Di una città non ricordi l’una o le sette meraviglie. Piuttosto la capacità di rendere queste meraviglie sensate e intellegibili per i propri abitanti e comunità locali.
Una libera parafrasi di quanto scriveva Calvino. Ma anche il senso primo di quello che le Capitali europee della cultura (o ECoC, in inglese) sono diventate nei quarant’anni trascorsi da quando, nel 1985, Atene fu scelta come prima Capitale europea della Cultura.
Oggi, l’iniziativa si prepara a entrare in una nuova fase. Il 10 settembre, la Commissione europea ha presentato la sua proposta per le regole che disciplineranno le ECoC nel periodo 2034-2047, frutto di un intenso lavoro di consultazione e studio portato avanti sia dalla Commissione che da diverse iniziative indipendenti, tra cui quella di Chemnitz 2025 [1], Culture Next (2024), e Eurocities [2].
Si tratta del primo passo di un iter relativamente lungo che chiamerà in ballo Parlamento e Consiglio con l’obiettivo di arrivare all’adozione delle nuove regole entro la fine del prossimo anno, prima che si esaurisca l’attuale ciclo, in vigore fino al 2033.
Il testo può risultare ostico e persino poco incisivo per chi non ha familiarità con il jargon europeo. Ciò nonostante, pur senza rivoluzionare l’impianto dell’azione, la proposta introduce modifiche terminologiche e procedurali dalla valenza politica tutt’altro che secondaria e che – se mantenute nel testo finale – avranno un impatto tangibile sul modo in cui le future città candidate costruiranno e posizioneranno i propri dossier nel processo di selezione.
IN BREVE: COSA È STATA E COSA È OGGI LA CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA
Nata nel 1985 su impulso dell’allora Ministra greca della Cultura Melina Mercouri, la Capitale europea della cultura nasce come iniziativa essenzialmente celebrativa: un modo per mettere in luce la ricchezza culturale delle città europee e, attraverso di essa, dare forma all’idea di un’Europa unita nella diversità. Nei quarant’anni successivi l’azione si è progressivamente istituzionalizzata e trasformata. L’introduzione di una base giuridica europea, di una selezione competitiva e di obiettivi sempre più orientati alla legacy hanno fatto della ECoC non più soltanto un titolo o un anno di eventi, ma un processo pluriennale di sviluppo culturale e urbano, costruzione di capacità locali e posizionamento europeo. Una trasformazione ripercorsa più estesamente in un precedente articolo di Letture Lente, Le Capitali Europee della Cultura compiono 40 anni: quale futuro? (Montalto et al., 2025).
È proprio questa progressiva stratificazione di funzioni e aspettative a rendere particolarmente significativa la revisione oggi in discussione: le nuove regole non devono soltanto aggiornare un programma culturale di successo, ma chiarire che cosa ci si aspetta, oggi, da una Capitale europea della cultura.
OBIETTIVI RINNOVATI, CON ATTENZIONE AL SENSO DI APPARTENENZA
I due obiettivi generali dell’azione restano sostanzialmente invariati: da un lato, valorizzare la diversità delle culture europee e ciò che le accomuna; dall’altro, rafforzare il contributo della cultura allo sviluppo delle città. Ma proprio alla luce della progressiva trasformazione delle Capitali europee della cultura, la proposta sembra voler qualificare con maggiore precisione entrambi gli obiettivi, chiarendo non tanto “cosa” debba fare una ECoC, quanto “in quale direzione” debba farlo.
Sul primo fronte, alla tutela e promozione della diversità culturale europea e dei suoi tratti comuni si aggiungono due riferimenti politicamente significativi: l’obiettivo di accrescere “a European sense of belonging to a common cultural area” e quello di promuovere i valori su cui si fonda l’Unione. Un’aggiunta tutt’altro che neutra, in una fase in cui identità, coesione e valori del progetto europeo sono sottoposti a tensioni crescenti, e che sembra rispondere alla richiesta, avanzata da più parti nel dibattito sul futuro dell’azione, di riaffermarne con maggiore nettezza la ragion d’essere europea.
Anche il secondo obiettivo viene precisato. Il contributo della cultura allo sviluppo delle città viene esplicitamente qualificato come sostenibile e inclusivo. Al tempo stesso, il testo chiarisce attraverso quali dimensioni questo contributo dovrebbe concretizzarsi: arricchire la vita culturale della città e rafforzarne gli ecosistemi culturali e creativi, migliorandone visibilità, diversità e “accessibilità”.
