Tra Calabria e Provincia autonoma di Bolzano la distanza nel tasso di occupazione sfiora i trenta punti. I dati europei del 2025 mostrano che non è soltanto lo scarto fra due territori: è il segno più evidente della disuguaglianza regionale che distingue l’Italia dal resto dell’Unione.
Il dato riguarda le persone tra 20 e 64 anni e descrive una distanza difficile da ridurre: nel 2025, secondo Eurostat, in Calabria lavorava il 50,3% dei residenti in quella fascia d’età; nella Provincia autonoma di Bolzano l’80,0%. Sono 29,7 punti percentuali di differenza dentro lo stesso Paese. In mezzo non c’è soltanto una graduatoria regionale, ma una diversa possibilità di trovare lavoro e di mantenerlo nelle varie parti d’Italia. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
La Calabria non è un caso isolato. La Campania si ferma al 50,8%, la Sicilia al 51,4%: insieme figurano tra le regioni con i tassi di occupazione più bassi dell’Unione europea. È importante, però, distinguere «tra i più bassi» da «i più bassi in assoluto»: nel 2025 la regione francese di Mayotte era al 36,9% e la Guyana francese al 50,0%. La posizione delle tre regioni italiane resta critica anche senza semplificare il confronto europeo. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Un divario che la media nazionale non mostra
Quando si parla di occupazione, una media nazionale può essere utile per seguire l’andamento dell’economia, ma può nascondere esperienze territoriali molto diverse. Nel 2025 l’Italia presenta la maggiore disparità regionale dell’UE nei tassi di occupazione, misurata da Eurostat con un coefficiente di variazione ponderato per la popolazione del 15,1%. Seguono, a distanza, Romania all’8,0%, Belgio al 7,9% e Spagna al 6,1%. Non significa che in Italia lavori il 15,1% delle persone, né che quello sia lo scarto tra Nord e Sud: è una misura statistica della dispersione dei tassi regionali attorno alla media del Paese. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro; Eurostat, metadati sulle statistiche regionali del lavoro)
Il confronto tra Bolzano e Calabria rende tangibile questa dispersione, ma non la esaurisce. Il coefficiente tiene conto dell’insieme delle regioni e del peso della loro popolazione: non è costruito prendendo soltanto il valore massimo e quello minimo. Per questo i due indicatori rispondono a domande diverse. I 29,7 punti dicono quanto siano lontani gli estremi italiani nel 2025; il 15,1% permette di confrontare la disuguaglianza territoriale italiana con quella degli altri Stati membri secondo lo stesso metodo. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro; Eurostat, metadati sulle statistiche regionali del lavoro)
C’è poi una precisazione decisiva per leggere correttamente i numeri: il tasso di occupazione indica la quota di persone occupate rispetto a tutta la popolazione della fascia d’età considerata. Non è il tasso di disoccupazione, che prende come riferimento la forza lavoro. Chi non lavora e non cerca attivamente un impiego non viene contato tra i disoccupati, ma resta nella popolazione sulla quale si calcola il tasso di occupazione. Guardare soltanto alla disoccupazione rischierebbe quindi di lasciare fuori una parte della difficoltà che emerge dai dati del Mezzogiorno. (Eurostat, metadati sugli indicatori della rilevazione sulle forze di lavoro)
L’Europa avanza, ma non allo stesso passo
Il contrasto è più netto se si allarga l’inquadratura. Nel 2025 il tasso di occupazione dell’UE nella fascia 20-64 anni ha raggiunto il 76,1%, il valore più alto della serie considerata da Eurostat, iniziata nel 2009. È ancora sotto l’obiettivo europeo di almeno il 78% entro il 2030, ma se ne trova a 1,9 punti. Calabria, Campania e Sicilia distano invece dal valore medio europeo rispettivamente 25,8, 25,3 e 24,7 punti. Sono differenze tra tassi riferiti allo stesso anno e alla stessa fascia d’età, non previsioni sul tempo necessario a colmarle. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Già nel 2025 115 regioni UE su 244 avevano raggiunto o superato la soglia europea del 78%. All’altro capo della distribuzione, 64 regioni erano sotto il 74%: undici si trovavano in Italia, concentrate quasi esclusivamente nel Centro e nel Sud. La Provincia autonoma di Bolzano aveva superato la soglia del 78%, mentre il Lazio, con il 69,3%, rientrava tra le regioni sotto il 74%. La frattura italiana è dunque marcata, ma non coincide perfettamente con una linea netta tracciata tra due blocchi uniformi. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Anche il confronto con il 2024 richiede attenzione alle date. Allora Eurostat registrava il 48,5% in Calabria, il 49,4% in Campania e il 50,7% in Sicilia. Rispetto a quei valori, i tassi del 2025 risultano più alti rispettivamente di 1,8, 1,4 e 0,7 punti percentuali. È un miglioramento dei tre indicatori, non la prova che il divario sia stato superato: tutte e tre le regioni restano attorno alla metà della popolazione tra 20 e 64 anni occupata. Confondere i dati del 2024 con quelli del 2025 renderebbe meno chiara sia la progressione sia la distanza ancora da percorrere. (Eurostat, dati regionali sull’occupazione nel 2024; Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Il peso della mancata occupazione femminile
