Questa mattina abbiamo varcato l’ingresso della Casa di Reclusione di Bollate insieme alla delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, nell’ambito di una mobilitazione nazionale che nella stessa giornata ha portato decine di realtà associative, istituzionali e della società civile a entrare contemporaneamente in 34 istituti penitenziari italiani. A Milano, ha toccato da vicino un sistema penitenziario cittadino – quello di San Vittore, Opera e Bollate – già sotto forte pressione.
Come Ordine degli Psicologi della Lombardia abbiamo scelto di esserci perché il carcere è, prima di tutto, un luogo di salute mentale, spesso il luogo dove la salute mentale viene messa duramente alla prova, sia per chi è recluso sia per chi ci lavora ogni giorno.
Bollate arriva a questo appuntamento in una condizione particolare. Sebbene sia da sempre l’istituto italiano più citato come modello di detenzione aperta, orientata al lavoro e al reinserimento, con celle non chiuse, corsi scolastici e universitari, cooperative e imprese che offrono ai detenuti nuove opportunità di vita, in questi mesi non rimasta estranea alla crisi che sta attraversando l’intero sistema penitenziario italiano.
Secondo i dati più recenti del Ministero della Giustizia, l’istituto ospita oggi circa 1.600 persone a fronte di una capienza regolamentare di circa 1.270 posti con un tasso di sovraffollamento superiore al 125%, e un rapporto tra agenti di polizia penitenziaria e detenuti tra i più sbilanciati d’Italia. Nelle scorse settimane, inoltre, insieme a San Vittore e Opera, è stato oggetto delle cronache anche per segnalazioni di celle sovraffollate, temperature elevate e problemi igienico-sanitari legati alla recente ondata di caldo.
Ed è proprio in questo scarto, tra il riconoscimento di “carcere modello” e le condizioni materiali che il sovraffollamento impone anche qui, che si è mossa oggi la nostra visita e il nostro desiderio di toccare con mano in che misura reputazione e dati trovino riscontro nella quotidianità dell’istituto.
Un modello, per proseguire in maniera virtuosa e continuativa, ha bisogno di essere sostenuto a partire da chi, dentro quelle mura, si occupa della salute mentale delle persone detenute. Ed è qui che i dati raccolti dal nostro Ordine aiutano a leggere quello che abbiamo visto oggi.
Soltanto tre mesi fa, il Gruppo di Lavoro sulla Psicologia Penitenziaria pubblicava un’indagine tra gli iscritti che operano nelle carceri lombarde, raccogliendo 185 risposte complete. Il quadro che ne emerge conferma che il lavoro psicologico in carcere rappresenta una funzione tutt’altro che accessoria: è esposto, spesso in condizioni di rischio reale, e sorretto da una tutela professionale ancora insufficiente.

Il 70,1% degli psicologi penitenziari lombardi ritiene che il proprio lavoro comporti rischi per l’incolumità personale e il 58,5% dichiara di essersi sentito, almeno una volta, minacciato o in pericolo. Le forme più frequenti sono l’aggressività verbale, il rischio biologico legato a condizioni igienico-sanitarie carenti e l’aggressività fisica verso terzi; oltre un terzo dei rispondenti ha assistito a rivolte. Significativamente, la fonte di rischio più indicata non è tanto il contatto con i detenuti quanto gli spazi fisici inadeguati. Il problema, insomma, è soprattutto strutturale e organizzativo, non relazionale.
A questa esposizione, inoltre, non corrisponde una preparazione adeguata: il 59,7% degli psicologi non ha ricevuto formazione specifica sulla gestione del rischio e delle emergenze e il 76,2% non conosce procedure o linee guida per affrontarle. Il 60,3% non ha mai avuto accesso a strumenti come debriefing o supervisione clinica dopo un evento critico, non per mancanza di bisogno, ma per mancanza di offerta.
Anche sul piano contrattuale il quadro è fragile: quasi 6 psicologi su 10 lavorano con collaborazioni in partita Iva e ben il 75% ritiene che non venga rispettato l’equo compenso nel proprio rapporto di lavoro.
Dietro questi numeri c’è una persona che aspetta un colloquio, un operatore che lavora spesso solo e senza formazione specifica e un professionista senza un contratto stabile. È una funzione, quella della cura psicologica, che la legge prevede, ma che le risorse reali faticano a garantire.
Occasioni diffuse su tutto il territorio nazionale, che come quella di oggi ricordano che l’articolo 27 non è soltanto un principio astratto all’interno della nostra Costituzione ma una vera e propria responsabilità, esortano psicologhe e psicologi a porsi una domanda molto semplice: c’è, in ogni istituto, qualcuno che ha il tempo, gli strumenti e le condizioni di sicurezza per ascoltare?
La risposta emerge chiaramente dalla visita che abbiamo condotto questa mattina. Nella struttura permangono criticità relative alla disponibilità di personale e ai servizi sanitari: l’Istituto dispone di 22 educatori e di un’équipe sanitaria composta da psicologi, psichiatri e specialisti, ma emerge una forte presenza di disagio psichico, doppie diagnosi e problematiche legate alle dipendenze. Le condizioni delle celle risultano condizionate dal sovraffollamento, con ambienti spesso utilizzati oltre la loro capacità originaria. Gli spazi comuni sono presenti ma scarsamente attrezzati.
Sono i dati del nostro Osservatorio a indicarci le direttrici su cui intervenire: spazi adeguati, formazione specifica e continua sulla gestione del rischio, strumenti di supporto professionale come la supervisione clinica, e una maggiore strutturazione e riconoscimento contrattuale del ruolo dello psicologo penitenziario.
È necessario andare nella direzione di attuare politiche volte a favorire processi di decarcerizzazione e deistituzionalizzazione, favorendo dove possibile le misure alternative e facendo in modo che il carcere sia un luogo che garantisce la dignità individuale e rappresenti un luogo di cura per la salute mentale. Continueremo, come Ordine degli Psicologi, a monitorare la situazione attraverso l’operato del Gruppo di Lavoro della psicologia penitenziaria portando la voce della professione in ogni sede in cui si discute del futuro delle carceri milanesi e lombarde.
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Ilaria Dioguardi
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