Nessuno di quei ragazzi è solo il peggio di ciò che ha fatto»: lo scrive Gianluca Guida nel suo libro d’esordio, Guerrieri (Il Pellegrino Edizioni). Guida è da trent’anni direttore dell’Istituto penale per minorenni di Nisida, a Napoli, criminologo e figura di riferimento nazionale nelle politiche sulla devianza giovanile. «A Nisida i detenuti non sono numeri, ma ragazzi», scrive l’autore, che sull’isola promuove un modello educativo fondato sulla cura, cioè sulla presa in carico dei loro bisogni più profondi, declinandola quotidianamente in azioni di ascolto, responsabilità e reinserimento sociale. Nel volume Guida cita una frase di Italo Calvino, presa dal Il visconte dimezzato, che sembra fare da fil rouge al libro: «A volte uno si sente incompleto ed è soltanto giovane».
Guida, partiamo dal titolo del suo libro. Perché Guerrieri?
Mi sembrava giusto raccontare come le storie dei ragazzi che noi incontriamo e impariamo a conoscere sono storie di persone che hanno dovuto affrontare delle battaglie, in alcuni casi delle vere e proprie guerre. Nell’adolescenza lo abbiamo fatto un po’ tutti, ma sicuramente loro lo hanno fatto in maniera speciale. Un po’ perché sono stati coinvolti nelle guerre, un po’ perché sono stati educati alla guerra, un po’ perché sono stati affascinati dalla guerra. Questo ha sicuramente inciso molto nel loro processo di crescita, ne ha fatto dei guerrieri, cioè ne ha fatto delle persone in grado di affrontare anche sfide importanti e difficili, con quello sprezzo del pericolo che caratterizza spesso chi va in guerra.
“Cosa vorresti fare domani? Come ti vedi una volta fuori di qua?”. Domande che impongono risposte per loro impossibili da elaborare, perché presuppongono la conoscenza di un tempo a cui non sono stati educati: il futuro
Gianluca Guida, direttore dell’Istituto penale per minorenni di Nisida
Sono guerrieri che sicuramente hanno combattuto dalla parte sbagliata, ma comunque meritano l’onore delle armi. Fuori di metafora, meritano che noi rispettiamo la loro storia di vita. Questo mi sembra importante e da lì parto. Da una parte per uscire dai cliché, dall’altra perché il sogno che abbiamo come gruppo di lavoro, come équipe, è partire dalle loro potenzialità. E quella di essere dei combattenti è sicuramente una qualità che questi ragazzi si portano dentro: noi dobbiamo fare sì che loro possano diventare “guerrieri del loro giardino” (come viene detto in una bellissima metafora) piuttosto che “giardinieri in guerra”. Cioè che possano imparare ad utilizzare queste qualità che hanno sviluppato in guerra nel combattere per proteggere e per curare se stessi, che è forse l’aspetto della loro adolescenza che hanno meno sperimentato. Nella maggior parte delle storie che mi è piaciuto raccontare parliamo di ragazzi che non hanno imparato a volersi bene.
Essere dei combattenti è sicuramente una qualità che questi ragazzi hanno: noi dobbiamo far sì che loro possano diventare “guerrieri del loro giardino” , cioè che possano imparare ad utilizzare queste qualità per proteggere e per curare se stessi
Nella prefazione del volume lo scrittore e autore televisivo Maurizio De Giovanni scrive: «In queste pagine ho ritrovato qualcosa che conosco bene: il confine sottile tra bene e male. Non una linea netta, ma una zona d’ombra dove abitano la paura, l’abbandono, l’umiliazione». Ci parla di questa zona d’ombra?
La zona d’ombra è una capacità di stare oltre il pregiudizio. È quella linea che ci permette di non avere preconcetti nell’affrontare le storie delle persone, di non stigmatizzare il bene da una parte e il male dall’altra. Anche nelle storie di chi ha sbagliato, in realtà, c’è spesso del bene. Come c’è tante volte anche del male non voluto. Mi piace utilizzare un’immagine che ho riportato nel libro. In una delle storie, quella di Fede, racconto la realizzazione di un murales che realmente è stato fatto a Nisida su volontà di Papa Francesco, che racconta la storia dell’uomo rivista dai ragazzi.
