Tecnologie pulite: l’Europa rincorre la neutralità climatica


La transizione verso la neutralità climatica è diventata una delle sfide strutturali decisive del nostro tempo e un terreno di confronto crescente per la competitività industriale globale. Le tecnologie pulite sono ormai uno dei mercati trainanti dell’economia net zero. La competizione globale vede protagonisti soprattutto Cina, Unione Europea e Stati Uniti, che insieme rappresentano il 77% del mercato.

L’UE è il secondo mercato mondiale per dimensioni, con un valore compreso tra 300 e 320 miliardi di dollari nel 2025, pari a quasi il 30% del totale, e una crescita superiore al 20% annuo dal 2015. Evidenzia ancora importanti punti di forza tecnologici e industriali in segmenti specifici, ma deve affrontare una crescente pressione competitiva e debolezze strutturali nelle catene del valore della produzione di tecnologie pulite più grandi e in più rapida espansione. A segnalarlo è uno studio richiesto dalla Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (ENVI) del Parlamento europeo, che illustra punti di forza e vulnerabilità nella competizione per la transizione energetica e verde globale.

Innovazione nelle tecnologie pulite: i punti forti e deboli dell’UE

Lo studio “Cleantech Innovation, Industrial Decarbonisation and Global Competition” valuta la posizione competitiva dell’Unione Europea nel settore delle tecnologie pulite rispetto a Stati Uniti e Cina. In questa corsa a tre, l’UE mantiene investimenti pubblici significativi in ricerca e sviluppo per le tecnologie energetiche pulite e conserva posizioni rilevanti in termini di brevetti per tecnologie mature e specializzate. Tuttavia, evidenzia un’asimmetria strutturale rispetto all’impegno del settore privato che ne limita la capacità di innovazione. Detto in altri termini: sul fronte dell’innovazione, l’Europa parte da una buona ricerca pubblica ma perde terreno quando bisogna commercializzarla. All’interno dello spazio europeo, la spesa delle imprese rappresenta solo circa il 58% del totale dei finanziamenti UE per ricerca e innovazione, la percentuale più bassa tra le maggiori economie.

La Cina ha accresciuto rapidamente il proprio peso nella R&D aziendale legata all’energia, tanto che le imprese cinesi rappresentano ormai il 42% del totale mondiale. Gli Stati Uniti, invece, mantengono un enorme vantaggio nel venture capital, raccogliendo quasi il 70% degli investimenti globali di venture capital cleantech. I finanziamenti nell’UE dipendono maggiormente dai fondi pubblici e da un numero limitato di grandi operazioni.

Sempre in tema di capacità di fare innovazione, l’UE detiene circa il 20% delle famiglie di brevetti internazionali nel campo delle tecnologie pulite, a fronte del 28% degli Stati Uniti e del 52% della Cina; risulta particolarmente debole nel settore delle batterie, dove la Cina detiene il 79% delle famiglie di brevetti nell’ambito del gruppo delle tre giurisdizioni di riferimento.

Mercato globale delle tecnologie pulite

Il nodo della capacità manifatturiera

La capacità manifatturiera rappresenta, secondo lo studio, il principale freno alla competitività europea nelle tecnologie pulite. Come segnalano gli autori dello studio, le imprese europee mantengono spesso punti di forza nelle fasi a valle – come l’assemblaggio, l’integrazione dei sistemi e l’ingegneria applicativa – ma restano vulnerabili nelle fasi a monte e nei segmenti caratterizzati da forti economie di scala e da una marcata dipendenza dai componenti. Ciò è particolarmente evidente nei settori del fotovoltaico e delle batterie, tra le cleantech più rilevanti. Qui la Cina controlla fasi chiave della catena del valore e la posizione dell’UE è più debole. Lo svantaggio di costo dell’UE rispetto alla Cina è significativo, ma le cause variano a seconda della tecnologia:

  • nel fotovoltaico upstream e nelle pale eoliche pesano energia e lavoro;
  • nei moduli solari e nelle pompe di calore conta la scala;
  • nelle batterie, invece, pesa l’efficienza del processo produttivo.

Questi divari strutturali “sono stati aggravati da una crisi globale della redditività, causata da eccesso di capacità produttiva e calo dei prezzi delle tecnologie”.

La dipendenza dalla Cina

C’è poi un importante elemento di svantaggio dell’UE rispetto alla Cina: la dipendenza europea non riguarda soltanto le materie prime. Nei settori del fotovoltaico, dell’eolico, delle batterie, degli elettrolizzatori e delle pompe di calore, la Cina controlla tra il 60% e l’80% della capacità globale in almeno una fase della catena del valore.

La vulnerabilità europea, dunque, va ben oltre l’accesso alle materie prime: riguarda anche componenti, capacità produttiva e lavorazione degli input strategici.

