Cariplo, 80 milioni contro le diseguaglianze. Il presidente Azzone: «Milano smetta di essere un’idrovora che lascia il deserto intorno»


Dai Neet alla prima infanzia, dalla disabilità alle carceri, le quattro sfide della Fondazione : «Ai più fragili dobbiamo restituire speranza»

L’uomo della provvidenza non esiste. Lo ripete spesso Giovanni Azzone, presidente della Fondazione Cariplo, mentre racconta cosa significa essere a capo di una delle principali fondazioni filantropiche italiane, che lavora per «intervenire sulle fragilità e ridare speranza alle comunità». Lo incontriamo a Milano nella sede della Fondazione, mentre è ancora in corso la partita bancaria che ha dominato l’estate: l’Opa lanciata da Intesa Sanpaolo – di cui Cariplo è uno dei maggiori azionisti – su Monte dei Paschi. L’ex rettore del Politecnico non nasconde l’apprensione per l’esito di quella trattativa che potrebbe ridisegnare gli equilibri del sistema bancario italiano, ma i suoi pensieri oggi sono tutti per le altre sfide: quelle che riguardano l’attività della Fondazione nel sociale.  

La Fondazione ha stanziato 80 milioni di euro su “quattro sfide di mandato”: riportare i Neet verso studio e lavoro, contrastare la povertà educativa nella prima infanzia, costruire percorsi di autonomia per le persone con disabilità e favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti. Come le avete scelte?

«Siamo partiti dal nostro organo di indirizzo, la Commissione Centrale di Beneficenza, che raccoglie realtà molto diverse: terzo settore, movimenti ambientalisti, università, pubblica amministrazione. Insieme abbiamo scelto quattro sfide che hanno una caratteristica comune: riguardano fragilità individuali che diventano problemi collettivi.

Pensiamo ai Neet: un giovane che non studia e non lavora vive una condizione di fragilità, ma oltre 150 mila Neet in un territorio con una popolazione che diminuisce mettono a rischio la sostenibilità stessa del welfare. Lo stesso vale per la prima infanzia: la povertà educativa colpisce il bambino certo, ma la mancanza di asili impedisce anche ai genitori di lavorare. O per la disabilità: mille persone con un progetto di vita autonoma sono mille persone che possono contribuire alla società e mille famiglie di caregiver che recuperano parte del proprio tempo. Infine il carcere: la recidiva tra chi esce senza aver seguito un percorso di recupero è intorno al 70%, ma scende sotto il 5% per chi lo ha fatto. Significa maggiore sicurezza per tutti.

Sui Neet ci sono stati diversi tentativi di intervento negli anni: da Garanzia giovani al programma GOL. Cosa fa Fondazione Cariplo che altri non hanno già provato a fare?

«Innanzitutto, le risorse non sono solo nostre: lavoriamo con Regione Lombardia e Intesa Sanpaolo. Questo permette di concentrarle ed evitare duplicazioni. Inoltre possiamo dire che  in passato si sono spesso offerte risposte standardizzate a problemi molto diversi. Un Neet può essere una persona con disabilità, un minore non accompagnato, un ragazzo espulso dal sistema scolastico o con problemi di droga: ognuno ha bisogni differenti. Noi lo chiamiamo, in modo un po’ evocativo, «welfare di precisione»: partire dalla persona, capire che cosa vuole e di che cosa ha bisogno.

Un termine che torna spesso nei progetti sui Neet è “attivati”. Ma attivare un giovane non significa inserirlo davvero nel mondo del lavoro. Quando ZeroNeet sarà finito, quale risultato le permetterà di dire che ha funzionato?

«Non siamo interessati ai cosiddetti low-hanging fruit, i frutti più facili da cogliere. Se l’obiettivo fosse semplicemente recuperare 20 mila persone su 150 mila, potremmo scegliere i casi più semplici e festeggiare.  Ma vogliamo soprattutto capire, sperimentando soluzioni diverse, quali funzionano e quali no. Vorremmo lasciare al prossimo mandato non un elenco di risultati, ma una cassetta degli attrezzi: reti territoriali e comunità già attivate. In modo che chi verrà dopo di noi non debba ripartire da zero.

