Esiste una categoria di artisti che non sente il bisogno di costruirsi una distanza dal mondo per parlarne. Pierluigi Scandiuzzi (Padova, 1993) appartiene a questa categoria. La sua pittura non osserva la vita da fuori ma la abita, la misura, la cataloga con una precisione affettuosa che è insieme metodo e temperamento. E lo fa attraverso gli strumenti che il mondo stesso usa per organizzarsi come il calendario, il citofono, l’orologio. Oggetti che misurano il tempo e lo spazio dell’esistenza quotidiana, e che Scandiuzzi trasforma in superficie pittorica senza tradirne la funzione originaria.
Pierluigi Scandiuzzi si è formato nell’Atelier F di Carlo Di Raco all’Accademia di Belle Arti di Venezia, uno degli ambienti più fecondi per la pittura emergente italiana degli ultimi anni. È un contesto che non produce manieristi né seguaci, ma pittori capaci di costruire un proprio linguaggio partendo da una padronanza tecnica solida. Pierluigi è uscito da quella formazione con qualcosa di raro: la libertà di usare l’acrilico industriale con la stessa disinvoltura con cui altri usano l’olio, senza gerarchie tra i materiali e senza nostalgie da giustificare.
Pierluigi Scandiuzzi e i suoi calendari
Con Scandiuzzi si verifica qualcosa di raro l’uomo e l’artista non sono due figure separabili; nelle sue opere si riconosce immediatamente la stessa generosità e attenzione che si può riscontrare nei rapporti umani chePierluigi instaura, con la stessa capacità di trovare senso nelle cose che il mondo tende a scartare. Non c’è distanza tra chi è e cosa dipinge. Questa coincidenza, così totale e così priva di costruzione, finisce per essere la chiave di lettura più onesta di tutta la sua ricerca: guardare un’opera di Scandiuzzi e incontrare Pierluigi, è in fondo la stessa esperienza.
La serie dei calendari dipinti è forse il progetto più rigoroso e insieme più intimo della sua produzione. Dal 2023 Pierluigi Scandiuzzi dipinge una tela al mese, sempre delle stesse dimensioni, sempre con la struttura del calendario come impalcatura visiva. Ma dentro quella griglia — i giorni, i numeri, le caselle — riporta tutto quello che lo attraversa nel quotidiano. Immagini viste per strada, suggestioni trovate su uno schermo, figure che emergono da un ricordo o da una distrazione. Ogni mese è un’opera autonoma e ogni opera è anche un documento. La restituzione del processo consiste in un diario intimo nel senso sentimentale del termine, registrazione pittorica del tempo vissuto. I compleanni degli amici scritti a mano, le mostre segnate, i viaggi, gli impegni di lavoro, qui la pittura entra nella struttura del tempo e lo occupa dall’interno. Il calendario smette di essere uno strumento di pianificazione e diventa luogo di consolidamento sempre ripetuta, seriale, inesauribile.

I citofoni di Pierluigi Scandiuzzi
Attraverso la medesima logica di ricerca si compone la serie più recente, quella dei citofoni. Pierluigi ne riprende la forma, ma poi ci entra da pittore: con il suo colore e il suo segno rielabora l’oggetto, trasformandolo da cosa comune e non degna di nota a soggetto dello sguardo, e invita lo spettatore a osservare ciò che di solito sfugge all’occhio nel quotidiano. La mostra Riunione di Condominio a Ma Project, condivisa con Hugo Ciappi e Nonno Burro e curata da Quadro Zero, segna il momento più significativo di questo percorso. Il lavoro che Pierluigi vi porta è una tela di mediedimensioni, retroilluminata da un led, che sembra davvero una targa accesa su un portone: una delle restituzioni più compiute di una ricerca iniziata a Padova, città natale dell’artista, dove Pierluigi comincia a studiare i campanelli quasi per affetto verso i luoghi che abita, vive e attraversa. Per popolare di nomi il citofono in mostra ha fatto la cosa più semplice e più sua che potesse fare: con un annuncio pubblico ha raccolto intorno a sé un nucleo di artisti e non artisti, spazi indipendenti e perfetti sconosciuti, dando a ciascuno un posto sul campanello e ridisegnando così un nuovo luogo da abitare. È sempre lo stesso gesto dei calendari e del museo: Pierluigi decide la forma, ma non chi può entrarci.