LA DIMENSIONE EUROPEA AL CENTRO
La riduzione dei criteri di selezione, da sei a quattro, “nasconde” una delle proposte più ambiziose. I nuovi criteri riguardano rispettivamente: (1) la strategia di lungo periodo e la legacy, (2) il contenuto artistico e culturale, (3) l’outreach, la comunicazione e i cittadini, (4) la gestione e la capacità di implementazione. Questa nuova configurazione, che risulta dall’accorpamento dei criteri relativi alla gestione e all’implementazione dell’azione nonché dalla “scomparsa” del criterio relativo alla dimensione europea, non rappresenta, però, una mera semplificazione. Si tratta anche e soprattutto di una scelta politica implicita: la dimensione europea scompare infatti come criterio autonomo ma diventa trasversale ai quattro criteri rimanenti.
Un’assenza, dunque, solo apparente, che potrebbe tradursi in un suo rafforzamento: ciascuno dei quattro criteri dovrà essere letto anche attraverso la sua relazione con il progetto europeo. Il collegamento non emerge però con la stessa chiarezza in tutti. Su questo punto, la Commissione intende fornire indicazioni più dettagliate nella nuova guida che accompagnerà le norme una volta adottate – un passaggio che sarà particolarmente importante per capire come questa trasversalità verrà tradotta concretamente nei futuri dossier di candidatura e nella loro valutazione.
Ad ampliare ulteriormente la dimensione europea dell’azione è la proposta di estendere la platea dei Paesi eleggibili. Oltre ai Paesi candidati e potenziali candidati all’adesione all’UE, potranno dal 2034 partecipare anche i Paesi EFTA/SEE e i Paesi terzi associati alla componente Creative Europe – Culture del programma AgoraEU, o ai successivi programmi dell’Unione a sostegno della cultura.
CONDIZIONI LAVORATIVE DEGLI ARTISTI COME PRIORITÀ NON PIÙ NEGOZIABILE
In un contesto europeo in cui il miglioramento delle condizioni di lavoro di artisti e professionisti della cultura ha acquisito una crescente centralità politica, anche le nuove regole delle Capitali europee della cultura fanno proprio il tema.
La proposta interviene su due livelli. Innanzitutto, la Commissione propone che ogni candidatura si fondi su un programma culturale che, oltre ad avere una forte dimensione europea e a rispettare la libertà artistica e la diversità delle espressioni culturali, contribuisca al miglioramento delle condizioni di lavoro di artisti e professionisti culturali e creativi.
Ma il passaggio forse più rilevante è l’inclusione del tema nei criteri di selezione. Il criterio 1 relativo alla capacità della candidatura di contribuire a una strategia di lungo termine richiede infatti lo sviluppo di cooperazioni di lungo periodo tra settore culturale, economico e sociale, “with a particular emphasis on the working conditions of artists”. In altre parole, non basta più dichiarare attenzione al tema: le città candidate sono chiamate a mostrare come intendano tradurlo in capacità, cooperazioni e condizioni strutturali più solide per l’ecosistema culturale locale.
È un passaggio coerente con il più ampio dibattito europeo sullo status e sulle condizioni socio-economiche di artisti e lavoratori culturali. Già nel 2023, il Parlamento europeo aveva chiesto una legge quadro [3] che introducesse, tra le altre cose, forme di social conditionality, collegando l’accesso ai finanziamenti europei al rispetto di condizioni di lavoro eque. Nella stessa direzione va una delle raccomandazioni emerse dalla High Level Round Table on Artists’ Working Conditions [4] del dicembre 2025.
IL DIGITALE COME DIMENSIONE IMPRESCINDIBILE DI CREAZIONE E FRUIZIONE
Un’altra novità significativa riguarda il digitale, che nella proposta non viene trattato come un ambito separato o mero strumento di comunicazione, ma come una componente ormai imprescindibile e trasversale del modo in cui una Capitale europea della cultura costruisce il proprio ecosistema culturale e il rapporto con i pubblici.
Già tra gli obiettivi specifici dell’azione compare infatti quello di rafforzare “the innovation and digital capacity of the local cultural sector”, insieme alla sua capacità di cooperare con altri settori. Questa impostazione trova poi una traduzione più concreta nei criteri di selezione 2 e 3. Sul piano dei contenuti culturali e artistici, alle città viene chiesto di dimostrare la capacità di mettere in relazione patrimonio e forme artistiche tradizionali con espressioni culturali digitali nuove, innovative e sperimentali, favorendo nuove modalità di coinvolgimento tanto fisiche quanto digitali. Il digitale assume inoltre una funzione esplicitamente inclusiva sul fronte della partecipazione. La proposta richiede infatti la creazione di nuove opportunità, “including digital”, per consentire a una platea più ampia di accedere e partecipare alle attività culturali, con un’attenzione particolare a bambini e giovani, persone con disabilità, anziani e abitanti delle aree periferiche.