Loro hanno rappresentato il bene e il male attraverso una maschera dalla quale escono sia il bene che il male, e il male viene rappresentato come un roseto, quindi come una realtà nella quale ci sono tante spine e ci si può far male. Ma ci sono anche delle rose, come nella loro esperienza. Ciò ci fa capire come nel male loro abbiano avuto la possibilità anche di cogliere delle positività che non si sarebbero mai aspettati, e che non ci saremmo mai aspettati. Quando parliamo di linea d’ombra, parliamo di quell’inevitabile indifferenziazione, di quella difficoltà di netta determinazione tra il Sud e il Nord, tra l’Est e l’Ovest, tra il bene e il male. Siamo tutti un po’ nella linea d’ombra, non è una linea oscura, è una linea di definizione in itinere.

«Uno dei drammi più grandi di questi ragazzi è l’assenza del futuro. Vivono nell’istante, nell’urgenza, nell’adrenalina. Il tempo lungo, quello dei sogni, dei progetti, delle attese, non appartiene alla loro educazione sentimentale», scrive nel suo libro. E sottolinea la difficoltà che hanno a orientarsi nello spazio e nel tempo, «concetto al quale non sono stati educati. Ieri e domani non appartengono ai loro parametri logici. Vivono solo il qui e ora, solo il presente. “Cosa vorresti fare domani? Come ti vedi una volta fuori di qua?” Domande che impongono risposte per loro impossibili da elaborare, perché presuppongono la conoscenza di un tempo a cui non sono stati educati: il futuro!». È un passaggio molto forte.
Io mi sono fatto questa convinzione, che magari è opinabile ma che è frutto della mia osservazione. Tante persone hanno l’abitudine di chiedere ai ragazzi cosa volessero fare, una volta usciti dall’istituto. E vedevo che i ragazzi in genere rispondevano sempre con dei luoghi comuni, mai molto convinti di quello che dicevano. Mi sono domandato il perché. MI sono reso conto, analizzando quanto per loro fosse difficile studiare la storia a scuola e collocare i personaggi dando un senso nel processo storico (ad esempio, Napoleone Bonaparte o Giulio Cesare), che per loro era altrettanto difficile potersi proiettare al di là del “qui ed ora”, della loro esperienza, della loro quotidianità.
Probabilmente, da bambini, non hanno avuto l’opportunità di avere quelle alfabetizzazioni essenziali che poi hanno creato dei deficit anche nel prosieguo dell’esperienza scolastica, in cui rientra anche la possibilità di collocarsi spazio temporalmente. Mi sono ricordato come ai miei figli, alle scuole materne, veniva insegnata la linea del tempo e venivano educati a collocarsi su una linea e a capire che c’era un prima e che ci sarebbe stato un dopo.


Ho capito quanto anche i concetti di spazio e tempo fossero frutto di una esperienza educativa che a loro era mancata. Non sono concetti innati e allora per un ragazzo del genere lavorare anche sulla costruzione del proprio futuro diventa molto complicato perché fa fatica e preferisce gestirsi soltanto il presente nella sua immediatezza, si concentra in tutto quello che il presente gli può dare, in termini positivi ma anche negativi. Anche l’immediatezza della relazione con la morte. Loro dicono: «La morte è un attimo e tutto finisce». Però per noi anche il tempo della morte è un tempo che, in realtà, lascia un’assenza, che loro non vivono.
Lei scrive: «La scuola è il posto dove il cuore si allena a reggere il peso dei giorni difficili», dove «già in primissima età certi bambini devono confrontarsi con un ambiente competitivo che assai spesso chiede loro più di quanto non siano, in quel momento, in grado di dare. Dover essere migliori, talvolta “i” migliori, adeguati alle attese, glielo impone la società, ma anche i loro genitori, i loro compagni. E, se così non accade, cresce la frustrazione e magari la rabbia, i ragazzi si sentono sempre più sotto pressione e sanno che possono esplodere. Può allora succedere che questa rabbia e questo senso di inadeguatezza non trovino una giusta canalizzazione e si trasformino in voglia di uno “strappo”». E continua: «La scuola, allora, non è solo un luogo per imparare. È un luogo per diventare. Per trasformare. Per trasformare il silenzio in voce. La rabbia in domanda. Il disagio in cammino».
