«Ci riprendiamo tutto quello che è nostro».
Come in Gomorra, ma questa volta per il verso giusto.
Ad Amabilina non c’erano palazzi da conquistare, piazze di spaccio da controllare o territori da spartire. C’era un campetto comunale. Un bene pubblico. Uno spazio che appartiene a tutti e che, per troppo tempo, qualcuno aveva deciso di trattare come una proprietà privata.
Un cancello chiuso con il catenaccio. Bambini mandati via. Permessi da chiedere a chi non aveva alcun titolo per concederli. E, secondo le segnalazioni raccolte negli anni da Tp24, persino soldi richiesti per giocare.
Poi sono arrivate le tronchesi della Polizia Municipale.
E, soprattutto, sono arrivati i ragazzi, le famiglie, le associazioni, i magistrati, gli amministratori. È arrivata la comunità.
Dal 17 al 19 luglio, in occasione del torneo “Un calcio alla mafia”, organizzato in memoria di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta uccisi nella strage di via D’Amelio, il campetto di Amabilina è tornato a essere quello che avrebbe sempre dovuto essere: un luogo pubblico, aperto, vivo.
Una piccola, grande battaglia di legalità. Vinta, almeno per ora.
Dove prima c’era un lucchetto
La storia non comincia con il torneo.
Tp24 aveva raccontato già nel 2023 che quel campo comunale era diventato una sorta di territorio controllato da alcuni abitanti del quartiere. Secondo le testimonianze raccolte, qualcuno decideva chi potesse giocare e chiedeva denaro per concedere l’utilizzo della struttura.
Come se il campetto fosse suo.
Ne avevamo scritto qui: https://www.tp24.it/2023/07/03/cittadinanza/dal-centro-ad-amabilina-chi-ha-il-controllo-del-territorio-a-marsala/192131
Nel febbraio scorso era arrivata una nuova segnalazione. Alcuni bambini, entrati nel campo per giocare, sarebbero stati allontanati da una donna arrivata in automobile. Urla, rimproveri e poi il cancello nuovamente chiuso con un catenaccio.
La domanda posta allora era semplice: il campo è pubblico o privato?
Se è pubblico, chi aveva autorizzato quella famiglia a comportarsi come se ne fosse proprietaria? Esisteva una convenzione, un affidamento, un atto del Comune? Oppure si trattava soltanto di un’occupazione di fatto, tollerata per anni?
L’articolo con la denuncia dei residenti: https://www.tp24.it/2026/02/15/cittadinanza/amabilina-il-campetto-vietato-ai-bambini-la-denuncia-dei-residenti/229763
Una risposta è arrivata nei giorni scorsi, quando i dipendenti comunali, intervenuti per ripulire l’impianto in vista del torneo, hanno trovato ancora una volta il cancello chiuso.
Per aprirlo sono dovuti intervenire gli agenti della Polizia Municipale, rimuovendo con le tronchesi quella chiusura abusiva.
È stato un gesto materiale, ma anche politico.
Perché, a volte, la legalità passa davvero da un lucchetto tagliato.
“Un calcio alla mafia”
Il torneo si è concluso domenica 19 luglio, dopo tre giornate di partite, partecipazione e memoria.
Sul rettangolo di gioco si sono affrontate quattro squadre: il Città di Marsala Calcio, Libera, la comunità Haziza e la comunità Faro. Quaranta gli atleti coinvolti.
Il successo finale è andato al Città di Marsala. Al secondo posto si è classificata Libera, seguita dalla comunità Haziza e dalla comunità Faro.
Le partite sono state dirette dagli arbitri Piero Larosa e Claudio Amato. Ma il risultato sportivo, questa volta, era quasi un dettaglio.
Sugli spalti e attorno al campo c’erano cittadini, volontari e associazioni. Erano presenti il procuratore capo di Marsala Ferdinando Asaro, il presidente del Tribunale Roberto Malato e Marcello Saladino, già presidente del Tribunale marsalese.
Per il Comune hanno partecipato l’assessore Daniele Nuccio e i consiglieri comunali Gesone e Caradonna.
Il procuratore Asaro e il presidente Malato hanno sottolineato il valore di un campo nuovamente vivo, popolato da ragazzi e famiglie. Non una cerimonia chiusa dentro una sala, ma la memoria di Paolo Borsellino portata dentro un quartiere popolare, proprio nel luogo in cui il rispetto delle regole era stato sostituito dalla legge del più prepotente.