Sulla prima infanzia l’Italia ha investito molto, soprattutto attraverso il Pnrr. Restano però fortissime disuguaglianze nell’accesso ai servizi. Cosa aggiunge la vostra proposta?

«Il Pnrr ha permesso di aumentare le infrastrutture, ma ora bisogna mantenerle vive, garantendo insegnanti, educatori e tutto ciò che serve per farle funzionare. E poi c’è la demografia: rischiamo di aprire asili dove tra cinque anni non serviranno più e di non averli dove invece ce ne sarà bisogno. Serve una politica per la prima infanzia, non soltanto costruire nuove strutture».

Sulle persone con disabilità qual è il vuoto che volete colmare?

«La scuola e la formazione sono gli ambiti più raccontati e tutelati. Ma spesso il vero problema comincia quando la scuola finisce: cosa succede dopo? C’è il lavoro, ma anche la casa, la vita culturale, il tempo libero. Bisogna pensare all’esistenza della persona nel suo insieme e costruire percorsi di autonomia. E poi c’è l’allungamento della vita: un genitore di 80 o 85 anni che deve ancora prendersi cura di un figlio con disabilità vive una situazione molto diversa rispetto a quando ne aveva 50. È un cambiamento che ha conseguenze enormi sulla vita delle persone e delle famiglie».

Sul carcere avete scelto di concentrarvi sull’inclusione sociale e lavorativa. Nel dibattito pubblico, invece, si parla soprattutto di sicurezza. Stiamo investendo troppo nella detenzione e troppo poco nelle alternative?

«Quando abbiamo lanciato questa sfida ci siamo interrogati molto. Nessuno mette in discussione la necessità di intervenire sui bambini, sui Neet o sulle persone con disabilità; sui detenuti c’è ancora chi storce il naso. Eppure la sfida è stata accolta con grande consenso».

D’altronde la qualità di una democrazia si misura anche dalle condizioni delle sue carceri.

«In Lombardia le carceri hanno un tasso di sovraffollamento del 150 per cento: dove dovrebbero esserci due letti, ce ne sono tre. Eppure circa un terzo dei detenuti potrebbe accedere a misure alternative. Se riuscissimo ad applicarle, il sovraffollamento potrebbe sostanzialmente scomparire, rendendo più umane le condizioni dei detenuti e migliore la vita di chi lavora nelle carceri. Non si tratta di negare la pena, ma di applicare ciò che la legge già consente».

Se usiamo queste quattro lenti per guardare alla legislatura che si avvia alla conclusione, che bilancio fa?

«Qualcosa si è mosso. La riforma degli istituti tecnici ha cercato di avvicinare la formazione alle esigenze del mondo del lavoro, contribuendo anche a contrastare il fenomeno dei Neet. Sulla prima infanzia è intervenuto il Pnrr, mentre sulla disabilità sono stati fatti passi avanti con i progetti di vita individuali e il riconoscimento del diritto all’autonomia.

È sulle carceri che vedo meno forza, anche se al CNEL Renato Brunetta ne ha fatto quasi una battaglia personale, puntando sul lavoro e sulla formazione per ridurre la recidiva.

Lei ha definito Cariplo «azionista paziente, ma non indifferente». Una fondazione che ha tra i propri obiettivi la coesione sociale porta gli stessi valori anche quando agisce da azionista?

«Direi proprio di sì. La coesione sociale è parte della competitività di un territorio. L’obiettivo di un’impresa resta economico, ma le decisioni strategiche non possono prescindere dalle conseguenze sociali e ambientali. Guardiamo a quello che sta accadendo con l’OPA di Intesa Sanpaolo. L’operazione tocca anche i posti di lavoro nel settore bancario e questo è un aspetto che dobbiamo considerare nella sua valutazione. Noi siamo azionisti interessati ai risultati di lungo periodo». 

