Il modello romeno: strategie statali, sinergie private e fondi europei
In Romania, l’ingresso dell’IA nella scuola avviene attraverso un intreccio articolato di politiche pubbliche, sperimentazioni e sinergie tra il privato e il non profit.
Alla Strategia nazionale per l’IA 2024-2027 si affiancano, nel sistema d’istruzione, un corso opzionale di machine learning per le superiori, l’integrazione delle competenze digitali e dell’IA nei nuovi programmi scolastici e persino un’Olimpiade nazionale di intelligenza artificiale.
Il Ministero dell’istruzione romeno sostiene inoltre varie iniziative del mercato e del terzo settore.Tra queste spicca “Esploratori nel mondo dell’IA” (con Fondazione Vodafone e CyberKnowledge Club), che ha coinvolto centinaia di istituti.
Si affiancano soluzioni tecnologiche mirate: SARO, il tutor IA sviluppato da Digital Nation con Google; LearnMate di Adservio, con Microsoft; e LIVRESQ, nato nella biblioteca digitale EduLib e arricchito con IA generativa.
Accanto a questi interventi pubblico-privati ci sono iniziative nate direttamente dal non profit come AI Generation, curriculum gratuito creato da UiPath Foundation con App Inventor Foundation.
Basato sul quadro UNESCO e attivo nelle scuole dal 2024 – anticipando le linee guida europee –, offre ai docenti materiale pronto all’uso integrabile dalle scuole superiori come materia opzionale, previa approvazione degli ispettorati. Il materiale non richiede competenze tecniche e può essere insegnato indipendentemente dal profilo di studi della classe.
Come spiega Raluca Negulescu Balaci, direttrice esecutiva di UiPath Foundation, la filosofia del programma non è insegnare a usare l’ennesima app, ma sviluppare competenze trasversali: comprendere il funzionamento dei sistemi, valutare le risposte con spirito critico, verificare le fonti e proteggere i dati.
La program manager di UiPath Foundation, Andreea Pănoiu, osserva come gli studenti adottino ogni innovazione con naturalezza: non essendoci soluzioni rapide ed efficaci per impedire loro di fare i compiti con l’IA, l’unica strada è aiutarli a costruire una relazione consapevole con lo strumento.
L’elemento distintivo risiede nell’approccio promosso dall’UNESCO: “Non è la tecnologia a essere al centro, ma l’essere umano”, sintetizza Pănoiu. Un modello concepito per inserirsi nel sistema nazionale e disponibile anche in lingua inglese per poter essere tradotto e replicato all’estero secondo il contesto locale, con licenza Creative Commons.
© UiPath Foundation
Oltre alle iniziative locali, un impulso determinante arriva dai fondi europei del PNRR per infrastrutture, formazione e sperimentazione. In nove scuole pilota – dal piccolo plesso rurale al liceo di prestigiosa tradizione – il progetto “Ecosistemi di gestione dell’apprendimento basati sull’intelligenza artificiale”, sostenuto con un milione di euro, ha tracciato un percorso graduale per rispondere a una domanda fondamentale: non se l’IA debba entrare a scuola, ma come farlo al meglio.
La professoressa Anda Laura Silea, alla guida del progetto, evidenzia come la risposta di studenti e colleghi abbia superato le aspettative. Il percorso è iniziato con la formazione dei docenti ed è proseguito in classe con circa 900 studenti toccando quattro sfere: cognitiva, fisica, emotiva e sociale.
Il progetto ha insegnato a strutturare i prompt, verificare i risultati, individuare allucinazioni o manipolazioni e usare l’IA come stimolo alla creatività. Nella fase finale, gli istituti hanno assimilato la sperimentazione trasformandola in pratiche quotidiane, dai club di lettura ai progetti per la comunità, raccogliendo materiali e prompt in una guida ad accesso libero.
Il cambiamento sta nel passaggio dall’uso “clandestino” dell’IA come escamotage a un impiego consapevole sotto la regia del o della docente.
