non c’è “programma migliore“, nella rotta tracciata dalla leader dem, di “attuare fino in fondo la nostra Costituzione“.


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