La deglobalizzazione sta ridisegnando l’economia mondiale e potrebbe aprire una delle fasi più ricche di opportunità di investimento degli ultimi decenni. È questa la tesi portata da Richard Bernstein, global Head of Macro and Customized Investing di Janus Henderson Investors, nel suo intervento all’Investment Summit 2026 della società di gestione statunitense, secondo cui gli investitori continuano in larga parte a costruire i portafogli sulla base di un paradigma che sta progressivamente perdendo validità: quello della globalizzazione, della disinflazione e della leadership azionaria guidata da pochi titoli.
“Il ventaglio delle opportunità di investimento non è mai stato così ampio nel corso della mia carriera”, ha affermato Bernstein. Entrato nel gruppo nel 2026 con l’acquisizione di Richard Bernstein Advisors, società da lui fondata nel 2009, Bernstein è stato in precedenza Chief Investment Strategist di Merrill Lynch.
Per oltre trent’anni, ha spiegato, l’apertura dei mercati e l’aumento della concorrenza hanno esercitato una pressione al ribasso sui prezzi. Globalizzazione significava infatti maggiore competizione, delocalizzazione della produzione e ricerca continua di efficienza e riduzione dei costi. “Trent’anni di crescente concorrenza hanno prodotto trent’anni di disinflazione”.
Ora, con la deglobalizzazione, questa dinamica sta andando nella direzione opposta. La progressiva chiusura dei mercati, la ricostruzione delle catene produttive domestiche e la minore concorrenza internazionale stanno restituendo alle imprese maggiore potere di determinazione dei prezzi. Secondo Bernstein, siamo entrati in una fase di “inflazione secolare”: non necessariamente inflazione molto elevata, ma un livello strutturalmente superiore a quello a cui gli investitori si sono abituati negli ultimi decenni.
In questo quadro anche il target del 2% delle banche centrali potrebbe risultare sempre meno rappresentativo del nuovo equilibrio. La questione centrale per gli investitori, però, non è stabilire se l’inflazione futura sarà al 3%, al 3,5% o al 4%, quanto riconoscere che molti portafogli sono ancora costruiti per un mondo caratterizzato da inflazione persistentemente bassa.
A sostegno della sua tesi Bernstein ha richiamato anche l’evoluzione delle aspettative delle imprese statunitensi sulla capacità di aumentare i prezzi. Durante gli anni della globalizzazione il pricing power delle aziende si era fortemente ridotto, mentre dall’avvio della nuova fase di deglobalizzazione è tornato a crescere. “Le società hanno oggi più potere sui prezzi rispetto a cinque, dieci o quindici anni fa”, ha osservato.
Un cambiamento che non riguarda soltanto energia o materie prime. Bernstein ha infatti sottolineato l’aumento dei prezzi delle importazioni core negli Stati Uniti rispetto all’inflazione domestica, un segnale che a suo giudizio suggerisce come la pressione sui prezzi abbia radici più profonde e non possa essere ricondotta esclusivamente agli shock energetici.
Alla trasformazione del regime inflazionistico si aggiunge poi il tema del debito pubblico americano. Bernstein respinge l’idea di un improvviso “day of reckoning” per gli Stati Uniti: il problema, a suo avviso, è piuttosto un deterioramento lento e progressivo che da anni aumenta il costo del capitale dell’economia americana.
Il confronto tra i rendimenti dei Treasury decennali e quelli dei Bund tedeschi mostra, secondo Bernstein, l’emergere di un premio al rischio sui titoli statunitensi dopo la perdita della tripla A degli Stati Uniti. Un costo che si trasmette all’intera economia perché Treasury, mutui, obbligazioni societarie e prestiti rappresentano punti di riferimento per il pricing del credito. “È un lento drenaggio che pesa continuamente sull’economia americana”.
Ma è soprattutto sull’azionario che Bernstein vede il maggiore scollamento tra percezione degli investitori e opportunità effettive. L’idea che gli Stati Uniti siano l’unico mercato in grado di offrire crescita sarebbe, a suo giudizio, semplicemente sbagliata.
Per un investitore azionario, ha ricordato, ciò che conta non è tanto la crescita del PIL quanto quella degli utili societari. E sotto questo profilo le opportunità globali sarebbero molto più numerose di quanto suggerisca la forte concentrazione dei portafogli sugli Stati Uniti.
Analizzando le società quotate mondiali per le quali è prevista una crescita degli utili a cinque anni superiore al 25%, Bernstein individua oltre 200 aziende. Il dato più significativo è che circa il 75% di questo universo di titoli “super growth” si trova fuori dagli Stati Uniti.
“Abbiamo sempre saputo che le società non statunitensi erano più economiche e offrivano dividendi più elevati. L’obiezione era che mancava la crescita. Ora la crescita c’è”, ha sottolineato.Una dinamica che apre anche una riflessione sul tradizionale portafoglio 60/40. Bernstein non ne decreta la fine: in una futura recessione, i bond potrebbero continuare a svolgere il loro tradizionale ruolo di diversificatore rispetto all’azionario. Ma l’attuale estrema concentrazione dei mercati sta facendo emergere un fenomeno insolito: “le azioni possono diversificare le azioni”.
Bernstein richiama a questo proposito il precedente della bolla tecnologica. Dopo il picco del Nasdaq, furono necessari circa 14 anni perché chi aveva investito sui massimi recuperasse le perdite. Eppure, nello stesso periodo, segmenti come small cap, energia e mercati emergenti offrirono rendimenti molto positivi.
La domanda diventa quindi se il mercato possa trovarsi nuovamente alla vigilia di una fase in cui la debolezza dei titoli che hanno concentrato gran parte dei rendimenti degli ultimi anni non comporti necessariamente un decennio negativo per tutto l’azionario.
“Se quei sette, dieci, ventotto o cinquanta titoli non dovessero fare bene nei prossimi dieci anni, non significa che non si debba investire in azioni. Significa che potrebbero esserci altri temi capaci di offrire risultati molto interessanti”.
La trasformazione sarebbe del resto già in corso. Bernstein ha sottolineato come negli ultimi cinque anni l’azionario non statunitense abbia registrato performance superiori al venture capital, ribaltando la relazione osservata nel quinquennio precedente. Un esempio, a suo giudizio, di quanto rapidamente stia cambiando l’universo investibile mentre gran parte degli investitori continua a guardare ai vincitori della precedente fase di mercato.
Il filo conduttore è il passaggio da un’economia globalizzata a un mondo composto da quelli che Bernstein definisce “economic silos”. Se la globalizzazione aveva abbattuto le barriere e aumentato la concorrenza, la deglobalizzazione tende a ricreare ecosistemi produttivi regionali e nazionali, con la necessità di nuovi investimenti in industria, infrastrutture, difesa, energia e tecnologia.
È in questa prospettiva che si inseriscono, ad esempio, il rilancio industriale americano e la crescente ricerca di autonomia strategica europea. Per Bernstein, il tema non si limita alla difesa: riguarda in senso più ampio dove allocare capitale per ricostruire capacità produttiva, ridurre le dipendenze esterne e finanziare nuovi ecosistemi industriali.
Il risultato è un universo di investimento molto più ampio rispetto a quello raccontato dalla concentrazione su intelligenza artificiale e grandi società tecnologiche americane. “Il mondo sta cambiando”, ha concluso Bernstein. E proprio il fatto che molti investitori non abbiano ancora adeguato i portafogli al nuovo scenario rappresenta, nella sua lettura, la principale opportunità dei prossimi anni.
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