A Nisida ho conosciuto degli insegnanti straordinari, persone che veramente danno senso e continuità all’esperienza dell’accompagnamento educativo scolastico. Sanno essere esigenti, non immaginiamo una scuola soltanto materna e accudente ma che riesce a dare stimoli, ad avere aspettative dai ragazzi e le sa calibrare sulle loro capacità. Queste persone riescono a essere stimolanti nella misura in cui quel ragazzo ha bisogno di essere spronato e non al di là delle sue capacità. L’andare a scuola per i ragazzi è il momento più drammatico della giornata e anche della loro permanenza a Nisida, avrebbero preferito qualunque peggiore punizione rispetto all’andare a scuola. Questo perché la scuola era stata per loro esperienza di esclusione, di fallimento forse più dolorosa che loro avevano vissuto nella loro esperienza giovanile.
Spesso anche qui ritrovano, nella relazione con alcuni docenti, la frustrazione legata alla loro incapacità, perché non sanno leggere e scrivere, ma allo stesso tempo sperimentano un contesto e un ambiente che li mette a proprio agio, che riconosce i loro bisogni e mostra loro le potenzialità sulle quali poter far crescere le loro competenze. Ho imparato molto vedendo il lavoro che negli anni hanno fatto gli insegnanti a Nisida. Secondo me, dal punto di vista educativo, è importantissima l’idea di una scuola che sappia integrare, ma soprattutto sappia educare alla cooperazione, al saper fare gruppo, al saper fare squadra: è diverso dal saper fare banda che i nostri ragazzi hanno ben introiettato e ben imparato.
Per VITA, qualche mese fa, sono andata con Rita Bernardini al cinema a vedere il film La salita di Massimiliano Gallo, sulla storia del teatro voluto da Eduardo De Filippo nell’istituto penale minorile di Nisida. Com’è questo teatro oggi, del quale scrive che «è un luogo sospeso nel tempo, intriso di storia e silenziosamente abitato da emozioni»?
Il teatro è un disastro in questo momento. Purtroppo, è stato il simbolo e il segno della nostra incuria (per nostra intendo come comunità e come amministrazione). Io mi riconosco delle responsabilità, ma non tante, le ho provate tutte per evitare che tutto questo accadesse. Ma alle volte ci si imbatte con dei muri e delle resistenze che sono difficilmente smontabili. Ma al di là del luogo fisico del teatro Edoardo ci ha lasciato l’esperienza che noi continuiamo a coltivare.
Esco proprio ora da un incontro fatto con il laboratorio teatrale che attualmente abbiamo a Nisida, curato da un gruppo giovanissimo di attori del Teatro Stabile di Napoli, che quasi 10 anni fa sono stati scelti per la scuola dello Stabile da Luca De Filippo. Questo abbinamento con De Filippo è stato assolutamente casuale, noi abbiamo conosciuto questi ragazzi perché facevano un’esperienza come cooperativa sociale in un quartiere della città. Ma vedere come lavoravano e immaginare che quel tipo di esperienza poteva servire ai nostri ragazzi, poi scoprire che avevano avuto quell’imprinting, quella prima formazione, mi è sembrato non del tutto casuale perché Eduardo ci ha lasciato come eredità l’importanza dello strumento del teatro come momento educativo.
