Disarmata e disarmante: perché la pace di Papa Leone ci riguarda tutti, in prima persona


La parola antologia non è più tanto di moda. Eppure, il mondo telematico in cui siamo immersi è tutto fatto di frammenti, di stralci, di citazioni. La sfida che Lorenzo Fazzini della Libreria Editrice Vaticana mi ha lanciato ha coinciso con il primo anno di pontificato. Si può scrivere un piccolo “bignami” di discorsi e scritti di papa Leone XIV? Certo che sì, anche se tremano le vene ai polsi e la penna in mano. 

Il tema della pace merita perché dal balcone della Loggia Centrale della Basilica di San Pietro, in quell’8 maggio 2025, si è subito imposto come un grande argomento di Robert Francis Prevost eletto con il nome di Leone XIV. Il mondo in guerra e l’odio e la violenza che respiriamo quotidianamente hanno bisogno della profezia contenuta nell’insegnamento del Papa. 

Pace, un accento insistito per tutto l’anno

In un anno di discorsi e interventi il materiale accumulato su questo tema è davvero impressionante. Dagli interventi più ufficiali e impegnativi come il discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede o come il Messaggio per la Giornata Mondiale della pace agli incontri in parrocchia, le visite e le udienze più ordinarie, l’accento sulla pace è stato insistito. In quel doppio aggettivo, che abbiamo messo nel titolo, “disarmata e disarmante”, c’è la volontà di qualificare la mancanza di guerra come una responsabilità, nel senso etimologico. Nel senso cioè di risposta: la risposta al dono della pace di Cristo.

Nel doppio aggettivo che abbiamo messo nel titolo, “disarmata e disarmante”, c’è la volontà di qualificare la mancanza di guerra come una responsabilità, nel senso etimologico. Una risposta al dono della pace di Cristo.

I capitoli e i paragrafi del libro sono fatti per addentrarsi nell’insegnamento pontificio, distinguendo gli argomenti. E in qualche modo ordinandoli secondo grandi aree di interesse. C’è l’appello al disarmo, la sottolineatura del multilateralismo, un focus sul dialogo. Ma anche la necessità della preghiera e del dialogo fra chiese per ottenere il bene comune della pace. Lo scopo del libro è offrire le parole chiave del pontificato sulla pace in un unico volume agile. Diverse situazioni, diversi accenti ma un’unica preoccupazione: costruire dialoghi, ponti, confronti, liberandosi dallo schema amico/nemico. 

La lezione di Agostino

Penso ai primi viaggi in Libano e Turchia, in luoghi chiave della tensione mondiale, o anche quello in Algeria e in Africa dove la testimonianza dei martiri di oggi si coniuga con il fondamento messo da Sant’Agostino. E proprio da “figlio di Agostino” questo Papa ha preso le mosse dalla visione della storia e del potere politico contenuta nel De Civitate Dei. In particolare, nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede dello scorso gennaio, cita esplicitamente quest’opera per descrivere il compito dei cattolici nelle società moderne. «La città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile. Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile». E questo è lo sfondo “antropologico” in cui si articola la predicazione di Leone. 

La guerra delle parole

Uno dei capitoli che più mi dà soddisfazione di questo lavoro antologico è proprio quello dedicato all’informazione in periodi di guerra. Anche perché riguarda il lavoro che ho fatto per tanti anni: il giornalista. L’abbiamo chiamato «Propaganda e informazione: la guerra delle parole». Il Papa davvero ha insistito tanto su questo tema in più di un’occasione, invitando a ribaltare il punto di vista di chi racconta i conflitti. Non come si descriverebbe un videogame, ma ponendosi nell’ottica delle vittime, di chi è vittima. «Negli occhi delle vittime», dice. I protagonisti della guerra qui diventano persone vere, di carne ed ossa, donne e bambini. La parola nemico nasconde invece un’astrazione. L’euforia bellicista è sempre fatta di mappe e linee di conquista, di parole roboanti, mai di vita vera

Il Papa ha invitato più volte a ribaltare il punto di vista di chi racconta i conflitti. Non come si descriverebbe un videogame, ma ponendosi nell’ottica delle vittime, di chi è vittima. I protagonisti della guerra qui diventano persone vere, di carne ed ossa, donne e bambini.

La coscienza del singolo

Nella stupenda introduzione al libro, che è un testo inedito composto in occasione di questa antologia, il Papa racconta poi un episodio specifico della storia, poco ricordato. Nel 1983 un ufficiale sovietico, disobbedendo agli ordini, evitò una guerra nucleare con gli Stati Uniti, non credendo alla segnalazione di un attacco missilistico americano, che infatti era un errore della macchina. Il fatto narrato è utile al Papa per mettere in guardia dai rischi della guerra dei droni, algoritmica, che disumanizza anche il conflitto e lo rende anonimo. Scrive infatti Prevost commentando questo avvenimento: «La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero». 

È la fiducia profonda nel cuore e nella mente dell’uomo che ci danno la prospettiva giusta per avere un orizzonte di pace. La fine della guerra, dell’odio, della violenza comincia da ognuno di noi.

È in fondo questa la consapevolezza che dà speranza. È la fiducia profonda nel cuore e nella mente dell’uomo che ci danno la prospettiva giusta per avere un orizzonte di pace. La fine della guerra, dell’odio, della violenza comincia da ognuno di noi. E non c’è pace senza giustizia. Non c’è pace senza verità. 

L’appello alla speranza

Aggiungo per i lettori di Vita una riflessione del tutto personale. Uno degli appelli contenuti in questi discorsi è l’appello alla speranza. Di che si tratta? È più profondo di quello che può apparire. Si richiama direttamente anche qui a Sant’Agostino, quando sempre nel De Civitate Dei, traccia una differenza: la felicità della città del mondo è nel possesso delle cose materiali (oggi le chiameremmo denaro, lussuria e potere), ma questa felicità alla fine lascia tristi, lascia inquieti perché è sotto il segno della morte. Come Agostino aveva provato sulla sua pelle. 

La felicità dei cittadini della città di Dio è invece, qui sulla terra, «in spe Dei», nella speranza di Dio. Una speranza di Dio che inizia da un incontro reale, un avvenimento di Grazia, un iniziale stupore vissuto su questa terra. Ecco la pace ultima di cui è testimone il Santo Padre. La pace del Vangelo in questo senso crea infatti una pace interiore, che rende liberi dal ricatto del mondo. Penso che Papa Leone XIV sia un vero e proprio spettacolo di pace interiore nel trambusto del mondo, della storia e anche della Chiesa. Penso sia questa la sua più alta testimonianza e anche la cosa che tutti cominciano a capire e ad apprezzare di lui.

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 Sara De Carli

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