Deficit Italia 2025, mancano 1,6 miliardi per scendere sotto il 3%


L’Italia resta osservata dall’Ue. Ecco cosa cambia per la manovra 2027

Ogni anno lo Stato spende più di quanto incassa. Quanto di più per il 2025 lo ha detto l’Istat il 22 settembre 2026, e da quella cifra dipende quante risorse economiche il governo potrà mettere nella prossima legge di bilancio. Il numero che è arrivato non è quello che il governo sperava al punto che il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha ammesso il “rammarico” suo e del governo.

Sarebbero serviti “appena” 1,6 miliardi di euro in meno perché il conto scendesse sotto il 3% del Pil, la soglia fissata dall’Europa. Non ci sono stati e la conseguenza è che l’Italia resta sotto sorveglianza. Come mostra il grafico in apertura, è il sesto anno di fila che superiamo quella soglia e l’ultima volta che è rimasta sotto è stato nel 2019, prima della pandemia.

Che cosa vuol dire deficit

Il deficit, che nelle statistiche si chiama indebitamento netto, è la differenza tra quello che lo Stato incassa in un anno e quello che spende. Nel 2025 lo Stato italiano ha speso 69,4 miliardi di euro più di quanto ha incassato. Il debito è un’altra cosa: è la somma di tutti i deficit in Italia degli anni passati, il totale che resta da restituire.

Il rapporto con il Pil serve a confrontare paesi di dimensioni diverse. Il Pil, prodotto interno lordo, è il valore di tutto quello che un paese produce in un anno: per l’Italia 2.258 miliardi di euro nel 2025. Dire che il deficit vale il 3 per cento del Pil vuol dire che lo Stato ha speso in più tre euro ogni cento prodotti dal paese.

Perché bisogna scendere sotto il 3%

Il 3% è la soglia scritta nel trattato di Maastricht del 1992: chi la supera finisce nella procedura per disavanzo eccessivo, il percorso di sorveglianza con cui la Commissione europea chiede a un paese di rimettere i conti in ordine e di dimostrarlo ogni anno con numeri certificati.

L’Italia ci è dentro dal luglio 2024, per i conti del 2023: quell’anno il deficit in Italia ha toccato il 7,1 per cento del Pil, il più alto dell’Unione europea. Con il dato di oggi la procedura non si chiude, e la prossima verifica slitta ai conti del 2026, cioè alla primavera del 2027.

Uscirne era l’obiettivo dichiarato del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che il 5 agosto 2026, in Parlamento, l’aveva messa così: “Voglio andare a casa uscendo dalla procedura per deficit eccessivo”. Per farlo, però, non bastava il numero dell’Istat: servivano anche la certificazione di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, e il via libera dei ministri finanziari dei Ventisette.

Quanto è mancato per uscire dalla procedura

Un decimo di punto di Pil, nel 2025, vale 2,3 miliardi di euro. È l’unità di misura di tutta la partita: ogni gradino sulla scala con cui l’Europa giudica i conti pubblici costa più di due miliardi. Il deficit del 2025 vale il 3,07 per cento del Pil, un soffio sopra la soglia. Quel soffio, tradotto in euro, fa 1,6 miliardi: è la distanza tra il punto in cui l’Italia si è fermata e il punto in cui sarebbe uscita dalla sorveglianza europea.

Da dove sarebbero potuti arrivare? Dalle voci che l’Istat ricalcola: i crediti d’imposta dell’edilizia, i fondi che i ministeri non hanno speso, le spese finanziate dal Pnrr. Il 2 marzo 2026 una revisione di questo tipo ha migliorato il conto del 2025 di 905 milioni di euro, e il rapporto con il Pil non si è mosso di un decimo. Per far cadere la soglia serviva quasi il doppio.