SOSTENIBILITA, SÌ – MA DI CHE TIPO?
La sostenibilità ricorre più volte nella proposta, contribuendo a qualificare la direzione di sviluppo auspicata per le città. Resta però poco chiaro in quale accezione venga utilizzata: sociale, ambientale, culturale, economica – o tutte queste dimensioni insieme?
Un’ambiguità forse non sorprendente, considerata la difficoltà di affermare una visione condivisa del rapporto tra cultura e sviluppo sostenibile anche nel dibattito sul futuro dell’Agenda 2030. Rispetto al passato, è certamente più riconosciuta l’idea della cultura come dimensione dello sviluppo sostenibile – da cui anche la richiesta, sostenuta in particolare da Agenda 21 per la Cultura, di un Goal 18 dedicato alla cultura. Il dibattito resta tuttavia frammentato e ancora poco incisivo sul piano politico, oltre che tutt’altro che risolto su quello accademico – non una critica, piuttosto un mea culpa.
UN TITOLO PIÙ EUROPEO, MA ANCHE PIÙ VINCOLANTE
La proposta introduce infine anche alcune novità rispetto all’assegnazione e al mantenimento del titolo. Da un lato, rafforza la possibilità di non assegnarlo – o di ritirarlo dopo la designazione – qualora la città non risponda più ai criteri in base ai quali era stata selezionata o non segua il piano di lavoro proposto. Una clausola importante sul piano politico e professionale, perché permette di assicurare che le città coinvolte restino fedeli non sono all’idea progettuale, ma anche ai valori europei e alla capacità di implementazione garantiti al momento dell’attribuzione del titolo e che devono rimanere tali lungo l’intero percorso verso l’anno del titolo.
Dall’altro, viene esplicitamente prevista la possibilità per gruppi di città di presentare una candidatura congiunta. Una scelta pienamente nello spirito di cooperazione europea dell’iniziativa, ma non necessariamente semplice da implementare. Le ECoC si costruiscono infatti su archi temporali molto lunghi, durante i quali amministrazioni e agende politiche possono cambiare più volte, dalla candidatura alla designazione fino all’anno del titolo. Una complessità che cresce con il numero delle città coinvolte e con il conseguente bisogno di coordinamento politico, amministrativo e culturale.
CONCLUSIONI
Nel complesso, la proposta della Commissione sembra andare nella direzione di una maggiore “messa a fuoco” dell’iniziativa, più che di una sua radicale trasformazione. Rafforza alcune priorità, ne rende più esplicite altre e prova a chiarire cosa ci si aspetta dalle future Capitali europee della cultura.
Non tutte le proposte emerse nel corso dell’ultimo anno e mezzo di consultazioni e riflessioni sul futuro dell’azione hanno però trovato spazio nel nuovo testo – o, almeno, non nella forma auspicata.
Tra queste, la proposta di introdurre nel questionario di candidatura una domanda relativa alla predisposizione di un “Piano B” nel caso in cui la città non ottenesse il titolo, così da preservare almeno parte degli investimenti, delle progettualità e delle competenze sviluppate durante gli anni di candidatura. Resta da vedere se questa esigenza troverà comunque spazio nel futuro questionario, come specifica del criterio di selezione 1.
Anche sul fronte della comunicazione, sebbene la proposta contenga indicazioni più chiare rispetto al passato, resta da capire se queste si tradurranno in una maggiore cooperazione tra le risorse – risicate – di DG EAC e quelle più strutturate, e potenzialmente più incisive, di DG COMM.
Poco cambia, invece, sul fronte della valutazione e dell’impatto. Nonostante sia emersa da più parti la necessità di aggiornare il set di indicatori “minimi” richiesti, sviluppato nel 2014, le disposizioni dedicate alla valutazione rimangono sostanzialmente intatte. Un’occasione che si spera non sia del tutto perduta, considerate le riflessioni [5] maturate negli ultimi anni, ma anche il peso che la dimensione europea potrebbe acquisire con le nuove regole – una dimensione che, tuttavia, bisognerà imparare a misurare. Gli indicatori “minimi” attualmente suggeriti dalla Commissione, ad esempio, guardano soprattutto al numero di collaborazioni e coprogettazioni europee, senza rilevare aspetti altrettanto cruciali come le risorse economiche destinate a tali collaborazioni o le competenze che esse contribuiscono a creare localmente. Con indicazioni di questo tipo, non sorprende che solo una minoranza delle Capitali lavori in maniera sistematica sulla dimensione europea durante l’implementazione e che ancora meno provino effettivamente a misurarne portata e risultati, come emerge anche dai rapporti di valutazione delle ECoC più recenti.