Quel palcoscenico, quelle tavole, che nel libro ho cercato di lasciare nei racconti sia di Roby sia di Serena, sono per i ragazzi un’esperienza forte. Anche se loro sono abituati ad affrontare momenti drammatici nella loro vita, da sempre sperimentiamo come quel gioco del teatro, in realtà, li tocchi così profondamente da creare loro imbarazzo. Vuol dire che tocca delle corde emotive, delle corde umane. Il teatro serve loro per conoscersi un po’ meglio, un po’ più profondamente di quanto non siano stati educati a fare. È una grande eredità, un grande strumento quello che ci ha lasciato Eduardo. Al di là della struttura che oggi ci fa un po’ disperare. Ho una certa apprensione, spero di vedere nel prossimo futuro un nuovo teatro rimesso in piedi. Ci auguriamo di inaugurarlo quanto prima.
Dal punto di vista educativo, è importantissima l’idea di una scuola che sappia integrare, ma soprattutto sappia educare alla cooperazione, al saper fare gruppo, il saper fare squadra: è diverso dal saper fare banda che i nostri ragazzi hanno ben introiettato e ben imparato
Nel suo libro le storie dei ragazzi hanno ampio spazio. Torniamo al male e al bene con Fede, che dice: «A volte il male è più onesto. Ti guarda negli occhi. Non finge di essere buono». E continua dicendo: «A volte sembra che chi fa il male abbia più successo». Mentre Pietro afferma: «Io sono rotto in punti che tu non puoi vedere, sono buio in angoli che non voglio che tu illumini».
Quando ho parlato dell’immagine dei guerrieri, ho tralasciato l’idea dell’armatura perché la parte più faticosa del lavoro che fanno gli educatori con noi è esattamente quella di riuscire ad aiutare i ragazzi. A volte può sembrare quasi una sfida quella di rompere l’armatura e andare a toccare la parte molle di una persona. Non c’è un atteggiamento voyeuristico, ma c’è la volontà sempre, con ogni ragazzo, di riuscire a liberarlo da quella sovrastruttura perché molte volte gli pesa molto di più di quanto non gli peserebbe toccare la parte molle. Ma i ragazzi non lo sanno, per cui spesso vedo in alcuni dei nostri educatori la fatica quotidiana e il dolore nell’accompagnare i ragazzi in questo processo delicatissimo, che comporta anche un’assunzione enorme di responsabilità. Naturalmente è sempre una responsabilità portare le persone a riconoscersi con le loro fragilità, consapevoli che quelle fragilità possono diventare elemento di forza.
Ma possono diventarlo in un processo che va accompagnato e, molte volte, il nostro tempo di lavoro con i ragazzi è breve o spesso quell’apertura che hanno mostrato poi, improvvisamente, torna a chiudersi perché non siamo gli unici ad interagire nella loro storia. Ci sono anche altri soggetti, altri contesti che vivono per cui, nel momento in cui loro si sono sentiti più sereni a mettersi in gioco, improvvisamente può arrivare qualche elemento che li porta a tornare a difendersi. Per cui quello spazio di lavoro intravisto in un attimo svanisce e bisogna ricominciare tutto daccapo sperando di poterlo rivedere.


È un po’ quello che ho voluto raccontare con Fede e con Pietro. Ognuno di loro conserva una parte che protegge fermamente e decisamente e che non vuole mettere in campo. Uno dei ragazzi che ho raccontato, Roby, che è coinvolto nel laboratorio teatrale, nella sua storia di svalutazione, nel fatto di non essere mai stato visto per come lui si sentiva, secondo me è il filo conduttore delle storie di tanti dei nostri ragazzi: hanno fatto paura, sono stati invisibili e la dinamica delle paranze ce lo insegnano. Questa estrema voglia di mettersi in mostra, di farsi riconoscere (cosa che la vecchia criminalità non avrebbe mai ammesso) è probabilmente dovuta al fatto che non si sono mai sentiti guardati e riconosciuti per quello che loro si aspettavano di poter essere.
Nel suo libro scrive che il cuoco, don Peppino, è il cuore pulsante della cucina. «Sul fornello ribolle sempre una pentola dal profumo familiare: qualcosa che sa di casa, di domenica, di cura. È qui che è nata la “pedagogia” di Nisida, lo stile della cura. L’importanza di aver cura, attenta e personale, delle relazioni e dei rapporti umani oggi è una linea educativa estremamente d’avanguardia».