Lo sport che riapre un presidio
«Lo sport che unisce riapre un presidio di legalità all’interno del quartiere popolare dove, da qualche giorno, i campetti sono stati restituiti alla collettività», ha dichiarato l’assessore Daniele Nuccio.
«È l’inizio di un percorso comune, in collaborazione tra istituzioni e cittadini che condividono valori nel nome di chi, per quei valori, ha sacrificato la propria vita».
Parole importanti. E soprattutto impegnative.
Perché adesso non basta più celebrare la riapertura. Bisogna garantire che quella restituzione sia definitiva.
Il campetto deve rimanere aperto, pulito e accessibile. Devono essere stabiliti orari, regole e responsabilità. Deve esserci una gestione trasparente, eventualmente attraverso un avviso pubblico rivolto alle associazioni sportive e agli enti del Terzo settore.
Nessuna gestione familiare. Nessuna concessione informale. Nessun nuovo lucchetto.
Amabilina non è soltanto cronaca nera
Amabilina è uno dei quartieri popolari più grandi e complessi di Marsala. Un insieme di palazzi e case popolari costruiti ai margini della città e rimasti, anche urbanisticamente, separati dal resto del tessuto cittadino.
Negli anni il quartiere è stato raccontato soprattutto attraverso operazioni antidroga, arresti, perquisizioni, incendi di rifiuti e piccoli o grandi episodi di criminalità.
Lo Stato, ad Amabilina, è arrivato spesso con le pattuglie, gli elicotteri e i blitz all’alba.
Molto meno frequentemente è arrivato con la manutenzione ordinaria, l’illuminazione funzionante, la pulizia costante, il trasporto pubblico efficiente e spazi per bambini e adolescenti.
Nel luglio del 2025, raccontando un maxi blitz dei Carabinieri, Tp24 scriveva di un quartiere in cui lo Stato si manifesta spesso attraverso le operazioni di polizia, ma più raramente attraverso servizi, scuole efficienti e trasporti: https://www.tp24.it/2025/07/03/cronaca/marsala-maxi-blitz-dei-carabinieri-ad-amabilina-perquisizioni-all-alba/220478
Non significa negare i problemi di criminalità. Significa evitare il meccanismo più comodo e ingiusto: abbandonare un quartiere e poi accusare tutti i suoi abitanti di essere responsabili dell’abbandono.
Ad Amabilina vivono famiglie, anziani, lavoratori e tanti bambini. Persone che non vogliono essere confuse con chi spaccia, minaccia o occupa abusivamente gli spazi pubblici.
Sono spesso proprio i residenti a segnalare ciò che non funziona, chiedendo pulizia, sicurezza e normalità. La normalità di poter uscire la sera, trovare una strada illuminata, fare giocare i propri figli senza chiedere il permesso a un presunto padrone del quartiere.
Rifiuti, buio e istituzioni intermittenti
Negli ultimi anni le segnalazioni sono state continue.
Nel giugno del 2024 alcuni residenti raccontavano a Tp24 di vivere tra spazzatura, cattivi odori e strade al buio. Una donna aveva usato un’espressione durissima: «I nostri figli vivono in un cimitero»: https://www.tp24.it/2024/06/26/diritti/marsala-il-grido-di-aiuto-ad-amabilina-spazzatura-buio-e-degrado-i-nostri-figli-vivono-in-un-cimitero/205655
Nell’aprile del 2025 il quartiere era nuovamente sommerso da erbacce, insetti, sporcizia e aree comuni impraticabili. La vegetazione, in alcuni punti, arrivava quasi al primo piano degli edifici: https://www.tp24.it/2025/04/04/cittadinanza/marsala-le-erbacce-fino-al-primo-piano-amabilina-sommersa-da-degrado-e-indifferenza/216759
Poche settimane dopo, Amabilina rimase completamente al buio per più di una settimana: https://www.tp24.it/2025/05/21/cittadinanza/marsala-il-quartiere-di-amabilina-al-buio-da-piu-di-una-settimana/218679
In precedenza, per oltre un anno, le famiglie avevano dovuto protestare per chiedere la riapertura della scuola “Mario Nuccio”: https://www.tp24.it/2022/09/20/diritti/marsala-oggi-il-sit-in-ad-amabilina-per-la-riapertura-della-scuola-mario-nuccio/181795
Il quadro è quello di una presenza pubblica intermittente: si interviene per un’emergenza, si organizza una pulizia straordinaria, si annuncia un progetto. Poi l’attenzione si sposta altrove e il quartiere torna a fare i conti con gli stessi problemi.