La partecipazione delle donne è una delle chiavi più importanti per capire perché i tassi complessivi restino bassi. Nel 2025, in tutta l’UE, lavorava il 71,2% delle donne tra 20 e 64 anni, contro l’80,9% degli uomini: uno scarto di 9,7 punti. In nove regioni europee il tasso femminile era inferiore al 50%; cinque erano nel Mezzogiorno italiano: Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata. Questo non riduce il problema occupazionale a una sola componente, ma mostra quanto sia difficile innalzare il dato generale senza ampliare le opportunità di lavoro per le donne. (Eurostat, *Regions in Europe – 2026 edition*)
Nelle tre regioni al centro del confronto lo scarto tra tasso maschile e femminile è particolarmente ampio: 28,2 punti in Campania, 28,1 in Sicilia e 25,4 in Calabria, rispetto ai 9,7 punti dell’UE. In Puglia arriva a 28,7 punti. Eurostat richiama, tra i fattori che possono ostacolare l’occupazione femminile, la distribuzione diseguale del lavoro di cura non retribuito, l’accessibilità dei servizi per l’infanzia, la segregazione professionale e possibili disincentivi per il secondo percettore di reddito. Sono chiavi di lettura generali: questi dati, da soli, non misurano il peso specifico di ciascun fattore in Campania, Sicilia o Calabria. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Ne deriva un’indicazione utile anche per valutare le politiche del lavoro. Un aumento del tasso totale è un progresso, ma non dice automaticamente chi ne beneficia. Se la partecipazione femminile resta distante da quella maschile, una parte rilevante del potenziale occupazionale continua a non tradursi in lavoro. Servono quindi letture disaggregate per genere, oltre alla verifica del dato complessivo: altrimenti un miglioramento medio può convivere con una disuguaglianza persistente. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Dalla scuola al primo impiego: un’altra distanza
Lo scarto territoriale compare anche nel passaggio dalla formazione al lavoro. Eurostat rileva che, nel 2025, tra i 20-34enni che avevano concluso di recente un percorso di istruzione secondaria superiore, post-secondaria o terziaria, il tasso di occupazione era del 46,3% in Calabria e dell’89,5% nella Provincia autonoma di Bolzano. Il dato europeo per questo gruppo era dell’83,0%. Qui la popolazione osservata è diversa da quella del tasso generale 20-64 anni: i valori non vanno sovrapposti, ma raccontano quanto possa cambiare, a seconda del territorio, l’ingresso nel mercato del lavoro dopo gli studi. (Eurostat, *Regions in Europe – 2026 edition*)
La distinzione conta perché evita una scorciatoia frequente: attribuire l’intero divario occupazionale soltanto alle qualifiche dei lavoratori. Le competenze sono importanti, ma la possibilità di utilizzarle dipende anche dalle opportunità disponibili. Nell’analisi regionale Eurostat osserva che molte aree con bassa occupazione sono rurali, scarsamente popolate o periferiche e che, in contesti di questo tipo, le opportunità possono essere limitate anche per persone con competenze intermedie e alte. È una descrizione di un insieme di territori europei, non una diagnosi identica per ogni provincia del Sud. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Un altro dettaglio aiuta a non confondere gli indicatori. Nel 2025 Eurostat segnala, tra le persone di 25-64 anni con istruzione secondaria superiore o post-secondaria non terziaria, un tasso di occupazione del 56,0% in Calabria e del 59,2% in Campania. Sono valori calcolati su un gruppo selezionato per età e titolo di studio, dunque non confrontabili direttamente con il 50,3% e il 50,8% dei rispettivi tassi generali. Mostrano però che la difficoltà non scompare semplicemente restringendo l’osservazione a chi possiede un livello intermedio di istruzione. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Che cosa misurare oltre alla prossima percentuale
Il quadro del 2025 non autorizza a descrivere il Mezzogiorno come immobile: rispetto al 2024 Calabria, Campania e Sicilia registrano aumenti. Non autorizza neppure a scambiare questi aumenti per una convergenza già compiuta. La misura più immediata resta quella tra i due estremi italiani, 50,3% contro 80,0%; quella più ampia è una dispersione regionale che, secondo Eurostat, rimane la più elevata dell’Unione. Entrambe servono, purché non vengano trattate come se fossero lo stesso indicatore. (Eurostat, dati regionali sull’occupazione nel 2024; Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro)
Per capire se la distanza si sta davvero riducendo, il prossimo dato annuale andrà letto insieme a quelli sulla partecipazione femminile e sull’accesso al lavoro dopo gli studi. È lì che il confronto diventa più utile per chi vive nei territori: non soltanto sapere se la percentuale sale, ma verificare se si allargano le possibilità concrete di entrare e restare nell’occupazione. Il 2025 consegna un segnale di crescita nelle tre regioni, ma anche una misura precisa della sfida: in Calabria, Campania e Sicilia, circa una persona su due tra 20 e 64 anni risulta occupata. (Eurostat, statistiche regionali sul mercato del lavoro; Eurostat, *Regions in Europe – 2026 edition*)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l'articolo completo clicca sul seguente link