Le fragilità strutturali: tra analfabetismo funzionale e burocrazia
Al netto del successo di singole esperienze, la frammentazione dei progetti lascia irrisolto il nodo centrale: trasformare buone pratiche isolate in un’alfabetizzazione strutturata e universale.
Gabi Bartic, esperta di educazione e CEO della piattaforma di valutazione BRIO, mette in guardia contro il rischio che la Romania ripeta gli errori commessi con le competenze digitali, limitandosi ad assimilare formalmente i quadri europei e acquistare hardware senza incidere in profondità.
“Abbiamo adottato il quadro delle competenze digitali, ma questo ha davvero aumentato le competenze degli studenti? No”, afferma con schiettezza Bartic. Il punto non è dichiarare l’importanza di una competenza, ma definire chi debba insegnarla, come integrarla nei programmi e con quali criteri valutarla.
L’AI literacy fa riemergere fragilità storiche, dall’analfabetismo funzionale ai divari socio-territoriali. Le linee guida europee puntano sulla capacità di comprendere criticamente i contenuti ma, come osserva Bartic, “se un ragazzo fatica a comprendere un testo scritto, difficilmente saprà formulare un prompt efficace o giudicare l’attendibilità della risposta”.
L’alfabetizzazione all’IA non può prescindere dalle competenze di base: senza comprensione del testo e pensiero critico, la tecnologia rischia di amplificare le disuguaglianze anziché ridurle, esacerbando la frattura con le zone rurali (“il rurale è quasi un’altra Romania, alla quale si continua a non dare una vera possibilità”, spiega Bartic).
Infine, persiste un nodo burocratico: se la formazione sull’IA viene considerata responsabilità di tutti senza essere formalmente assegnata a nessuno, la sua attuazione resta affidata alla buona volontà dei singoli.
Fino a quando l’IA non diventerà parte integrante dei programmi di studio, della formazione dei docenti e dei sistemi di valutazione ufficiali, sottolinea Bartic, rimarrà confinata a progetto pilota. Nella scuola romena, ciò che non è previsto dal curriculum o richiesto agli esami tende a essere considerato marginale: “Se non viene valutato, per molti semplicemente non conta”.
La strategia italiana: norme tardive, fondi PNRR e corsa contro il tempo
Anche in Italia, come in Romania, alle strategie nazionali si affiancano soprattutto progetti isolati: un arcipelago di iniziative che nasce e cresce più in fretta di qualunque regia istituzionale.
Il punto di partenza ha un nome e una data precisi: novembre 2022, quando esce ChatGPT e, come racconta Roberto Castaldo, dirigente scolastico dell’ISIS Europa di Pomigliano d’Arco e fondatore della rete MiaSedu, “gli studenti si sono accorti che c’è la possibilità di fare i compiti a casa senza studiare”. Da quel momento, per quasi tre anni, l’IA entra nelle classi senza che nessuno l’abbia davvero invitata.

Roberto Castaldo – © Roberto Castaldo
La svolta formale arriva il 9 agosto 2025 con il Decreto ministeriale n. 166 (Linee guida per l’introduzione dell’IA nelle scuole), un documento che definisce i principi: approccio incentrato sulla persona, protezione dei dati, contrasto alla dispersione, integrazione trasversale nel curriculum.
La cornice giuridica vera e propria arriva un mese e mezzo dopo con la legge 132 del 2025 (in vigore dal 10 ottobre 2025) che recepisce l’AI Act europeo. Paolo Odasso, formatore per Sloweb, inquadra così l’operazione: “Le linee guida italiane si sono mosse cercando di recuperare un ritardo… l’intelligenza artificiale nelle scuole esiste già, il problema era in qualche modo regolamentare i comportamenti”.
Il 90 per cento degli studenti la usa, ricorda Odasso, e anche gli insegnanti, spesso in modo non dichiarato: il rischio è un uso non guidato da criteri didattici, che produce un impoverimento cognitivo anziché un vantaggio.
Il 27 marzo 2026 il Ministero dell’istruzione e del merito pubblica l’avviso che mette a disposizione 100 milioni di euro di fondi PNRR – con una riserva del 40 per cento per il Sud Italia – per costituire “snodi formativi territoriali” sull’uso dell’IA: fino a 50mila euro per scuola per le prime 2mila candidature ammesse su circa 4mila istituti.
