Il turismo continua a crescere in Italia e in Europa, ma l’aumento della domanda non si traduce automaticamente in una maggiore solidità delle imprese.
Nel 2025 l’Unione europea ha raggiunto quasi 3,1 miliardi di pernottamenti, con una crescita del 2,2% sull’anno precedente. L’incremento è stato trainato soprattutto dalla componente internazionale, salita del 3,4%, contro il +1,1% della domanda domestica.
L’Italia si conferma tra i principali mercati europei: con 476,9 milioni di pernottamenti è seconda nell’Ue dietro la Spagna, a quota 513,6 milioni, e davanti a Francia e Germania.
Una dinamica che trova riscontro anche nei dati sul mercato italiano, dove secondo Enit gli arrivi aeroportuali sono aumentati del 7% nei primi mesi del 2026.
Eppure, dietro la crescita dei flussi rimane una situazione finanziaria più complessa.
Secondo l’Osservatorio Crif sulle Imprese, tra aprile 2025 e marzo 2026 gli importi dei finanziamenti erogati alle società di capitali del turismo sono aumentati del 7%, ma il tasso di default del comparto si è attestato al 4,5%, contro il 3,3% della media nazionale.
Sul fronte dei pagamenti, inoltre, solo il 23,4% delle imprese turistiche paga puntualmente i fornitori, contro il 42% del totale delle aziende italiane.
Turismo europeo da record
Il quadro europeo conferma quindi che la domanda non rappresenta oggi il principale problema del settore. Nel 2025 i pernottamenti nelle strutture ricettive dell’Ue hanno raggiunto un nuovo record e sono aumentati in 24 dei 27 Paesi.
Spagna, Italia, Francia e Germania hanno concentrato complessivamente il 61,7% dei pernottamenti europei.
La componente internazionale è quella che sta mostrando il maggiore dinamismo. I pernottamenti degli stranieri sono aumentati di 49,7 milioni nel 2025, contro un incremento di 16,7 milioni per i residenti.
Una differenza che conferma quanto la capacità di attrarre domanda internazionale sia diventata un fattore sempre più importante per la competitività delle destinazioni.
Più credito, ma il rischio resta sopra la media
L’aumento del 7% dei finanziamenti alle società di capitali del turismo indica che il comparto continua a esprimere una domanda di credito e a beneficiare della crescita del mercato.
L’incremento è sostanzialmente in linea con quello registrato dall’insieme delle società di capitali italiane.
Il problema è che l’accesso al credito si accompagna a un livello di rischiosità ancora elevato. A fine 2025 il default delle società di capitali turistiche era al 4,5%, contro il 3,3% della media nazionale. Il dato è inoltre rimasto sostanzialmente stabile rispetto al 4,6% dell’anno precedente, senza quindi evidenziare un miglioramento significativo.
Anche la gestione dei rapporti con i fornitori conferma la maggiore fragilità del settore. Il 19,1% delle imprese turistiche registra ritardi superiori a 30 giorni nei pagamenti, mentre il 6,5% supera i 90 giorni, contro rispettivamente il 12,6% e il 4,4% della media italiana.
Ristorazione, il segmento più fragile
All’interno della filiera le differenze sono rilevanti. I servizi di ristorazione presentano il tasso di default più elevato, pari al 5,6%, mentre i servizi di alloggio si fermano al 2,4% e le agenzie di viaggio, tour operator e attività connesse all’1,8%.
Anche sul fronte dei pagamenti la ristorazione risulta il segmento più esposto: il 78,4% delle imprese registra ritardi nei pagamenti, contro il 67,3% dell’alloggio e il 65,8% delle agenzie di viaggio.
I ritardi superiori a 90 giorni interessano il 7,1% delle imprese della ristorazione, rispetto al 2,8% dell’alloggio e al 4,8% delle agenzie.
Il dato va letto anche alla luce della struttura del comparto. In Italia il turismo comprende circa 417mila imprese, delle quali circa 324mila nella ristorazione, 76mila nell’alloggio e 17mila nelle agenzie di viaggio. Una filiera molto ampia e frammentata, nella quale la capacità di assorbire shock e aumenti dei costi non è omogenea.
Agenzie e tour operator, rischio più contenuto
Per agenzie di viaggio e tour operator il quadro appare relativamente più solido sul fronte del credito. Il tasso di default dell’1,8% resta infatti significativamente inferiore alla media del comparto turistico, anche se in aumento rispetto all’1,5% registrato nei periodi precedenti.
Resta però una criticità nella gestione della liquidità: il 65,8% delle imprese del segmento registra ritardi nei pagamenti ai fornitori. La percentuale è inferiore a quella della ristorazione, ma mostra comunque quanto la pressione finanziaria interessi anche la distribuzione turistica.
Per il trade il tema diventa quindi quello della capacità di trasformare la crescita della domanda in marginalità e liquidità. Un mercato in espansione offre maggiori opportunità, ma non necessariamente protegge le imprese dall’aumento dei costi, dai ritardi nei pagamenti e dalla necessità di finanziare gli investimenti.
Crescita e solidità, la sfida della filiera
Il quadro che emerge mette quindi in evidenza un paradosso: il turismo cresce, ma non tutte le imprese riescono a trasformare la crescita della domanda in solidità economica.
L’Italia è tra i grandi mercati europei per numero di pernottamenti e continua ad attirare una componente internazionale significativa, ma il rischio finanziario delle imprese turistiche resta superiore alla media nazionale.
A pesare sono anche fattori esterni. Secondo Crif (ma anche il buon senso), il turismo si colloca nella fascia di rischio geopolitico medio, con il trasporto aereo, i costi energetici e la filiera agroalimentare tra i principali canali attraverso cui gli shock internazionali possono trasferirsi alle imprese.
Il vero indicatore della salute del turismo quindi non è soltanto quanti viaggiatori arriveranno in Italia, ma quanto valore riuscirà a rimanere alle imprese che li accolgono e li accompagnano lungo tutta la filiera.
Francesca Motta
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