L’andamento del Pil non è bastato

Un rapporto si può abbassare in due modi: riducendo il numero sopra la riga o aumentando quello sotto. Il numero sotto è il Pil, e anche quello l’Istat lo rivede ogni settembre. Viene naturale pensare che un po’ di crescita in più avrebbe sistemato tutto. Beh, non è così. A parità di deficit sarebbe servito un Pil più alto del 2,4 per cento per uscire dalla procedura d’infrazione. La revisione l’Istat oggi l’ha fatta davvero, e in meglio: la crescita del 2025 sale a +0,6 per cento, un decimo di punto in più della stima precedente. Non poteva bastare, ed era prevedibile: la partita si giocava sulle spese, non sulla crescita.

delle persone con ruoli governativi attorno a un tavolo leggono i bilanci 2025 deficit Pildelle persone con ruoli governativi attorno a un tavolo leggono i bilanci 2025 deficit Pil

Come vanno i conti pubblici italiani

Prima della pandemia i conti italiani erano fermi. Tra il 2015 e il 2019 il deficit ha oscillato tra l’1,5 e il 2,5 per cento del Pil, sempre sotto la soglia europea. Poi il 2020: il deficit è salito al 9,4 per cento, il valore più alto da quando esiste la serie statistica europea. Il fatto è che i conti sono rimasti oltre la soglia del 3% anche dopo, a pandemia finita, e nel 2023 il deficit valeva ancora il 7,1 per cento del Pil.

La ragione ha un nome: superbonus. I crediti edilizi vengono contati nell’anno in cui si fanno i lavori, non in quello in cui lo Stato li paga. Esaurito il grosso del costo del superbonus il deficit è crollato dal 7,1% al 3,4% in un solo anno, il 2024 successivamente la discesa è stata lenta. Troppo lenta.

Il deficit in Italia scende, il debito sale

Eppoi c’è il problema del debito pubblico, atavica palla al piede per l’economia italiana che costa 87 miliardi nel 2025 in interessi. Eppure il deficit in Italia si è dimezzato, ma il debito è salito: nel 2023 era al 133,9% del Pil, nel 2025 è arrivato al 137,1%. Come mai? Perché i crediti del superbonus sono stati contati negli anni dei lavori, ma vengono incassati adesso dai contribuenti, che li usano per pagare meno tasse: i soldi escono dalle casse dello Stato oggi e fanno salire il debito anche se il deficit dell’anno scende. Quello scarto, che l’Istat misura a parte, nel 2025 vale 2,6 punti di Pil: più di tre quarti dell’aumento del debito.

Che cosa cambia per la manovra economica 2027

Uscire dalla procedura non avrebbe portato soldi in cassa, ma avrebbe allargato il margine di spesa con Bruxelles proprio mentre il governo prepara la legge di bilancio per il 2027, l’ultima della legislatura. I soldi in più (per capirci) che l’Italia avrebbe potuto spendere si aggirano sui 34 miliardi ma sarebbero potuti essere destinati solo a energia e RearmEu, il programma militare europeo. E, inoltre, in questo caso, quando si parla di energia si parla si spesa in infrastruttire, non per abbassare la bolletta degli italiani.

Le tasse salgono, il debito resta

Ma c’è un’altra cifra che vale la pena guardare: la pressione fiscale, cioè quanto lo Stato incassa in tasse e contributi ogni cento euro di Pil, nel 2025 è salita al 42,9%, sette decimi di punto in più dell’anno prima. Le entrate sono cresciute, e il deficit in Italia è rimasto sopra la soglia lo stesso.

Il prossimo appuntamento è la primavera del 2027, quando si contano i conti del 2026: la Commissione europea li stima al 2,9 per cento, sotto la soglia, ma a legislatura finita. Intanto resta dov’è la cifra che nessuna revisione sposta: il debito al 137,1 per cento del Pil, tremila miliardi che vanno fatti scendere dentro e fuori dalla procedura europea.

I dati si riferiscono al: 2015-2025

Fonte: Istat, Conti economici nazionali, comunicato del 22 settembre 2026; Eurostat, tavole sulla procedura per disavanzo eccessivo


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