Nota – Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday
“La notizia dell’avvio della liquidazione della Fiera di Forlì non può lasciarci indifferenti. Rappresenta uno di quei passaggi storici in cui una comunità è chiamata a guardarsi allo specchio senza alibi, senza infingimenti e, soprattutto, senza la tentazione di cedere a polemiche sterili che guardano solo al passato.
Quando un’istituzione economica e cittadina giunge a questo bivio, la prima dote da mettere in campo è l’onestà intellettuale. Dobbiamo chiederci con franchezza: dove siamo arrivati e di cosa siamo ancora in tempo a fare?
Rileggendo riflessioni e dibattiti che animavano la nostra città già nel 2010, emerge chiaramente come la traiettoria fosse già tracciata. Si diceva allora, con grande lungimiranza, che la frammentazione fieristica tra campanili era una condanna: occorreva unire le forze con Cesena e integrarsi con Rimini, riconoscendo in quest’ultima la vera piattaforma internazionale della Romagna, trasformando Forlì in un incubatore di nicchia e di filiera.
Quella transizione sistemica, per veti incrociati e resistenze campanilistiche dell’epoca, non si è compiuta nei tempi e nei modi auspicati. Oggi il mercato fieristico globale e nazionale è profondamente mutato: dominano i colossi (come Ieg) e le piazze ultra-specializzate. Pensare oggi di poter resuscitare un ente fieristico generalista tradizionale a Forlì, che competa con i grandi poli della Via Emilia, sarebbe un’illusione fuori tempo massimo. La liquidazione societaria, pur dolorosa, fotografa una realtà economica con cui dobbiamo fare i conti con realismo e rispetto delle risorse pubbliche.
Prendere atto che un’epoca societaria si è chiusa non significa affatto rassegnarsi a trasformare via Punta di Ferro in una cattedrale nel deserto o in uno dei tanti “luoghi indecisi” della città. Siamo perfettamente in tempo per decidere cosa vogliamo che quell’area diventi per i prossimi trent’anni. La vera partita inizia adesso: la fine della vecchia Fiera deve diventare il cantiere della nuova città.
Dal punto di vista amministrativo e giuridico, non dobbiamo commettere l’errore di considerare il compendio come se fosse già nella disponibilità patrimoniale diretta del Comune. Gli immobili sono asset della società in liquidazione chiamati a soddisfare la massa dei creditori. È qui che la politica deve esercitare il suo ruolo più alto: l’Amministrazione comunale non deve subire passivamente le dinamiche liquidatorie, ma guidare la destinazione urbanistica attraverso gli strumenti del Piano Urbanistico Generale (Pug) e costruire, insieme ai soci istituzionali — a partire dalla Fondazione Cassa dei Risparmi e dalla Camera di Commercio —, una cabina di regia pubblica capace di attrarre capitali privati tramite il partenariato pubblico-privato (Ppp). L’obiettivo deve essere chiaro: rifunzionalizzare e valorizzare l’area senza generare buchi nei bilanci pubblici né consumare nuovo suolo. Ci sono tre direttrici concrete e di respiro che possiamo percorrere.
Un grande Hub Polifunzionale integrato (Sport indoor, Spettacolo, Grandi Eventi)
Lo spazio espositivo e l’Unieuro Arena non possono più essere considerati due corpi estranei separati da un piazzale. Come sollevato anche dal mondo economico e dalle associazioni di categoria, Forlì ha una vocazione sportiva ed eventi straordinaria, ma necessita di spazi moderni, capienti e flessibili. Unificare la gestione dell’intero compendio per creare una vera cittadella multifunzionale – capace di accogliere concerti indoor da migliaia di spettatori, grandi manifestazioni sportive giovanili e paralimpiche, convention aziendali e rassegne ad alto afflusso – significa dotare la città di un’infrastruttura viva tutto l’anno, generatrice di un indotto costante per il commercio e l’ospitalità locale.
Dalla fiera generalista alla vetrina verticale delle nostre eccellenze industriali
Mentre il centro storico consolida la sua vocazione umanistica, didattica e culturale con il Campus universitario, i Musei San Domenico e la rigenerazione dell’Ex Atr, via Punta di Ferro deve specializzarsi senza sovrapporsi. Non aule universitarie o rassegne d’arte, ma spazio applicativo per le prove fisiche, l’innovazione industriale e le filiere produttive in cui Forlì è leader: dall’aerospazio e tecnologie del volo (in stretta sinergia operativa con il Polo Tecnologico Aeronautico di via Montaspro) alle tecnologie biomedicali e della salute (legate all’eccellenza dell’Irst e del Morgagni-Pierantoni), fino alla meccanica avanzata e all’agroalimentare di precisione. Non fiere campionarie indistinte, ma expo verticali di filiera e laboratori a scala reale capaci di connettere imprese e mercati.
Un’infrastruttura civica e presidio logistico strategico
Spazi dotati di queste volumetrie e accessibilità devono servire stabilmente la comunità forlivese. Sul piano logistico, facendo tesoro delle lezioni apprese durante le emergenze alluvionali, l’area deve essere strutturata come “Hub logistico strategico multifunzionale”, immediatamente attivabile per il coordinamento dei soccorsi, lo stoccaggio dei materiali e l’accoglienza in caso di calamità e protezione civile, mantenendo ordinariamente la sua destinazione per sport ed eventi. Sul piano civico quotidiano, via Punta di Ferro può diventare un punto di riferimento per l’associazionismo, nonché fungere da polo polivalente per concentrare le sezioni elettorali, liberando definitivamente i plessi scolastici durante le tornate elettorali ed evitando le continue e dannose interruzioni del calendario didattico per studenti e famiglie”.
Edoardo Russo, socio della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, già presidente di Azione Cattolica Forlì-Bertinoro, co-fondatore di Officina delle Idee
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