Un caso particolarmente delicato è l’eolico offshore, dove terre rare e magneti permanenti rappresentano un rischio critico per lo sviluppo tecnologico e commerciale. In questo ambito, pur mantenendo la leadership tecnologica, i produttori europei dipendono dalla Cina per la raffinazione delle terre rare. Il riciclaggio può contribuire alla resilienza a lungo termine, segnala lo studio, ma nel breve periodo non può sostituire la diversificazione, le scorte strategiche e la capacità di trattamento su scala industriale.

Dove l’Europa può recuperare

L’UE, malgrado i diversi punti critici, può ancora recuperare nella corsa sulla leadership nel mercato delle tecnologie pulite. Nell’ambito dell’implementazione industriale, le posizioni competitive sono meno consolidate rispetto al settore manifatturiero, creando un’opportunità per l’UE di rafforzare la propria competitività a lungo termine. Mentre l’elettrificazione del settore automobilistico è sempre più guidata dalla competitività dei costi e trainata dalla Cina, molte tecnologie per le industrie ad alto consumo energetico rimangono in fase pilota o dimostrativa.

Delle 191 tecnologie analizzate per la decarbonizzazione dei settori industriali e automotive, il 41% è ancora in fase pilota o dimostrativa, mentre il 35% vede l’implementazione su larga scala.

Le opportunità competitive dell’UE si concentrano nei settori in cui regolamentazione e creazione di mercati guida possono accelerare insieme la diffusione delle tecnologie a basse emissioni, tra cui l’acciaio a emissioni quasi zero, il cemento a basse emissioni di carbonio, il calore industriale, biomanufacturing e le tecnologie legate alla rete elettrica, comprese le infrastrutture Vehicle to Grid. In molti di questi settori, la finestra competitiva rimane aperta, ma si sta restringendo.

Cina, UE e USA: tre modelli a confronto

Il confronto che emerge dallo studio mette in luce tre modelli differenti di competizione nelle tecnologie pulite. La Cina ha integrato decarbonizzazione e politica industriale, combinando pianificazione, sostegno pubblico e controllo delle filiere strategiche. Gli Stati Uniti conservano un forte vantaggio nella disponibilità di capitali privati, ma attraversano una fase di maggiore incertezza nelle politiche federali. L’UE può contare su un mercato di grandi dimensioni e sul quadro normativo per la decarbonizzazione più articolato, ma fatica a tradurre questi punti di forza in capacità produttiva e scala industriale. La sfida europea si gioca quindi soprattutto nel trasformare innovazione, regolamentazione e domanda interna in investimenti, produzione e filiere più resilienti.

Le raccomandazioni dello studio

Per affrontare questa partita, lo studio formula sette raccomandazioni articolate su quattro livelli di intervento politico:

  1. Finanziamenti per l’innovazione e la crescita
  2. Capacità manifatturiera e industriale
  3. Regole e sviluppo dei mercati
  4. Resilienza strategica e sicurezza della catena di approvvigionamento

Per quanto riguarda i finanziamenti per l’innovazione e la crescita, si raccomanda di riequilibrare il mix di finanziamenti dell’UE per l’innovazione orientandolo verso la mobilitazione di capitali privati e il sostegno alla crescita. Inoltre, l’UE “dovrebbe proteggere e rafforzare la propria leadership nell’innovazione nelle tecnologie pulite di importanza strategica” in cui le posizioni competitive a livello globale rimangono aperte. In particolare, dovrebbe puntare su: elettrolizzatori, eolico offshore, CCUS (acronimo di Carbon Capture, Utilization and Storage, ovvero cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio), pompe di calore, apparecchiature di rete, V2G e biomanufacturing.

Per sostenere la capacità manifatturiera e industriale, occorre affrontare gli svantaggi strutturali in termini di costi attraverso misure differenziate in base alla tecnologia, rafforzando inoltre il sostegno legato alla produzione parallelamente alla creazione di mercati orientati alla domanda.

Sulle regole e lo sviluppo dei mercati si raccomanda di garantire un quadro normativo europeo stabile, credibile e più semplice, senza indebolire i segnali agli investimenti. Serve anche accelerare la realizzazione di infrastrutture europee per il trasporto e lo stoccaggio della CO₂, indispensabili per portare il CCUS su scala industriale nei settori hard-to-abate.

Infine, per salvaguardare la resilienza strategica e la sicurezza della catena di approvvigionamento, lo studio evidenzia la necessità di ridurre le dipendenze strategiche, diversificando gli approvvigionamenti, creando scorte, potenziando il riciclo e rafforzando le partnership con Paesi ricchi di risorse, accompagnando queste misure con uno screening mirato e continuo degli investimenti esteri nei settori critici.

L’UE è in corsa, ma serve intervenire

Il quadro che emerge, quindi, è quello di un’Europa ancora pienamente in corsa, ma con una leadership circoscritta ad alcuni segmenti e sempre più sotto pressione. La sfida, secondo lo studio, non è soltanto continuare a innovare, ma riuscire a trasformare ricerca, regolamentazione e domanda interna in capacità produttiva su scala industriale. È soprattutto su questo terreno che si giocherà la competitività europea nelle tecnologie pulite.


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