È un tema che un po’ di anni fa è venuto fuori nella nostra esperienza di lavoro. La pedagogia della cura io l’ho imparata in cucina, dai gesti quotidiani delle persone che da più tempo hanno contatto con i ragazzi. Il nostro lavoro fondamentalmente ha un obiettivo, quello di creare dei rapporti e delle relazioni che sostengano il processo di crescita di una persona, che la aiuti a sentirsi accolta e riconosciuta. Sono relazioni che devono prendersi innanzitutto carico dei loro bisogni, di quello che ha generato il disagio che ha portato alla reazione deviante, che ha portato al comportamento criminale. Mi sono reso conto che, alla fine, ciò di cui i ragazzi hanno maggiormente bisogno, ciò che può aiutarci nel costruire una relazione è un meccanismo che spesso è ridondante, si ripete in una maniera quasi ossessiva nelle storie che impariamo a conoscere e che in qualche modo lancia sempre lo stesso allarme: c’è un bisogno che spesso viene taciuto.
La pedagogia della cura io l’ho imparata in cucina, dai gesti quotidiani delle persone che da più tempo hanno contatto con i ragazzi
C’è stata una mancanza, una fragilità alla quale non è stato dato ascolto, non è stata data attenzione. Se una persona vede che dall’altro lato c’è una capacità di riconoscere quella fragilità, quel bisogno e di mettersi in campo (alle volte anche senza riuscire a risolverla, ma stiamo loro accanto e camminiamo con loro), questo fa sì che si senta sostenuta e riconosca in me un compagno di viaggio. Purtroppo, spesso non riusciamo a vedere la salvezza dei ragazzi, però molte volte riusciamo a vedere attivarsi dei processi di riconoscimento e di autonomizzazione e queste persone imparano a volersi bene, a riprendersi in mano una parte di vita che a loro sembrava aver messo da parte o non aver mai potuto prendere in mano. In una logica di cura, cioè di presa in carico, questo è sufficiente perché quella dinamica poi attiva una relazione sociale positiva con reciprocità: se io mi sento preso in carico nei miei bisogni, sono capace di prendermi in carico di altri, partendo dal prendere in carico me stesso. In questo io riconosco una dinamica sociale positiva in cui vedo protagonisti i ragazzi, ma vedo coprotagonista anche la collettività.
La responsabilità sociale non può essere solo la tensione ideale di uno o di pochi, ma un sistema organizzativo che nasce dalla missione collettiva e coinvolge tutti i cittadini
Infatti, lei parla di responsabilità sociale, che «non può essere solo la tensione ideale di uno o di pochi, ma un sistema organizzativo che nasce dalla missione collettiva e coinvolge tutti i cittadini» e che «può diventare un grande investimento: uno strumento competitivo attraverso il quale coniugare crescita sociale e miglioramento della qualità della vita».
La giustizia minorile oggi normativamente si fonda su una logica di comunità. Non a caso, perché sempre più si punta l’attenzione su un sistema di giustizia in cui la collettività sia coprotagonista, sia partecipe. Ancora oggi è un po’ un sogno, spesso ci si tira un po’ indietro, penso sia agli organi responsabili che ai singoli. Però è una cultura che può crescere e il nostro compito può essere quello di stimolare una crescita in questo senso perché abbiamo un’esperienza da coltivare e vale la pena portarla avanti.
«Assumere psicofarmaci è stato un modo per riempire un vuoto, evitare sensazioni difficili, anestetizzare emozioni troppo forti, sentirsi meno soli. Poi non sai più come uscirne. Ogni volta ti dici basta, ma poi ci ricaschi. Sono nodi profondi, che tirano forte. Alla fine non mi bastava più e sono arrivato a farmi, dice Roberto nel suo libro». Nell’arco di questi 30 anni, cosa vuole dirci riguardo all’uso degli psicofarmaci?