Su questo equilibrio tra risultati economici e responsabilità sociale e ambientale gli Stati Uniti di Trump hanno fatto un radicale passo indietro. E anche in Europa c’è chi vorrebbe seguire la stessa strada. Cosa ne pensa?

«Credo che sia sbagliato, ma dobbiamo anche ammettere che forse prima c’era stato un eccesso di dogmatismo. A un certo punto sembrava che persino per una realtà come BlackRock (il colosso statunitense della gestione degli investimenti ndr) la dimensione ambientale fosse diventata l’unica cosa che contava.

Il compito di chi ha un ruolo istituzionale è tenere conto dei grandi cambiamenti senza farsi trascinare dalle oscillazioni: fare da ammortizzatore e mantenere la rotta. Quando sono arrivato qui nel 2023 ho detto che Fondazione Cariplo è un transatlantico che funziona benissimo. Il nostro compito è aggiustare la rotta in un mare diventato più tempestoso. Se a un transatlantico imponi una virata di 180 gradi, è facile farlo affondare».

Operate in uno dei territori più ricchi d’Italia. Se queste sperimentazioni funzioneranno, come può la vostra “cassetta degli attrezzi” diventare patrimonio anche delle aree più fragili del Paese?

«Proprio sui Neet, Intesa Sanpaolo ci ha posto una condizione fin dall’inizio: il progetto deve poter essere scalato a livello nazionale.Non è una scelta, è una necessità. Questo territorio non può essere un’isola separata dal resto del Paese: per far crescere la nostra comunità abbiamo bisogno che cresca anche quella nazionale. In parte le fondazioni bancarie lo fanno già. È vero che nel Mezzogiorno si concentra soltanto il 4 per cento del patrimonio delle fondazioni, ma arriva circa il 10,15 per cento delle erogazioni grazie a progetti nazionali e a realtà come Fondazione Con il Sud.

Per anni il “modello Milano” è stato sinonimo di successo. Oggi viene evocato soprattutto parlando di diseguaglianze e fragilità. È entrato in crisi o è cambiato il modo di raccontarlo?

«Oggi il mondo è a macchie di leopardo: ci sono aree attrattive e aree da cui le persone se ne vanno. Quando sei attrattivo non puoi pensare di accogliere soltanto biondi con occhi azzurri laureati al Mit: devi saper attrarre tutti. Fragilità, diseguaglianze e differenze nell’accesso ai servizi sono conseguenze naturali… Da questo punto di vista Milano affronta problemi simili a quelli delle altre città di successo del mondo.

Ma il punto è un altro. Milano è troppo piccola per pensarsi autosufficiente. A volte tende a comportarsi come un’idrovora, assorbendo tutto ciò che c’è di positivo e lasciando un po’ di deserto intorno. Londra e Parigi sono sistemi territoriali da venti milioni di abitanti. Per competere su quella scala dobbiamo pensare a un’area che va da Torino a Milano, Bologna e Venezia. Serve costruire una rete e ragionare su una scala più ampia. È questo che finora è mancato, e non lo vedo presente neanche nel dibattito per il futuro sindaco.

Viviamo in un momento di grandi fratture, crescono i populismi e l’estrema destra. È preoccupato?

«Sarebbe difficile non esserlo. Ogni giorno assistiamo a un nuovo atto di guerra e vedo tornare la ricerca affannosa dell’uomo, o della donna, della provvidenza.

Guardando i dati delle ultime elezioni, mi ha colpito che nella fascia di reddito più bassa l’astensionismo sia arrivato all’80 per cento. Significa solo una cosa: non c’è speranza. E allora o riusciamo a restituirla, rendendo le persone meno fragili e dando loro la possibilità di migliorare le loro vite, oppure ci si condanna all’attesa che arrivi qualcuno a fare il miracolo. 


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