Non posso dire di no con la voce. Giovani vite sulla soglia (Progedit, 2026, pp. 186) conferma Angelo Palmieri come una delle voci più attente al disagio giovanile in Italia. Sociologo di formazione e di mestiere, l’autore intreccia lavoro sul campo, frequentazione delle comunità educative e terapeutiche e scrittura saggistica in una tessitura che evita sia l’astrazione accademica sia l’aneddotica consolatoria. La copertina, che riproduce lo “Schiavo ribelle” di Michelangelo, funziona da chiave di lettura: l’immagine di un corpo che tenta di emergere dalla pietra incarna l’idea di una liberazione possibile dai lacci che imprigionano l’esistenza, un invito a vedere nei vincoli non un destino ma una soglia di passaggio.
La metafora è il dispositivo argomentativo che regge il libro. Palmieri lavora soprattutto con l’immagine delle corde e dei nodi: corde che si tendono e si allentano, talora si spezzano, talora trovano un nuovo modo di reggere; nodi che non custodiscono soltanto traumi, ma anche “parole che salvano, legami che rigenerano, gesti gentili che restituiscono dignità”. In questa trama il sintomo non è “un filo tirato”: è il segno di un irrigidimento, il punto cieco in cui un nodo chiede di essere interrogato. Mutare lo sguardo – dal sintomo come scarto patologico alla soglia come chiamata alla relazione – è il movimento concettuale più significativo del volume. È un invito a fermarsi, a sostare accanto ai nodi, a rischiare nuovi equilibri: diventare, parole dell’autore, “custodi e tessitori di legami”.

Il libro radica questa postura etica in una fenomenologia concreta di volti e storie. Nelle pagine centrali scorrono figure che, più che “casi”, sono ritratti morali della nostra contemporaneità: Massimo, vittima di bullismo, che sotto lo sguardo ostile scivola nell’isolamento e in una marginalità precoce; Flora, dieci anni, sospesa tra realtà e immaginazione, con la mente in fuga; Marta, prigioniera di una relazione punitiva con sé; Paola, abitata dalla paura dell’abbandono, che cerca relazioni concrete come approdo; Mariella, sopraffatta dall’ecolalia, in fatica costante nel trovare un proprio registro linguistico; Giovanni, che si sente “fuori tempo” mentre desidera esistere nella propria essenza; Nico, la cui violenza è un grido identitario e una strategia di autoaffermazione; le sorelle Alessandra e Sofia, specchio di due tendenze opposte – iper-responsabilità e invisibilità; Nadia, che dopo la violenza percepisce il mondo come minaccia permanente. Palmieri non psicologizza né riduce: lascia che queste vite “in soglia” rivelino il fondo sociale che le attraversa – una tonalità d’angoscia diffusa, un impoverimento dei legami, una difficoltà collettiva a riaprire il futuro.
Su questo sfondo prende corpo la seconda grande linea del libro: la riflessione sulla parola. Le parole non sono neutre, né lasciano mai le cose come stanno. Esse hanno un’anima e un peso: possono generare legami, restituire dignità, allargare orizzonti oltre sospetti e paure, nutrire una cultura della reciprocità. Abitare le parole – e non soltanto usarle – significa riconquistare la loro dimensione verticale, sottrarle alla deriva che le riduce a “puro suono”. È un tema che l’autore lega a una sapienza antica: la società contadina, capace di nominare attrezzi, piante, tempi, comprendeva che dare un nome è prendersi cura, è comprendere la complessità del reale. Oggi, suggerisce Palmieri, fatichiamo a conservare il senso delle parole, e con esso perdiamo una parte essenziale della nostra capacità di relazione.


Il fuoco teorico del libro è la categoria della cura. Informata dal classico “homo sum, humani nihil a me alienum puto” e come in dialogo con Heidegger, la cura è qui assunta come condizione originaria dell’esserci: co-esistere, con-vivere, costruire il proprio essere in relazione, fare degli altri un valore. Non un gesto opzionale, ma la struttura stessa del nostro “abitare il mondo”. Palmieri ne trae conseguenze pratiche: la cura come farsi carico, come assunzione di responsabilità, come obbligo di attenzione. E propone di riannodare questa categoria alla vita quotidiana, ai luoghi dove “i volti abitano davvero”: strade, piazze, cortili, spazi in cui la realtà si espone nella sua “esplosiva visività”. Riportare la cura lì significa sottrarla all’astrazione e farne una grammatica civile.
La dimensione spirituale ed etica del testo è sorretta da riferimenti che impediscono sia lo spiritualismo sia il tecnicismo. La voce di Giobbe attraversa il libro come controcanto: non nega la durezza del dolore, ma non cede alla convinzione che la vita, pur ferita, non possa nuovamente aprirsi. Quella di Eugenio Borgna richiama a custodire ciò che siamo, a scacciare l’indifferenza, a nutrire una tenerezza non sentimentale ma “energia discreta” capace di proiettare al futuro. Queste risonanze non sono citazionismo: servono a radicare la proposta di Palmieri in una tradizione che tiene insieme sguardo clinico, filosofia dell’esistenza e umanesimo concreto.
Sul piano della scrittura, l’autore sceglie un registro sobrio e figurativo insieme. La metafora centrale delle corde/nodi non è un abbellimento retorico: è una mappa operativa, una lente per leggere e per agire. In più punti, la prosa si fa quasi “manuale implicito” di prossimità: invita a fermarsi accanto alle soglie, a ricucire anziché strappare, a tendere senza spezzare. Alcuni passaggi potrebbero apparire ridondanti a chi cerca il passo serrato del paper accademico, e i rimandi a voci autorevoli – pur chiari – talvolta lasciano desiderare un ancoraggio metodologico più esplicito per lettori tecnici. Ma la scelta di Palmieri è altrettanto chiara: parlare alla comunità professionale e al tempo stesso al cittadino, costruendo un lessico comune della cura.
C’è, infine, un elemento politico – nel senso alto e non partitico – che attraversa il volume. L’autore chiede di non restare “alla finestra ad osservare”, ma di bussare alle soglie dove qualcuno attende il nostro sguardo e la nostra parola; di abbattere frontiere e costruire reti; di fare dell’attenzione (dal latino ad- tendere, tendere verso, ovvero porre la tenda accanto, cioè “dedicarsi con impegno a qualcosa”, “sperimentare il gusto di vivere accanto all’altro”) un’abitudine collettiva. La cura, così intesa, diventa principio d’azione per comunità educanti, servizi sociosanitari, scuole e amministrazioni locali: una grammatica condivisa per non lasciare “nessuno sul ciglio del proprio abisso”.
Nicola Pice è docente di Lettere classiche e dottore di ricerca in Scienze dell’Antichità classica e Storia della tradizione e ricezione
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Daria Capitani
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