È un tema degli ultimi anni, che non caratterizza tanto i ragazzi napoletani perché la cultura locale ha ancora dei pregiudizi rispetto all’uso dello psicofarmaco e alla stigmatizzazione che ne può derivare. Nella nostra realtà, abbiamo conosciuto l’esperienza dell’uso degli psicofarmaci con i ragazzi che vengono dai Paesi nordafricani e che sono transitati per l’Europa, soprattutto in Francia e in Belgio dove c’è un approccio molto più leggero allo psicofarmaco. È una realtà che abbiamo trovato presente nei racconti dei colleghi operatori del sociale che lavorano soprattutto in Lombardia, in Piemonte, dove sembra che lo psicofarmaco abbia una diffusione molto più ampia. Qui lo abbiamo toccato con mano anche perché è una forma di dipendenza che crea molto disagio sociale, determina degli up down soprattutto in uscita: non si percepisce come una vera e propria dipendenza perché si tratta di farmaci, ma fa male alle volte anche di più di quanto non possa fare una dipendenza da sostanze psicotrope.
Questo libro ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: l’istituto penitenziario minorile, così come lo pensiamo, dice molto più di noi adulti che dei ragazzi che lo abitano
Domenico Battaglia, cardinale e arcivescovo di Napoli
Questi abusi alle volte nascondono delle patologie che poi, con fatica, vengono individuate e curate nella maniera giusta. Il disagio psicologico e psichiatrico in molti ragazzi non viene visto per tempo o adeguatamente, non è preso in carico e poi diventa devianza e criminalità. Ma in realtà potrebbe essere più adeguatamente e tempestivamente affrontato, forse ancora siamo poco attrezzati a farlo.
«Questo libro ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: l’istituto penitenziario minorile, così come lo pensiamo, dice molto più di noi adulti che dei ragazzi che lo abitano», scrive così, nella postfazione del libro, il cardinale e arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia.
Ho chiesto a don Mimmo di dare una lettura al libro e di scrivere la postfazione perché con lui ho condiviso un sogno: portare avanti il patto educativo per la città. Don Mimmo è venuto a Nisida quando non era arcivescovo, era vescovo di Benevento. Avevamo capito che c’era qualcosa che ci stimolava a camminare dalla stessa parte e ci siamo resi conto del fatto che nessuno di noi, né la Chiesa, né la giustizia, né il sociale, avrebbe mai potuto ottenere risultati se non si fosse trovata una formula nella quale si tirava dritti insieme, lungo la stessa linea. Da subito, da quando è stato nominato arcivescovo di Napoli, ha messo molta energia affinché gli interlocutori principali mantenessero una linea organica e omogenea a tutela dei ragazzi. Abbiamo un lavoro ancora lungo da fare, ma sicuramente abbiamo tracciato un solco che è importante da tenere.
Cosa vuole raccontarci del suo rapporto con i ragazzi, in questi 30 anni di lavoro a Nisida?
Tutto ciò che ho provato a mettere dentro questo libro è frutto di un’esperienza di comunità, di un gruppo di lavoro, anche la relazione con i ragazzi, che abbiamo imparato a costruire nel tempo. È stato bello vedere alcuni ragazzi tornare a trovarci nell’istituto, tempo dopo la loro uscita, per fare quello che un ragazzo una volta mi ha reso esplicito: «Ho bisogno di tornare qua di tanto in tanto perché ho bisogno di ritrovare quella parte buona di me nella quale avete creduto». È un po’ il tema che ho ritrovato in tanti ragazzi, che a volte ci vengono a trovare con i loro figli o con le loro compagne. Può sembrare strano portare in carcere delle persone a cui tieni, ma lo fanno perché vogliono farsi vedere confermati nel loro percorso e nel loro processo da quelle persone (il comandante, l’educatore, don Peppino) che in qualche maniera erano state le loro figure di riferimento. Ogni ragazzo ha scelto il suo adulto e lo ha seguito in qualche maniera, lo ha usato per attivare quei processi che gli servivano. Questo ritornare ha una valenza meramente individuale, serve alla persona per ricomporre una parte della sua vita e renderla organica in un processo generale in cui anche l’esperienza del carcere ha avuto un senso positivo.
Foto di apertura di Amir Hosseini su Unsplash e, nel testo, dell’intervistato
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Ilaria Dioguardi
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