Non è stata inoltre del tutto recepita la raccomandazione contenuta nel White Paper di Chemnitz di suddividere il premio Melina Mercouri in due tranche. Le nuove regole prevedono in realtà un doppio pagamento, ma destinando la seconda tranche alla fine dell’anno del titolo, così da garantire risorse per le attività di legacy. Sarebbe invece altrettanto importante anticipare una parte del premio a prima dell’anno ECoC, per accelerare la costruzione del team e l’avvio operativo del progetto mentre si attende l’erogazione dei finanziamenti locali e nazionali che, soprattutto in alcuni Paesi, possono richiedere tempi molto lunghi.
Quella presentata il 10 settembre resta una proposta. Parlamento europeo e Consiglio avranno ora la possibilità di modificarla, rafforzarla – o ridimensionarne alcune delle ambizioni – prima dell’adozione definitiva. Ed è probabilmente proprio lì che si giocherà la partita più importante: decidere non soltanto quali regole dovranno governare le Capitali europee della cultura dopo il 2033, ma quale ruolo l’Europa intenda affidare loro nei prossimi quarant’anni.
NOTE
[1] Chemnitz 2025, White Paper on the future of the European Capitals of Culture, 4 aprile 2025. https://chemnitz2025.de/en/aktuelles/news-detail-page/white-paper-on-the-future-of-the-european-capitals-of-culture-presented-in-chemnitz/
[2] Eurocities proposals for the future of European Capitals of Culture, 16 gennaio 2026. https://eurocities.eu/resources/eurocities-proposals-for-the-future-of-european-capitals-of-culture/
[3] Parlamento europeo, Status of the artist: improve working conditions of artists and cultural workers. https://www.europarl.europa.eu/news/es/press-room/20231023IPR08139/status-of-the-artist-improve-working-conditions-of-artists-and-cultural-workers
[4] Culture Action Europe, Recap of the High-Level Round Table on Artists’ Working Conditions, 12 dicembre 2025. https://cultureactioneurope.org/advocacy/recap-of-the-high-level-round-table-on-artists-working-conditions/
[5] Reforming the European Capital of Culture: A Monitoring and Evaluation Perspective. https://app.onlinesurveys.jisc.ac.uk/s/ljmu/reforming-the-european-capital-of-culture-a-monitoring-and-eval?__cf_chl_tk=px.151PWo0NgCkyjIKMBKYsTausWZVWCDL43qpgv8KY-1789739255-1.0.1.1-xmbcfEFlpmz62wzybZQyj9APgZFjSWW0a6uWdxYM57k
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Culture Next. (2024). Role, impact and the future of European Capital of Culture. https://culturenext.eu/wp-content/uploads/Culture-Next-and-the-Future-of-European-Capital-of-Culture-Headline-Analysis-251124.docx-1.pdf
Montalto, V., Donà delle Rose, C., & Ferrarini, R. (2025). Le Capitali europee della cultura compiono 40 anni: quale futuro? Letture Lente – AgenziaCULT. https://www.agenziacult.it/letture-lente/politiche-per-la-cultura/le-capitali-europee-della-cultura-compiono-40-anni-quale-futuro/
ABSTRACT
On 10 September, the European Commission presented its proposal for a new framework for the European Capitals of Culture (ECoC) for 2034–2047, opening a new chapter in an initiative that has just celebrated its 40th anniversary. While the proposal does not radically alter the ECoC model, it introduces a number of seemingly technical changes with significant political and practical implications. This article examines some of the most relevant ones, including the renewed emphasis on European belonging and values, the mainstreaming of the European dimension across selection criteria, artists’ working conditions, digital capacity and participation, and sustainable and inclusive urban development. It also discusses what remains unresolved or absent from the proposal, from evaluation and impact measurement to the long-term sustainability of investments made by candidate cities. As negotiations now move to the European Parliament and the Council, the new framework offers an opportunity to reconsider not only how future ECoCs will be selected, but what role they should play in the European project over the coming decades.
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