se l’estrema destra va al governo in Sassonia-Anhalt


Fra poco più di una settimana, la Sassonia-Anhalt potrebbe diventare il teatro di un fatto senza precedenti dalla seconda guerra mondiale a oggi. L’Alternative für Deutschland (AfD), un partito che l’Ufficio federale per la tutela della costituzione classifica ufficialmente come “estremista dichiarato” e come minaccia per l’ordine democratico, può realisticamente conquistare la maggioranza assoluta e a prendersi il governo del Land.

Il voto del 6 settembre si preannuncia come un vero e proprio terremoto politico. I numeri del sondaggio ZDF-Politbarometer pubblicato il 28 agosto, parlano chiaro: l’AfD vola al 40%, staccando nettamente la CDU, ferma al 23%. Più indietro troviamo Die Linke al 13%, la SPD al 9% e i Verdi al 6%, mentre sia il BSW che la FDP sono bloccati al 3%, con il rischio  di restare fuori dal parlamento regionale.

Questo exploit non è un caso isolato confinato alla sola Sassonia-Anhalt. L’est della Germania è ormai una roccaforte consolidata per l’AfD, con consensi costantemente superiori rispetto alla media nazionale. Anche a livello federale i sondaggi confermano il trend: il partito è stabilmente in cima alle preferenze dei tedeschi, con circa tre elettori su dieci pronti a sbarrare il loro simbolo.

Il volto di questa scalata in Sassonia-Anhalt è Ulrich Siegmund, 35 anni, capolista e candidato alla guida del Land. Siegmund è un politico atipico per la destra radicale: giovane, telegenico, bravissimo a proporsi come l’uomo della porta accanto, sensibile ai problemi quotidiani dei cittadini. Nei suoi interventi pubblici evita i toni più violenti del repertorio estremista, preferendo slogan semplici, una presenza asfissiante sui social e un contatto diretto, quasi confidenziale, con la gente.

Dietro la facciata moderata, però, il suo percorso politico racconta una storia di estremismo. Nel novembre del 2023, Siegmund era tra i partecipanti al controverso incontro segreto di Potsdam, dove esponenti della destra radicale ed esponenti neonazisti hanno discusso piani di “remigrazione”, un termine edulcorato che nasconde l’idea di espellere in massa, anche con la forza, i cittadini di origine straniera. Senza contare le diverse inchieste giornalistiche e giudiziarie che hanno acceso i riflettori sui legami profondi tra la sua cerchia politica e gli ambienti neonazisti.

È proprio questo cortocircuito tra estremismo ideologico ed empatia pubblica il tratto più interessante della sua campagna elettorale. Nei video online Siegmund sorride, ascolta, si mostra sempre disponibile a rispondere alle domande della gente. Una strategia comunicativa che paga: su TikTok ha superato i 707.000 follower, un numero enorme se si pensa che l’intero Land conta appena 2,12 milioni di abitanti.

Nelle città e nei paesi della Germania orientale, la forte presenza sul territorio si sposa con un’attività digitale incessante. Ne esce una retorica populista micidiale nella sua semplicità: “Noi ci siamo, gli altri vi hanno abbandonato”. Un messaggio che attecchisce facilmente in comunità segnate dall’invecchiamento demografico, dalla fuga dei giovani, dalla chiusura dei servizi essenziali e dalla radicata sensazione di essere considerati cittadini di serie B all’interno della Germania riunificata.

Vedere l’AfD alla guida di un governo regionale manderebbe comunque in frantumi un tabù politico enorme. Il loro programma punta tutto su un netto giro di vite contro l’immigrazione, incentivi alla famiglia tradizionale, sicurezza interna e tutela dell’identità culturale tedesca. Ma è proprio sul terreno della cultura che la campagna assume un significato simbolico particolarmente forte.

Per capirlo basta fare un salto a Dessau, la culla del Bauhaus. Qui, negli anni Venti, la scuola di design fondata da Walter Gropius ha rivoluzionato l’architettura e l’arte internazionale, trasformando la Germania in un laboratorio della modernità. Furono poi i nazisti, pochi anni dopo, a decretarne la chiusura e a costringere i suoi maestri all’esilio.

