Undici anni di precariato, più abilitazioni e un’idoneità ottenuta al concorso PNRR1. È da questa esperienza che parte la testimonianza di Jenny Pologruto, intervenuta durante una diretta di Orizzonte Scuola dedicata al reclutamento e alla stabilizzazione dei docenti precari.
La docente ha concentrato il proprio intervento soprattutto su tre aspetti: il peso attribuito al servizio maturato, il funzionamento delle riserve nelle procedure di reclutamento e l’incertezza che accompagna ogni anno chi continua a lavorare con contratti a termine.
“Pensavo di poter entrare dalla porta principale”
Pologruto racconta di aver affrontato il concorso PNRR1 con l’aspettativa che l’idoneità potesse rappresentare un passaggio decisivo dopo molti anni trascorsi nella scuola.
“Francamente, avendo partecipato al PNRR1 ed essendo risultata idonea, pensavo veramente di poter entrare finalmente dalla porta principale del mondo della scuola dopo questi anni di precariato“.
La successiva mancata nomina l’ha spinta a rivolgersi direttamente all’amministrazione scolastica per ottenere chiarimenti.
“Nonostante avessi fatto richiesta tramite PEC per capire e avere contezza del motivo per il quale non mi spettasse questa nomina, mi sono sentita dire dall’Ufficio scolastico della mia regione: “Professoressa, lei ha il merito ma non ha le riserve, se non quella dei tre anni di servizio”“.
Un passaggio che Pologruto interpreta come il simbolo di un sistema nel quale il servizio accumulato non riesce ancora a tradursi in una prospettiva stabile.
“Francamente ho detto: viva Dio che non ho altre riserve. Però quanto ancora lo Stato deve guadagnare sulla mia pelle?“.
L’incertezza delle supplenze e le scelte «al buio»
La precarietà, nella ricostruzione della docente, non riguarda soltanto la condizione contrattuale. Incide anche sulla continuità del rapporto con gli studenti e sulla possibilità di programmare il proprio lavoro da un anno scolastico all’altro.
“Questa è un po’ una spada di Damocle che riguarda me, ma anche tanti come me, perché ogni anno c’è l’incertezza. Non possiamo mai dire ai nostri studenti “arrivederci”, perché nel 90% dei casi sappiamo che non sarà così“.
Nel suo intervento Pologruto ha richiamato anche il meccanismo informatizzato utilizzato per l’attribuzione delle supplenze e, in particolare, la scelta preventiva delle preferenze territoriali e delle sedi.
“Non si capiscono neppure tutte le dinamiche strane di un algoritmo che ci manda dove vuole lui, perché spesso facciamo una scelta di preferenze delle scuole, ma la facciamo al buio, senza sapere quali siano le disponibilità e quali siano magari le cattedre libere“.
Da qui la definizione di una procedura vissuta come fortemente incerta: “Diventa sempre un terno al lotto. Quello che mi preme dire è che non siamo numeri, come non sono numeri i nostri ragazzi“.
La proposta: metà assunzioni dai concorsi, metà dalle graduatorie
Pologruto è intervenuta anche come componente del Comitato Precari Uniti, che contesta la reiterazione dei contratti a termine e propone una diversa organizzazione delle modalità di reclutamento.
“Questo sistema di reclutamento noi lo stiamo mettendo un po’ in discussione come Comitato Precari Uniti, tant’è vero che abbiamo fatto anche una petizione parlamentare contro la reiterazione di questi contratti“.
Il punto, per la docente, è il mancato sbocco professionale dopo anni di servizio.
“Altro che tre anni nella pubblica amministrazione: dopo tre anni, dopo tre contratti, si dovrebbe essere sistemati. Invece in questo caso non è così. Siamo ancora in balia degli eventi“.
La proposta avanzata dal comitato è quella di affiancare alle procedure concorsuali un canale di reclutamento fondato sulle graduatorie utilizzate per le supplenze.
“L’appello mio, che è anche quello di tutto il comitato di cui faccio parte, è quello di provare ad avere altre soluzioni, visto che delle possibilità ci sono. Noi proponiamo un reclutamento per il 50% dai concorsi e per il 50% dalle graduatorie dei supplenti“.
Secondo Pologruto, un sistema del genere consentirebbe di attribuire maggiore peso all’esperienza maturata direttamente nelle classi.
“Questo garantirebbe, secondo noi e secondo me, un’equità anche rispetto all’esperienza e al merito. Nelle graduatorie dei supplenti ci sono davvero persone che sono lì dentro da anni e non riescono a uscirne“.
Il nodo delle riserve e il servizio civile
Uno dei passaggi più critici della testimonianza riguarda le riserve previste nelle graduatorie e nelle procedure di reclutamento. Pologruto precisa di non voler mettere in discussione i beneficiari in quanto tali, ma contesta gli effetti che alcuni criteri possono produrre sulle posizioni di chi ha accumulato molti anni di servizio.
La docente cita in particolare la riserva collegata al servizio civile universale e ne sottolinea un problema generazionale.
“Per me è discriminatorio perché ai miei tempi non esisteva questo: non esisteva per le donne e non esisteva neanche che una donna come me, a 40 anni nel 2017, potesse pensare di fare il servizio civile universale“.
Il tema, nella sua lettura, torna ancora una volta al valore riconosciuto all’esperienza professionale.
“I criteri della didattica e della continuità didattica vengono messi sottosopra, secondo me, con tutta questa “riserva della riserva”. Anche l’esperienza dovrebbe essere una riserva, dovrebbe essere veramente ritenuta come un fattore di merito prioritario“.
“L’esperienza dovrebbe essere un fattore di merito”
Pologruto ha quindi richiamato il proprio percorso personale, iniziato già prima dell’ingresso nella scuola e proseguito anche attraverso attività di volontariato.
“Da quando praticamente avevo 16 anni, da adolescente, ho fatto esperienza con i ragazzi a livello di animazione e a livello educativo. Ho seguito un bambino disabile. Non sono specializzata nel sostegno, eppure quando mi tocca farlo lo faccio al massimo dell’impegno“.
La docente è tuttora impegnata come volontaria nella Misericordia del proprio paese. Un’attività che, precisa, non dovrebbe attribuirle alcun diritto di precedenza nelle assunzioni.
“Questo non deve essere il motivo per cui Jenny debba andare prioritariamente a scuola prima di altri o essere nominata prima di altri. Ma forse l’esperienza sì, gli anni trascorsi nelle graduatorie“.
Il riferimento è agli anni di insegnamento accumulati senza che questo abbia prodotto, finora, una stabilizzazione.
La rinuncia ai nuovi concorsi
L’esperienza del PNRR1 ha inciso anche sulla decisione di non partecipare alle successive procedure concorsuali.
“Per scelta — forse contro i miei interessi — non ho più voluto partecipare al PNRR2 e al PNRR3, perché mi sono sentita veramente un po’ arresa al sistema“.
Nelle parole finali della sua testimonianza torna così il tema che attraversa l’intero intervento: il rapporto tra servizio prestato e riconoscimento professionale.
“Vedo che sembra quasi che l’esperienza, l’aver lavorato in una certa maniera per tanti anni senza demerito, non sia un merito“.
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