22 luglio 2026 – ore 06:30 – Venticinque anni dopo la morte di Indro Montanelli, l’Italia fa quello che sa fare meglio con i propri grandi personaggi: li trasforma in monumenti. I giornali lo ricordano come il maestro del giornalismo, il cronista che ha attraversato il Novecento, il fondatore de Il Giornale, l’uomo della prosa limpida e dell’indipendenza. Lo celebrano con affetto, con nostalgia e, in qualche caso, perfino con devozione. Eppure c’è un paradosso che dovrebbe inquietarci. Se Montanelli fosse vivo oggi, probabilmente verrebbe criticato dagli stessi che oggi lo celebrano. Non perché il giornalismo sia cambiato. Perché siamo cambiati noi. Viviamo in un tempo nel quale chiediamo ai giornalisti una qualità che Montanelli non avrebbe mai cercato di possedere: essere rassicuranti. Pretendiamo che confermino le nostre convinzioni, che appartengano alla nostra parte, che parlino alla nostra comunità, che non disturbino troppo le idee con cui ci alziamo la mattina. Li applaudiamo quando ci danno ragione. Li accusiamo di faziosità quando ci costringono a rimettere in discussione ciò che pensiamo. Il vero nemico del giornalismo, oggi, non è la censura. È il tifo. Per anni abbiamo creduto che il pericolo più grande fosse il potere politico. Oggi il rischio è spesso più sottile. È la pressione continua a schierarsi, a scegliere una curva, a parlare soltanto a chi è già d’accordo. Il lettore non cerca più un giornale che gli racconti il mondo. Cerca un giornale che gli confermi di avere già capito tutto. È qui che il giornalismo comincia a perdere la propria funzione.
I giornalisti non stanno diventando meno preparati. Stanno diventando meno liberi. Non meno liberi perché qualcuno impedisca loro di pubblicare un articolo. Meno liberi perché il timore di perdere consenso, clic, inserzionisti, follower o approvazione pubblica finisce troppo spesso per pesare più dell’obbligo di raccontare i fatti con onestà. È una forma di autocensura silenziosa. Nessuno la impone. Eppure produce gli stessi effetti: rende il giornalismo più prudente, meno scomodo, meno disposto a correre il rischio di dispiacere. Montanelli, invece, quel rischio lo considerava parte integrante del mestiere. Non scriveva per essere amato. Scriveva per essere credibile. In questi giorni è stata ripubblicata una sua risposta a una studentessa. In poche righe riassumeva un’intera idea di giornalismo: «Chi scrive deve sentirsi al servizio dei propri lettori». È una frase che merita di essere riletta con attenzione. Essere al servizio dei lettori non significa scrivere ciò che i lettori desiderano sentirsi dire. Significa rispettarli abbastanza da raccontare la realtà anche quando è scomoda. Oggi, invece, troppo spesso confondiamo il rispetto con l’accondiscendenza. Viviamo nell’epoca degli algoritmi, delle notifiche e dell’indignazione permanente. Tutto viene misurato: visualizzazioni, condivisioni, tempo di permanenza, commenti. Sono strumenti preziosi, ma non possono diventare il criterio con cui decidere il valore di una notizia. L’algoritmo premia ciò che emoziona. Il giornalismo dovrebbe premiare ciò che è vero. Quando le due cose coincidono è una fortuna. Quando non coincidono, un giornalista deve scegliere da che parte stare.
Montanelli non aveva sempre ragione. Anzi. Ha scritto pagine che oggi risultano indifendibili. Ha espresso giudizi che il tempo ha demolito. Ha commesso errori che continuano a pesare sul suo nome. Sarebbe assurdo negarlo. Ed è proprio questo, paradossalmente, a renderlo ancora interessante. Perché un giornalista non è un santo. È un uomo che accetta il rischio di essere smentito dalla storia. Chi pretende di non sbagliare quasi sempre finisce per non avere più nulla da dire. È anche per questo che la sua figura continua a provocare discussioni. I monumenti non dividono. Le idee sì. E Montanelli, venticinque anni dopo la sua morte, continua ancora a dividere. Non è un difetto. È il segno che continua a essere vivo nel dibattito pubblico. A Trieste il giornale non è mai stato soltanto un giornale. È sempre stato un pezzo dell’identità cittadina. Nei caffè, nei rioni, sulle Rive, nelle discussioni che da sempre animano questa città, la carta stampata ha contribuito a costruire una comunità di cittadini prima ancora che di lettori. Forse è anche per questo che Montanelli qui continua a dire qualcosa. Perché una città di confine conosce il valore del dubbio e sa che la realtà, quasi mai, può essere rinchiusa dentro una sola verità.
Forse dovremmo smettere di chiederci chi sarà il nuovo Montanelli. È la domanda sbagliata. La domanda giusta è un’altra. Siamo ancora disposti ad accettare un giornalista che ci irrita più di quanto ci rassicuri? Perché oggi Montanelli venderebbe probabilmente moltissimi libri. Non sono altrettanto sicuro che raccoglierebbe gli stessi applausi. E forse è proprio questa la riflessione che il suo venticinquesimo anniversario ci consegna. Non che manchi un nuovo Montanelli. Ma che stiamo lentamente perdendo l’abitudine ad accettare un giornalismo capace di metterci in discussione. Perché il problema non è che manca Montanelli. Il problema è che il giornalismo non è diventato meno libero per colpa delle leggi. Rischia di diventarlo perché editori, giornalisti e lettori preferiscono sempre più spesso la conferma al dubbio. E il dubbio, da sempre, è la materia prima del buon giornalismo.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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Francesco Viviani
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