Ice individua un potenziale ancora insepresso


L’export italiano continua a dimostrare una sorprendente capacità di tenuta in uno scenario internazionale attraversato da tensioni geopolitiche, nuovi dazi e rallentamento del commercio mondiale. Ma dietro i numeri positivi si nasconde un’opportunità ancora più grande: un potenziale inespresso che potrebbe valere fino a 47 miliardi di euro se un numero maggiore di imprese riuscisse ad affacciarsi con continuità sui mercati internazionali.

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È questo uno dei messaggi più significativi contenuti nel nuovo Rapporto annuale Agenzia Ice, presentato insieme all’Annuario Istat-Ice sull’attività internazionale delle imprese italiane. Un documento che restituisce l’immagine di un sistema produttivo resiliente, capace di crescere anche in una fase caratterizzata da forte instabilità globale.

Dopo aver chiuso il 2025 con esportazioni di merci pari a 643 miliardi di euro, in aumento del 3,3% rispetto all’anno precedente, anche il 2026 si è aperto con un andamento positivo. Nei primi quattro mesi dell’anno le vendite italiane all’estero sono infatti cresciute del 3,2%, mantenendo sostanzialmente lo stesso ritmo dell’anno scorso nonostante le tensioni internazionali legate anche alla crisi nello Stretto di Hormuz.

Numeri che rafforzano l’obiettivo indicato dal ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani, convinto che il traguardo dei 700 miliardi di euro di export entro la fine del 2026 sia ancora raggiungibile.

Il 2026 rappresenta inoltre una ricorrenza simbolica per l’internazionalizzazione italiana: ricorrono infatti i cento anni dell’Agenzia Ice, celebrati alla Camera dei deputati. Un secolo durante il quale il peso delle esportazioni sull’economia italiana è profondamente cambiato. Come ha ricordato il presidente dell’Agenzia, Matteo Zoppas, l’incidenza dell’export sul Prodotto interno lordo è salita dal 12% registrato agli inizi della storia dell’ente fino all’attuale 32,2%, a testimonianza del ruolo sempre più centrale del commercio internazionale nello sviluppo del Paese.

Naturalmente il contesto resta incerto. Le prospettive per il commercio mondiale dipenderanno in larga misura dall’evoluzione delle crisi geopolitiche, in particolare in Medio Oriente. Nello scenario considerato più favorevole, caratterizzato da una progressiva riduzione delle ostilità, il commercio globale di beni dovrebbe crescere dell’1,6% nel 2026, accelerando poi al 2,5% nel 2027.

Dazi Usa, la farmaceutica salva la crescita

Tra gli elementi di maggiore interesse del rapporto emerge la capacità dell’export italiano di assorbire anche l’impatto dei nuovi dazi introdotti dagli Stati Uniti.

Nel corso del 2025 il livello medio dei dazi effettivamente applicati alle merci italiane è salito al 7,6%, rispetto al 2,2% del primo trimestre, fino ad arrivare all’11% nell’ultimo trimestre dell’anno.

Nonostante questo aggravio tariffario, le esportazioni italiane verso il mercato americano sono aumentate del 7,2%. Una crescita che, tuttavia, trova una spiegazione ben precisa: il contributo straordinario del comparto farmaceutico, che ha registrato un incremento delle vendite negli Stati Uniti del 54,1%, favorito anche dagli acquisti anticipati effettuati dagli importatori americani prima dell’entrata in vigore delle nuove misure.

Se si esclude il settore farmaceutico, il quadro cambia sensibilmente. Le esportazioni verso gli Usa mostrano infatti una flessione dell’1,6%, segno che la pressione dei dazi ha effettivamente rallentato gran parte dei comparti manifatturieri italiani.

L’Italia cresce più di Germania e Francia, ma il Mezzogiorno rallenta

Nel confronto europeo, il commercio estero italiano continua comunque a mostrare una dinamica più favorevole rispetto a quella dei principali concorrenti.