A distanza di un secolo, quella stessa eredità è tornata al centro di una nuova guerra culturale. Nel suo programma l’AfD attacca frontalmente la gestione culturale del Land, contestando lo spazio concesso al Bauhaus nella narrazione della Sassonia-Anhalt. Alla campagna istituzionale “think modern”, che cerca di associare l’identità del Land alla tradizione modernista del Bauhaus, l’AfD contrappone l’idea di una campagna “think German” e promette una “nuova politica culturale patriottica”, accompagnata dalla fine dei finanziamenti pubblici a quella che definisce “arte e cultura anti-tedesca”. Sono tornate le vecchie parole, che fanno rabbrividire.

Non è soltanto una disputa sui finanziamenti culturali. Il Bauhaus è diventato il simbolo di una certa idea di Germania: cosmopolita, modernista, internazionalista, aperta alle influenze esterne. Per questo la sua contestazione assume un valore politico che va ben oltre una singola istituzione culturale. Come ha spiegato Barbara Steiner, direttrice della Bauhaus Dessau Foundation, in un’intervista rilasciata al Guardian, questa crociata culturale è una sorta di “cavallo di Troia” per scardinare i valori della società liberale tedesca: “Vogliono l’egemonia culturale”, ha avvertito la direttrice. Ed è proprio questa, secondo Steiner, la parte più minacciosa della loro strategia.

La questione culturale si lega a un’altra delle battaglie ideologiche dell’AfD: quella contro la cosiddetta Erinnerungskultur, la cultura della memoria attraverso cui la Germania ha costruito, nel dopoguerra, il rapporto con i crimini del nazismo e con l’Olocausto.

Nel manifesto del partito, la memoria storica tedesca viene descritta attraverso il concetto di “Schuldkult”, il “culto della colpa”, e l’AfD sostiene di voler liberare i tedeschi da quella che considera una permanente condizione di vergogna legata al passato nazista.

È una posizione profondamente divisiva in un Paese nel quale il confronto con i crimini del nazismo è stato a lungo considerato uno dei pilastri morali della democrazia del dopoguerra. Un pilastro che, forse, ha smesso di tenere.

Ne è convinto Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, che ha definito le imminenti elezioni una “prova del fuoco per il centro democratico del nostro Paese”. Schuster ha richiamato i partiti tradizionali alle proprie responsabilità, esortandoli a prendere finalmente sul serio i problemi e le paure reali dei cittadini.

È qui che il discorso sull’AfD diventa più difficile da liquidare come semplice estremismo. Perché il problema non è soltanto capire perché una parte crescente dell’elettorato voti un partito radicale. È capire perché quei partiti tradizionali, che per decenni hanno rappresentato il centro politico della Germania, abbiano perso la capacità di dare una risposta convincente alle paure e alle aspettative di una parte del Paese.

Il dato che colpisce non è tanto la disoccupazione, pur superiore alla media nazionale: in Sassonia-Anhalt si aggira intorno all’8%, contro circa il 6% a livello federale. È molto più inquietante la mancanza di prospettiva che si respira in molte aree del Land. Con un’età media superiore ai 50 anni, Dessau è una delle città più anziane della Germania. La popolazione è scesa dai circa 130.000 abitanti del 1990, l’anno della riunificazione, a circa 75.000 oggi. Se ne è andato chi era giovane, formato e aveva o voleva prospettive.

Ed è forse questo il punto da cui partire per capire davvero il voto del 6 settembre. L’AfD non sta conquistando la Sassonia-Anhalt soltanto perché propone una politica più dura sull’immigrazione o perché attacca il Bauhaus. Sta intercettando, in una parte dell’elettorato, qualcosa di più profondo: la sensazione di non avere nulla da perdere.

Nelle città e nei paesi della Germania orientale, la forte presenza sul territorio si sposa con un’attività digitale incessante. Ne esce una retorica populista micidiale nella sua semplicità: “Noi ci siamo, gli altri vi hanno abbandonato”. Un messaggio che attecchisce facilmente in comunità segnate dall’invecchiamento demografico, dalla fuga dei giovani, dalla chiusura dei servizi essenziali e dalla radicata sensazione di essere considerati cittadini di serie B all’interno della Germania riunificata.

Vedere l’Afd alla guida di un governo regionale manderebbe comunque in frantumi un tabù politico enorme. Il loro programma punta tutto su un netto giro di vite contro l’immigrazione, incentivi alla famiglia tradizionale, sicurezza interna e tutela dell’identità culturale tedesca. Ma è proprio sul terreno della cultura che la campagna assume un significato simbolico particolarmente forte.