Ed è proprio dentro questi vuoti che crescono le occupazioni abusive, i piccoli capi, le regole parallele e l’idea che chi è più forte possa appropriarsi di ciò che appartiene a tutti.
Quando il bene pubblico perde il padrone vero
Un campo abbandonato non rimane mai semplicemente vuoto.
Se il Comune non se ne occupa, qualcuno prima o poi se ne appropria. Mette un lucchetto, stabilisce gli orari, decide chi entra. Magari comincia chiedendo pochi euro per una partita. Poi quella consuetudine diventa una regola e la regola diventa potere.
Il messaggio per i bambini è devastante: ciò che è pubblico non è davvero di tutti. È di chi riesce a prenderselo.
Per questo la vicenda di Amabilina è molto più importante di quanto possa sembrare.
Non riguarda soltanto una partita di calcetto. Riguarda il controllo del territorio.
E il territorio non si controlla soltanto con le operazioni delle forze dell’ordine. Si controlla facendo funzionare le scuole, illuminando le strade, raccogliendo i rifiuti, mantenendo aperti i campi sportivi e garantendo una presenza quotidiana delle istituzioni.
La legalità non è una conferenza. È manutenzione.
I progetti annunciati
Negli ultimi anni ad Amabilina sono stati avviati anche interventi importanti.
L’ex edificio scolastico è stato trasformato in un complesso di social housing con 25 alloggi a canone sostenibile e spazi destinati a servizi comuni: auditorium, biblioteca, poliambulatorio, centro analisi, cucina e aree condivise: https://www.tp24.it/2023/09/20/cittadinanza/marsala-il-social-housing-di-amabilina-e-pronto-ma-non-ci-vive-nessuno-ecco-perche/194959
Nel marzo del 2026 è stato inoltre presentato un nuovo progetto per la realizzazione nel quartiere di un centro polifunzionale destinato all’aggregazione, ai servizi sociali, alla formazione e all’inclusione. Per Amabilina sono previsti interventi per oltre un milione e mezzo di euro: https://www.tp24.it/2026/03/12/dai-comuni/marsala-presentati-tre-nuovi-poli-di-sviluppo-urbano-tra-turismo-sport-e-servizi-sociali/230940
Sono investimenti necessari. Ma gli edifici, da soli, non producono comunità.
Servono attività continuative, operatori, educatori, associazioni, sport, cultura e presenza istituzionale. Altrimenti anche il progetto più costoso rischia di diventare l’ennesima struttura inaugurata con il nastro tricolore e poi consegnata lentamente all’incuria.
Adesso il Comune dica cosa accadrà
Il torneo è finito. Le fotografie sono state scattate. Le autorità hanno parlato. Le squadre sono state premiate.
Adesso comincia la parte difficile.
Il Comune di Marsala deve spiegare quale sarà il futuro del campetto. Chi lo aprirà ogni mattina? Chi lo chiuderà la sera? Chi vigilerà affinché nessuno torni a impossessarsene? Chi curerà il manto sintetico, le reti, gli spogliatoi e l’illuminazione?
Sarà affidato a un’associazione? Verrà pubblicato un bando? Saranno coinvolte le realtà che già operano nel quartiere? Saranno previste fasce orarie gratuite per bambini e ragazzi?
Non sono dettagli burocratici. Sono la sostanza della vicenda.
Perché un bene pubblico senza gestione è un bene pubblico soltanto sulla carta.
E ad Amabilina si è già visto cosa accade quando le istituzioni lasciano uno spazio senza regole, manutenzione e controllo.

Non richiudete quel cancello
Il torneo “Un calcio alla mafia” ha celebrato Paolo Borsellino nel modo migliore: non soltanto con le parole, ma restituendo un pezzo di territorio alla collettività.
È questa la memoria che serve.
Non la memoria rituale, confinata agli anniversari. Ma quella che diventa scelta amministrativa, presenza pubblica, responsabilità quotidiana.
Per tre giorni il campetto è stato pieno di ragazzi, associazioni e cittadini. Il quartiere ha mostrato il volto che troppo spesso viene ignorato: quello di una comunità che vuole partecipare, stare insieme e vivere normalmente.
Ora quel campo non deve tornare nel silenzio.
Non deve ricomparire un catenaccio. Non devono tornare i presunti proprietari. Non deve essere necessario un altro torneo antimafia per ricordare che quel bene appartiene a tutti.
«Ci riprendiamo tutto quello che è nostro», dunque.
Ma questa volta non è la frase di un clan che conquista il territorio.
È la voce di una comunità che se lo riprende.
E lo Stato, adesso, deve restare in campo.

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