TRENTO. Una porta di legno, la stessa di cinquant’anni fa. È forse il simbolo più semplice e più potente della nuova vita del Punto d’incontro di via Travai. Dopo mesi di lavori e una riqualificazione da oltre un milione di euro, la struttura riapre con spazi ripensati, servizi organizzati, luoghi per l’ascolto, l’orientamento e l’accompagnamento delle persone più fragili.
Il cuore originario dello spazio fondato nel 1979 da don Dante Clauser torna a pulsare per accogliere un vero e proprio crocevia di persone che provengono da ogni parte del mondo continuando a custodire l’intuizione originaria di don Dante, quella di “essere amico di coloro che non hanno amici”.
“Le origini sono il nostro futuro”, ha sottolineato Mattia Civico, direttore del Punto d’incontro. “Noi abbiamo il compito di essere fedeli alla traccia lasciata da don Dante, senza dimenticare che nel frattempo il mondo è cambiato e con esso sono cambiate anche le persone che arrivano qui”.
Quasi 50 anni di storia, da quel 1977 quando don Dante Clauser decide di lasciare la parrocchia di San Pietro a Trento condividendo per un periodo la vita in strada con chi era senza un posto dove dormire. Da qui la decisione di avviare l’esperienza nella casa di via Travai per offrire risposte ai bisogni primari delle persone attraverso un semplice invito a pranzo “siediti e parliamo”. Una storia da allora ad oggi fatta di persone e di relazioni che ha saputo crescere, adeguarsi ai bisogni che ci presenta il tempo ed evolvere dall’idea originaria messa in campo senza mai dimenticarla.
“Quando noi pensiamo a dove si incontra l’anima di questa città possiamo risponderci che la incontriamo e la vogliamo incontrare in questa casa. Questo edificio da tanti anni è testimone di una volontà, quella di dare dignità alle persone. Riconoscerle e conoscerle senza giudicare e andandogli incontro” ha affermato il sindaco Franco Ianeselli.
Per il sindaco, l’accoglienza non è soltanto una questione sociale, ma riguarda anche la sicurezza della città: conoscere le persone, entrare in relazione con loro e non lasciarle ai margini significa anche costruire condizioni di maggiore sicurezza. “Incontrare queste persone ci aiuta a produrre sicurezza” ha spiegato.
Il recupero di via Travai è stato possibile grazie alla collaborazione tra Comune e Provincia, all’utilizzo dei fondi Pnrr, all’impegno economico aggiuntivo messo in campo dall’amministrazione comunale e a una chiara volontà comunale.
Attorno alla sede del Punto d’incontro, negli ultimi anni, non sono mancate discussioni e ipotesi di trasferimento, anche temporaneo. “All’inizio – ha spiegato il sindaco Franco Ianeselli – si era parlato anche dell’area delle ex Bellesini. Un’ipotesi che aveva suscitato una raccolta firme e acceso il confronto in città”. Un’area sulla quale, nel frattempo, il Comune ha investito 6 milioni di euro per la realizzazione del futuro ostello dei lavoratori.
“A seguito di un’interlocuzione – ha proseguito Ianeselli – è emersa poi l’ipotesi di Casa Sant’Angela, in via Giusti. Un’intuizione che si è rivelata importante e che ci ha permesso di rinnovare questi spazi all’interno di un progetto che oggi coinvolge anche le ex Orsoline”. La scelta dell’amministrazione, condivisa con la Provincia, è stata quindi quella di investire 5 milioni di euro per l’acquisto di Casa Sant’Angela, che resterà collegata alla rete del Punto d’incontro.
Nel 2022 il Punto d’Incontro offriva 109 pasti al giorno e attualmente ne distribuisce in media 250 con punte che possono arrivare anche a 280. Numeri che mostrano come la riqualificazione degli spazi non debba essere confusa con la soluzione del problema. Perché mentre si inaugurano locali nuovi, il sistema dell’accoglienza continua a fare i conti con una pressione crescente.
“Per molti ospiti che abitano questi spazi – ha spiegato il direttore Mattia Civico – è l’unica casa che hanno ed è qui che portano la loro forza, la loro capacità di resistere, la loro fatica, l’angoscia ma anche tutta l’umanità di persone spesso non viste e spesso non considerate”. Un luogo, il Punto d’Incontro, ha spiegato ancora Civico, che oltre a dare servizi come un pasto o una doccia, offre rispetto e cordialità ed ora anche formazione, addestramento professionale e avvio all’occupazione.
Mattia Civico, il sistema di accoglienza in Trentino è cambiato. Nei prossimi mesi avremo anche la chiusura della residenza Ferina. Ci sono dei contraccolpi nella bassa soglia?
Difficile da valutare ora ma facile da prevedere. La dinamica di progressiva riduzione dei posti in accoglienza straordinaria è già da qualche anno che ha i suoi effetti non solo sul Punto d’incontro ma su tutto il sistema della bassa soglia. Basta pensare al numero di pasti che nel corso di pochi anni è raddoppiato. Questo ci racconta che la riduzione dell’accoglienza produce maggiore marginalità e noi sappiamo che questa causa anche un aumento della devianza. Le nostre condizioni di lavoro sono cambiate. I numeri sono cresciuti e la pressione sul sistema di bassa soglia è aumentata. Abbiamo cercato in questi anni, e continuiamo a farlo, di tenere aperta la porta. Abbiamo considerato ogni persona, senza dimora, in quanto persona e non in quanto titolare di una o altra posizione giuridica.
Rispetto all’origine cosa è cambiato nel Punto d’Incontro nel corso degli anni?
È cambiato soprattutto nei numeri e nella tipologia delle persone che accedono. Non è cambiata, invece, la nostra propensione originaria di offrire oltre un pasto un posto. Don Dante diceva “offriamo un invito a pranzo ma soprattutto rispetto e cordialità”. Noi cerchiamo di conservare questo mandato originario.
Lei è stato consigliere provinciale e conosce la politica locale e anche nazionale. È preoccupato dell’avanzata della Destra in Italia e in Europa?
Io, proprio per l’esperienza politica pregressa, ho sempre grande rispetto degli elettori e poi la politica esprime concretamente quell’indirizzo. Sono abbastanza laico da questo punto di vista. Quello che davvero mi preoccupa è l’aumento dell’individualismo e dell’insensibilità e della ridotta capacità di percepire e comprendere i bisogni dell’altro.
La nostra è una terra di solidarietà, di accoglienza, esprime i valori dell’Autonomia anche nella capacità di essere una terra aperta e solidale. Sono preoccupato se perdiamo questa vocazione.
Si è persa un po’ in questi anni?
A guardare i macro dati, sì, questa spinta si è indebolita. Ma se guardo dall’altra parte, al numero dei volontari che abbiamo, al modo di lavorare degli operatori e alle tante persone che sostengono il Punto d’Incontro, penso che il nucleo fondamentale ci sia ancora. Va però coltivato: bisogna continuare a relazionarsi, a parlare, a prendersene cura e a considerarlo una risorsa. Il rischio è di sfiancare queste persone anche attraverso scelte di contesto come quelle che stiamo vedendo. Ed è allora che si corre davvero il pericolo che il nostro territorio si inaridisca.
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