Per capirlo basta fare un salto a Dessau, la culla del Bauhaus. Qui, negli anni Venti, la scuola di design fondata da Walter Gropius ha rivoluzionato l’architettura e l’arte internazionale, trasformando la Germania in un laboratorio della modernità. Furono poi i nazisti, pochi anni dopo, a decretarne la chiusura e a costringere i suoi maestri all’esilio.

A distanza di un secolo, quella stessa eredità è tornata al centro di una nuova guerra culturale. Nel suo programma l’Afd attacca frontalmente la gestione culturale del Land, contestando lo spazio concesso al Bauhaus nella narrazione della Sassonia-Anhalt. Alla campagna istituzionale “think modern”, che cerca di associare l’identità del Land alla tradizione modernista del Bauhaus, l’Afd contrappone l’idea di una campagna “think German” e promette una “nuova politica culturale patriottica”, accompagnata dalla fine dei finanziamenti pubblici a quella che definisce “arte e cultura anti-tedesca”. Sono tornate le vecchie parole, che fanno rabbrividire.

Non è soltanto una disputa sui finanziamenti culturali. Il Bauhaus è diventato il simbolo di una certa idea di Germania: cosmopolita, modernista, internazionalista, aperta alle influenze esterne. Per questo la sua contestazione assume un valore politico che va ben oltre una singola istituzione culturale. Come ha spiegato Barbara Steiner, direttrice della Bauhaus Dessau Foundation, in un’intervista rilasciata al Guardian, questa crociata culturale è una sorta di “cavallo di Troia” per scardinare i valori della società liberale tedesca: “Vogliono l’egemonia culturale”, ha avvertito la direttrice. Ed è proprio questa, secondo Steiner, la parte più minacciosa della loro strategia.

La questione culturale si lega a un’altra delle battaglie ideologiche dell’Afd: quella contro la cosiddetta Erinnerungskultur, la cultura della memoria attraverso cui la Germania ha costruito, nel dopoguerra, il rapporto con i crimini del nazismo e con l’Olocausto.

Nel manifesto del partito, la memoria storica tedesca viene descritta attraverso il concetto di “Schuldkult”, il “culto della colpa”, e l’Afd sostiene di voler liberare i tedeschi da quella che considera una permanente condizione di vergogna legata al passato nazista.

È una posizione profondamente divisiva in un Paese nel quale il confronto con i crimini del nazismo è stato a lungo considerato uno dei pilastri morali della democrazia del dopoguerra. Un pilastro che, forse, ha smesso di tenere.

Ne è convinto Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, che ha definito le imminenti elezioni una “prova del fuoco per il centro democratico del nostro Paese”. Schuster ha richiamato i partiti tradizionali alle proprie responsabilità, esortandoli a prendere finalmente sul serio i problemi e le paure reali dei cittadini.

È qui che il discorso sull’Afd diventa più difficile da liquidare come semplice estremismo. Perché il problema non è soltanto capire perché una parte crescente dell’elettorato voti un partito radicale. È capire perché quei partiti tradizionali, che per decenni hanno rappresentato il centro politico della Germania, abbiano perso la capacità di dare una risposta convincente alle paure e alle aspettative di una parte del Paese.

Il dato che colpisce non è tanto la disoccupazione, pur superiore alla media nazionale: in Sassonia-Anhalt si aggira intorno all’8%, contro circa il 6% a livello federale. È molto più inquietante la mancanza di prospettiva che si respira in molte aree del Land. Con un’età media superiore ai 50 anni, Dessau è una delle città più anziane della Germania. La popolazione è scesa dai circa 130.000 abitanti del 1990, l’anno della riunificazione, a circa 75.000 oggi. Se ne è andato chi era giovane, formato e aveva o voleva prospettive.

Ed è forse questo il punto da cui partire per capire davvero il voto del 6 settembre. L’Afd non sta conquistando la Sassonia-Anhalt soltanto perché propone una politica più dura sull’immigrazione o perché attacca il Bauhaus. Sta intercettando, in una parte dell’elettorato, qualcosa di più profondo: la sensazione di non avere nulla da perdere.


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