Nel 2025 l’export italiano è aumentato del 3,3%, superando la Germania, ferma allo 0,9%, e la Francia, cresciuta del 2,3%, mentre la Spagna ha registrato addirittura una flessione dello 0,5%.

La crescita, però, non è uniforme lungo la Penisola. Il Mezzogiorno rappresenta infatti l’eccezione, con una contrazione delle esportazioni pari all’1,2%, evidenziando come il rafforzamento della presenza internazionale delle imprese meridionali resti una delle principali sfide per il sistema produttivo nazionale.

Sul piano internazionale la quota italiana sul commercio mondiale rimane stabile al 2,8%, in linea con la media dell’ultimo decennio, anche se a prezzi costanti si registra una lieve riduzione.

L’Unione Europea continua a rappresentare il principale mercato di destinazione, assorbendo il 51,3% delle esportazioni italiane. Parallelamente crescono anche diverse aree extraeuropee, con l’America settentrionale in aumento del 6,8%, il Medio Oriente del 7,2% e l’Asia centrale del 6%.

Segno opposto invece per la Cina, dove le esportazioni italiane diminuiscono del 6,6%, penalizzate soprattutto dalla debolezza dei comparti tradizionali del Made in Italy, come tessile, abbigliamento, pelletteria e meccanica.

I servizi accelerano grazie al turismo

Se il commercio di beni continua a rappresentare il cuore dell’export italiano, i servizi confermano una dinamica ancora più vivace.

Nel 2025 gli scambi internazionali di servizi sono cresciuti del 4,4%, raggiungendo un valore complessivo di 148,6 miliardi di euro. Un risultato sostenuto in particolare dal turismo internazionale, che ha beneficiato dell’effetto Giubileo e dell’aumento dei flussi di visitatori stranieri verso l’Italia.

Le imprese esportatrici restano poche, ed è qui che si gioca la partita

Il dato che più richiama l’attenzione riguarda però la struttura del sistema produttivo italiano.

Oggi sono circa 82 mila le imprese che esportano con continuità da almeno tre anni. Pur rappresentando una quota limitata dell’universo imprenditoriale italiano, queste aziende generano da sole il 99% dell’intero export nazionale di beni.

Nel 2025 la crescita delle esportazioni è stata inoltre trainata soprattutto dalle imprese di maggiori dimensioni. Le grandi aziende hanno aumentato le vendite estere del 3%, le medie imprese dell’1,1%, mentre le multinazionali a controllo estero sono cresciute del 2,8% e quelle italiane dell’1,7%. Più difficile, invece, il contesto per le piccole imprese, che continuano a incontrare ostacoli nell’accesso ai mercati internazionali.

Ed è proprio qui che, secondo Ice, si concentra il maggiore potenziale di crescita.

L’Agenzia stima infatti che esista un bacino molto ampio di imprese con caratteristiche dimensionali e livelli di produttività simili a quelli delle aziende già esportatrici, ma che oggi operano quasi esclusivamente sul mercato domestico. Se queste imprese incrementassero anche solo moderatamente la propria propensione all’export, il sistema produttivo italiano potrebbe liberare un valore aggiuntivo enorme.

Secondo le simulazioni del Rapporto, un aumento di appena due punti percentuali del rapporto tra esportazioni e fatturato genererebbe già 7 miliardi di euro di vendite estere aggiuntive. Ma il potenziale complessivo individuato da Ice arriva fino a 47 miliardi di euro, una cifra che rappresenta uno dei principali margini di crescita dell’economia italiana nei prossimi anni.

A favorire questo percorso potrebbero contribuire anche i futuri accordi commerciali negoziati dall’Unione Europea con partner strategici come Mercosur, Australia e India, destinati ad ampliare gli spazi di accesso per le imprese italiane sui mercati internazionali.


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 Cristina Giua

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