C’è chi sogna di diventare meccanico, chi pizzaiolo o elettricista, chi operatore socio-sanitario. Chi ancora non sa cosa farà, ma adesso ha in tasca un primo, indispensabile strumento per farlo: il diploma di licenza media.
È il traguardo raggiunto in queste settimane da Youssef, Rayen, Ahmed, David e Mohamed: alcuni dei ragazzi accolti nelle case famiglia della Fondazione Protettorato San Giuseppe, realtà romana che da oltre cento anni accompagna bambini, adolescenti e giovani in situazioni di fragilità attraverso comunità educative, percorsi di accoglienza e progetti di autonomia.

Arrivati in Italia senza la propria famiglia, alcuni molto recentemente, hanno provenienze e storie diverse, ma in comune hanno il desiderio di costruirsi un futuro che somigli il più possibile a quello che sognavano quando sono partiti dai loro Paesi.
Per questo, hanno preso tutti molto sul serio l’impegno scolastico, con la determinazione che serviva per superare gli ostacoli e le difficoltà.
Alle soglie della maggiore età, hanno frequentato la scuola insieme a ragazzi più piccoli di loro, accompagnati e sostenuti dagli insegnanti, dagli educatori, dai volontari, dai tanti professionisti che li accompagnano nel loro percorso d’integrazione e dal personale scolastico.
«È stato bello non essere solo»: i racconti dell’esame
«Ad accompagnarmi all’esame c’erano due educatrici della mia casa: è stato bello sapere di non essere solo», racconta Youssouf.
L’esame «è andato benissimo», assicura. «Dopo ero felice di avercela fatta. Ho festeggiato con la mia tutrice, che mi ha regalato una maglietta. E poi in casa famiglia ho trovato una sorpresa: una torta gelato che ho condiviso con tutti».
Anche Rayen ha festeggiato in comunità con una torta gelato: «Mi aveva accompagnato all’esame la mia educatrice, era andato bene ed ero super felice», racconta.
Per Amhed il percorso è stato un po’ più difficile: «Ero l’unico ragazzo arabo nella mia classe. Non ho avuto difficoltà particolari e mi sono trovato bene con tutti i professori, solo in alcuni casi ho avuto problemi nella comunicazione. Ne ho parlato con gli educatori e insieme a loro abbiamo deciso di fare più lezioni di italiano. Così ho imparato in fretta e oggi lo parlo e lo capisco bene».
E quel traguardo che sembrava impossibile è stato conquistato: «Sono andato agli scritti insieme agli altri ragazzi, mentre all’orale mi hanno accompagnato l’educatrice e due tirocinanti. È andata molto bene, i professori erano contenti. Dopo mi sono sentito felice e libero. In casa abbiamo mangiato una torta tutti insieme e un dolce egiziano. E poi abbiamo festeggiato con gli educatori e gli altri ragazzi, durante le vacanze che facciamo ogni anno a Lavinio».
Adesso, per tutti loro, è il momento di pensare al futuro.
Youssef vuole «continuare gli studi come meccanico. Voglio andare avanti», afferma deciso.
Amhed non ha ancora progetti chiari. «Adesso sto finendo il mio tirocinio come aiuto cuoco. Sicuramente a settembre ricomincerò a studiare: da grande voglio diventare un Oss», afferma.
Rayen vuole «lavorare come aiuto cuoco e studiare per diventare elettricista o pizzaiolo. Ho tanta voglia di andare avanti», assicura.
Il lavoro sociale dietro i sogni per il futuro
Dietro questa “grande voglia di futuro”, c’è il lavoro quotidiano dei tanti professionisti che hanno fatto squadra intorno a loro. Tra questi, le educatrici che li hanno accompagnati.


Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
«I ragazzi hanno affrontato l’impegno scolastico senza alcuna resistenza», osserva Miriana Bellizio, educatrice del Protettorato. «Non hanno vissuto la scuola come un obbligo ma come una preziosa opportunità di riscatto e di evoluzione personale. Per loro la routine scolastica è diventata un punto di ancoraggio e di stabilità, fondamentale per ritrovare un senso di normalità e iniziare a progettare il proprio futuro».


La sfida più grande, spiegano gli educatori, è stato l’apprendimento della lingua. «Molti ragazzi riuscivano a comprendere ciò che veniva detto, ma facevano fatica a esprimersi. La paura era che a scuola non riuscissero a far emergere le loro reali capacità», osserva Miriana.
Uno dei ragazzi è arrivato in casa famiglia appena due mesi prima della fine dell’anno scolastico. «Era molto preoccupato, perché vedeva allontanarsi l’obiettivo più importante del suo percorso», racconta Lavinia Vattani, referente dell’équipe educativa della casa famiglia. «Insieme abbiamo costruito un piano concreto: potenziamento dell’italiano a casa, supporto dei tirocinanti e frequenza scolastica intensiva, mattina e pomeriggio. Grazie alla sua determinazione e al lavoro di tutta la rete educativa è riuscito non solo ad accedere all’esame, ma anche a superarlo. Una grande gioia per tutti noi».
Un traguardo reso possibile anche dalla grande motivazione dei ragazzi: «Molti di loro hanno già frequentato la scuola nei Paesi d’origine e sanno che lo studio è uno strumento imprescindibile per l’inclusione e la costruzione del proprio futuro», aggiunge Lavinia. «Sono consapevoli che imparare l’italiano e ottenere il diploma rappresentano una chiave per integrarsi nel nostro Paese».
Casa famiglia e scuola, due maglie della stessa rete
E poi c’è il lavoro di rete, indispensabile nell’accompagnamento di questi ragazzi: scuola e casa famiglia devono fare squadra, restare in contatto, guardare nella stessa direzione.
«Le tirocinanti, i volontari e gli educatori aiutano i ragazzi a recuperare ciò che non riescono ad assimilare in classe, mentre il confronto costante con gli insegnanti ci permette di intervenire tempestivamente quando emerge una difficoltà», spiega Marianna Battaglia, educatrice di una delle case famiglia del Protettorato. «Chi fa il nostro lavoro deve non solo avere costanza, pazienza, creatività, ma anche la capacità di lavorare in squadra con i ragazzi, la scuola e tutte le risorse disponibili».
La scuola come scudo
Tutto questo, nella consapevolezza condivisa di quanto la scuola abbia valore nei percorsi di integrazione di questi ragazzi e nelle loro scelte future: «Non solo è uno spazio di socializzazione e inclusione, ma permette ai ragazzi di uscire dall’isolamento e di costruire relazioni», afferma Miriana.
Ancora, «evita che trascorrano le giornate per strada, esponendoli a situazioni di rischio, e favorisce un autentico percorso di integrazione», aggiunge la collega Marianna.
Per Lavinia, «la scuola per loro è uno scudo: imparare una nuova lingua, comprendere il contesto in cui si vive e acquisire strumenti culturali significa poter davvero scegliere chi si vuole diventare».
Foto fornite da Fondazione Protettorato San Giuseppe
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Chiara Ludovisi
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