L’adozione dell’intelligenza artificiale è oggi l’ultima frontiera per la trasformazione digitale delle aziende. Il problema è che l’AI, agentica o meno, non può essere semplicemente forzata all’interno dei processi decisionali, ma va accompagnata da una graduale trasformazione interna. Una delle aziende che si occupa di questo è altermAInd, realtà italiana fondata nel 2024. L’azienda si dà come obiettivo quello di aiutare i propri clienti a integrare l’AI nel proprio tessuto e nella cultura aziendale, non solo nei processi decisionali. Durante l’AI Week della settimana scorsa, la nostra redazione ha incontrato altermAInd per capire la sua visione sul futuro dell’adozione dell’intelligenza artificiale nelle realtà produttive del nostro Paese. Abbiamo quindi colto l’occasione per rivolgere qualche domanda a Filipe Teixeira, suo fondatore e CEO, in questa intervista.
La prima domanda per noi è ormai un classico: ci può raccontare di lei, del suo ruolo in altermAInd e del percorso professionale che l’ha portata a ricoprirlo?
Mi chiamo Filipe Teixeira e vivo qui in Italia ormai da dodici anni. Da più di venti lavoro nel campo della digital transformation, collocandomi tra chi fa tecnologia e chi la utilizza. Sono ingegnere di formazione e ho lavorato in Spagna, in Portogallo, a Londra, nel Benelux e in Germania, prima di arrivare in Italia. Ho gestito i sistemi informativi della banca commerciale di Unicredit per l’Italia, la Germania e l’Austria, e successivamente sono stato il CIO di una banca digitale per le PMI con Corrado Passera.
Dal 2022 ho iniziato a utilizzare l’AI generativa, un ambito a cui mi sono completamente dedicato in questi ultimi quattro anni. Ho creato un’azienda che è uscita dalla divisione ICT della banca e siamo diventati autonomi per portare l’intelligenza artificiale in realtà grandi e piccole.
Come azienda siamo particolarmente interessati a come sta cambiando il rapporto tra l’essere umano e la macchina. Si parla tanto di bolla e si parla tanto di hype, ma io credo, in vent’anni di carriera, di non aver mai visto un evento sottovalutato come la nascita dell’AI generativa. È la prima volta nella storia dell’umanità che non stiamo più delegando l’automazione dei processi o la scalabilità dei sistemi, ma stiamo delegando una parte cognitiva. Non stiamo più chiedendo alla macchina solo di fare, ma le stiamo dando la possibilità di pensare, e questo ridisegna completamente il rapporto tra l’essere umano e i suoi sistemi.
Quindi, per riassumere, lei vede l’intelligenza artificiale come il driver per una nuova generazione di HCI (Human-Computer Interaction, ndr)?
Sì, e non solo. Io credo non solo che la ridefinirà completamente, ma che rivoluzionerà anche le aziende: come si hanno le idee, come si prendono le decisioni, come si progettano i processi e si scelgono le strategie di business. Interagendo con un’intelligenza all’interno dell’organizzazione, questa intelligenza diventa una specie di alter ego dell’azienda. E questo non è solo un rapporto uomo-macchina; è un rapporto tra un’intelligenza fatta di materia organica e un’intelligenza digitale.

Faccio una domanda un po’ provocatoria sulla scia dell’ultima risposta. Cosa funziona meglio secondo lei? Un’azienda con un’intelligenza artificiale CEO e dei dipendenti umani o un’azienda con un CEO umano e degli agenti al posto dei dipendenti?
Secondo me un CEO umano con delle prime linee fatte di persone e un’organizzazione composta da responsabili umani e intelligenze artificiali. La chiave, a mio avviso, risiede nell’empatia, nel gusto e nell’etica. Giudicare se prendere una decisione o meno, oppure valutare l’eccezione rispetto alle regole che una macchina interpreta, è qualcosa che appartiene ancora interamente alla competenza dell’essere umano.
È possibile fare un esempio banale considerando una banca, dove ci sono tante frodi e alcuni clienti ne sono vittime. Probabilmente, le regole della banca stabiliscono che il cliente non debba mai fornire la sua password o la sua identità digitale al telefono, perché in quel caso si tratta sicuramente di una frode. Però le frodi come funzionano? Il frodatore guadagna la fiducia emotiva della persona, e questa gli fornisce tutte le informazioni. Teoricamente, è un comportamento sbagliato da parte dell’utente e la banca dovrebbe essere tutelata.
Ipotizziamo però che la persona sia un pensionato di 92 anni, con 22.000 euro sul conto, e che a causa della frode perda tutto. La banca potrebbe decidere che socialmente, umanamente e anche per un rischio reputazionale, tutelarsi nei confronti del pensionato sia la decisione sbagliata. Quindi i 22.000 euro vanno ridati al cliente, magari sfruttando l’occasione per migliorare i sistemi. Perciò, anche se abbiamo ragione, non facciamo quello che la macchina ritiene giusto fare. Questa componente umana che la macchina non ha, o non può avere oggi, rende fondamentale il ruolo dell’essere umano nel rappresentare l’azienda sul mercato.
Però, chi guarda l’intelligenza artificiale oggi e non è del mestiere, la prima cosa a cui pensa sono le cosiddette allucinazioni. E quando questo succede in banca, dal meccanico o in posta, è l’utente finale che ne fa le spese, senza tutele.
Siamo spesso criticati, in Europa, per la regolamentazione a volte eccessiva. Tuttavia, secondo me, non è mai stato così un vantaggio per l’Europa regolamentare e governare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come con l’AI Act, il GDPR e le altre normative che arriveranno. Perché oggi, ad esempio, l’AI Act non copre direttamente gli agenti AI. Piuttosto, spinge le aziende a sviluppare la tesi e l’antitesi di questi agenti, a metterli alla prova e a garantire l’osservabilità per mitigare il rischio.
Negli ultimi cinquant’anni il mondo dell’Information Technology è stato deterministico: dato un input si doveva ottenere un certo output, e quando questo non succedeva era perché c’era un bug nel software. Oggi, l’AI agentica cambia il paradigma e ci sposta su una strategia probabilistica. Di conseguenza, anche il modo in cui testiamo un software e decidiamo di portarlo in produzione nei processi aziendali cambia completamente.
C’è un’area di variabilità all’interno della quale l’agente si muove. La valutazione di questi modelli e di questi agenti, che sono una riformulazione del modo di gestire un sistema informativo aziendale, può avvenire attraverso l’osservabilità e lo stress test dei modelli stessi. Bisogna quindi formare i dipendenti sullo spirito critico, senza dare per scontato che quello che arriva dai modelli sia corretto. C’è quindi tutta una pletora di strumenti che vanno implementati, e se ne stanno occupando anche i fornitori dei modelli. Sono convinto che in futuro le allucinazioni saranno un fenomeno in calo; non dico che spariranno, ma sicuramente diminuiranno.
Un anno fa un utente dava la sua foto a ChatGPT e chiedeva di modificarla aggiungendo il suo nome sulla maglietta; nove volte su dieci il nome era sbagliato. Un anno dopo, questi modelli scrivono software di una qualità assolutamente strepitosa. Non dobbiamo essere pronti a quello che la tecnologia è adesso, ma a quello che sarà tra uno, due o cinque anni, considerando la velocità alla quale si muove.

Qual è il rischio per…
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Dario Maggiorini
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