Gianni Garbarini, di Sloweb, descrive una macchina amministrativa che corre più veloce delle scuole: “Gli uffici scolastici regionali non sono stati minimamente coinvolti, è stata una cosa fatta direttamente in fretta e furia dal Ministero”. I tempi sono strettissimi: bando uscito sei giorni prima di Pasqua, chiuso il 17 aprile, con le prime candidature arrivate nel tardo pomeriggio dello stesso giorno di pubblicazione.
Castaldo è ancora più netto: “Il tempismo è da folli, perché dobbiamo concludere tutto entro il 31 dicembre. Se la formazione deve essere completata necessariamente entro questa data, è evidente che la qualità rischia fatalmente di risentirne”.
La corsa contro il tempo ha favorito la nascita di aziende e siti web pensati per intercettare le scuole alla ricerca di formatori, dando vita a un mercato costituitosi “da un giorno all’altro”. La rendicontazione finale, ricorda Castaldo, sarà “un aspetto burocratico-amministrativo, non didattico”: firme su una piattaforma, più che una verifica dell’effettiva ricaduta della formazione in classe.
Iniziative dal basso, paure dei docenti e sfide future
In questo spazio sono cresciute realtà come Sloweb e MiaSedu. Sloweb, con gli istituti storici della Resistenza, ha proposto all’USR Piemonte un corso gratuito di educazione civica digitale e uso critico dell’IA: oltre duecento insegnanti iscritti e ora una seconda annualità per portare il lavoro nelle classi.
“Non possiamo far finta di niente”, sintetizza Garbarini. MiaSedu nasce nel febbraio 2024 dall’iniziativa di colleghi della scuola di Castaldo, che scrivono un manifesto e un codice etico sull’uso dell’IA; oggi la rete conta 220 istituti in tutta Italia con un dirigente e un docente referente.
Questa vitalità dal basso non elimina però la confusione normativa. MiaSedu fa propri l’AI Act europeo, la legge 132 del 2025 e le indicazioni AGID, ma non le linee guida ministeriali, che – spiega Castaldo – “non hanno nessun valore normativo”, con il rischio che i dirigenti le trattino come norme cogenti: “Il fatto che le linee guida siano uscite prima della norma aumenta tutto questo caos”.
Sul fronte degli insegnanti, la parola chiave è paura: “la stessa di quando i greci vedevano un fulmine e chiamavano Zeus”, il timore di chi non conosce lo strumento e lo percepisce come una minaccia, spiega Castaldo.
La proposta dei formatori è trasformare l’IA in un “copilota”, per liberare tempo dal lavoro ripetitivo e spostare la valutazione dal prodotto scritto al processo che lo ha costituito.
Resta una disuguaglianza territoriale, che il bando prova ad arginare riservando il 40 per cento dei fondi al Mezzogiorno, ma che una singola misura non colma. Senza una regia duratura, l’alfabetizzazione all’IA rischia di dipendere ancora dall’entusiasmo di pochi docenti motivati.
Castaldo lo dice pensando alla propria scuola, ospitata in un condominio senza palestra ma inserita fra le dieci scuole più innovative al mondo nel 2023 e partner del progetto Schools+ dell’OECD: “proprio perché la nostra situazione strutturale è così carente siamo i primi a doverci muovere con una velocità ancora più elevata nell’innovazione”.
Il tempo gioca contro la lentezza istituzionale: tanto in Romania quanto in Italia, la tecnologia avanza molto più rapidamente della scuola. Strategie, quadri di riferimento e iniziative si moltiplicano, ma la sfida resta la loro traduzione in cambiamenti concreti nella pratica quotidiana.
Una distanza tra principi e realtà che Gabi Bartic sintetizza efficacemente: “La vera svolta arriverà solo quando le competenze sull’IA smetteranno di essere una dichiarazione di principio e diventeranno qualcosa che modifica, ogni giorno, ciò che succede in classe, per studenti e insegnanti”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