Pierluigi Scandiuzzi e la pluralità
Con The Museum — due tele di trecento per quattrocento centimetri realizzate nel 2025 durante il Summer Painting Workshop di Marghera, organizzato dall’Accademia di Venezia — Scandiuzzi porta questa tensione verso la collettività alla sua forma più compiuta e più radicale. L’operazione è insieme semplice e vertiginosa: ha dipinto un museo. Ha costruito su tela l’architettura di uno spazio espositivo — le pareti bianche, gli allestimenti, le opere appese a diverse altezze — e poi ha invitato ventisette artisti a dipingere al suo interno. Amici, studenti, ex studenti e docenti dell’Accademia, ognuno con il proprio stile e la propria tecnica, hanno occupato porzioni di quella tela trasformando un’opera individuale in un organismo collettivo.
Il pensiero alla base di The Museum è limpido e consequenziale. L’artista non poteva costruire un museo reale — non aveva i soldi, il tempo, lo spazio. Ma poteva dipingerlo. E una volta dipinta l’architettura, si è posto la domanda successiva: chi popola le pareti di questo museo immaginato? La risposta non poteva essere lui solo. Perché nessun artista, da solo, può contenere la molteplicità di linguaggi, stili e visioni che un museo richiede. Quella consapevolezza — che suona come un’ovvietà ma che pochissimi artisti traducono in pratica — è diventata il principio costruttivo dell’opera. Il museo è di tutti quelli che lo hanno abitato. L’autore è la relazione.
C’è anche una dimensione critica in questo gesto che vale la pena nominare. The Museum è un’opera che il sistema espositivo tradizionale fa fatica a contenere: è enorme, è collettiva, non si lascia attribuire a un singolo nome senza tradire se stessa. Pierluigi lo sapeva. In qualche misura, lo cercava. La pittura come pratica comunitaria e non privatizzabile è anche una risposta — silenziosa ma precisa — a un sistema che fatica a valorizzare ciò che non si lascia ridurre a un’autorialità sola.

La pittura come misura del mondo
Guardando l’insieme della sua ricerca — i calendari mensili, i citofoni, il museo condiviso, gli orologi dipinti della serie Scandiuzzi Time— emerge un artista che ha scelto di misurare il mondo con la pittura. Non per dominarlo o interpretarlo, ma per stare dentro di esso con più attenzione. Pierluigi Scandiuzzi dipinge il tempo che passa, i nomi delle persone, gli spazi che tutti abitano e nessuno guarda. È una pittura radicata nell’ordinario, generosa nella sua struttura profonda, e più necessaria di quanto si sia ancora capito.
Vincenzo Alessandria

“Dobbiamo rivoltare questo mondo come un calzino, e lo faremo”. Intervista a Pierluigi Scandiuzzi
Dalle parole di Pierluigi Scandiuzzi emerge lo stesso carattere che vediamo in pittura: dissacrante e plurale. In questa intervista racconta la sua ricerca, la sua copertina per Artribune Magazine, la sua idea di pittura.
Osservando la tua pratica, mi sembra che si regga su due pilastri principali: la quotidianità e la collettività. Se la prima, soprattutto in pittura, ha dei precedenti nel neo-dada, la seconda chiama in causa l’arte relazionale. Sono fra i tuoi riferimenti?
Sia il neo-dada che l’arte relazionale non possono che essere di riferimento. Anche se devo ammettere che, della seconda, non avrei mai immaginato potesse far parte del mio lavoro: questo aspetto è qualcosa che è nato in me recentemente, quasi senza accorgermene. Credo che derivi da una necessità, è una risposta alle esperienze che ho avuto nel mondo/sistema dell’arte, ed è quasi un istinto cresciuto conoscendo molte persone, amice artist, in maniera parallela alla mia pratica artistica. Forse è il superamento di qualche timidezza, o a volte dell’essere un po’ troppo loquace — generalmente sparando molte minchiate — ma, in linea di massima, è l’idea che l’artista non sia solo, ma anzi strettamente legato a un’ampia e variopinta comunità. Il nostro lavoro sarà pur sì realizzato in solitudine, ma punta all’universalità: parlare all’umanità intera. Forse l’artista deve essere qualcosa in più che un bravo pittore, di cui ci è consentito ammirare solamente il risultato. Per quanto mi riguarda, e dove è possibile, credo sia il minimo che tutti possano entrare nell’opera e in qualche modo avere il potere di cambiarla. Mi piacerebbe distruggere il privilegio; a volte questo mi crea della rabbia: l’idea che l’artista si ponga come figura santificata, intoccabile, inarrivabile… GENIO! O, peggio ancora, un professionista. Noi artisti siamo persone come tutte le altre: rendiamoci conto che la nostra esistenza su questo pianeta è condivisa da altri 8 miliardi di esseri umani (nessuno dei quali sa cosa cazzo sta facendo).
Dai tuoi lavori emerge un tentativo di aderenza alla veridicità del soggetto quotidiano, tanto che spesso realtà e pittura si confondono: la pittura, fuori dal quadro, si fa calamita, gratta-e-vinci, cartolina, orologio… Da cosa nasce questo tuo interesse per i supporti pittorici non tradizionali e a tratti kitsch?
Credo innanzitutto che questo interesse nasca dalla povertà, ma soprattutto dall’eccessivo professionalismo tendenziale, universalmente diffuso e probabilmente abbastanza radicato in Italia. L’arte si può fare con qualsiasi cosa; non esistono materiali di serie B, soprattutto nel periodo storico che stiamo vivendo. Siamo sommersi dalle cazzate e dalla spazzatura, non possiamo comportarci come nel Rinascimento! Detto questo, io non tollero nessun tipo di pregiudizio, cosa che spesso accade quando parliamo di kitsch. Ritengo che la potenza del kitsch stia nella sua immortalità: il produrre cose di cattivo gusto o trash non ci abbandonerà mai; l’effetto, poi, è amplificato esponenzialmente dal tipo di società in cui viviamo. Il capitalismo sfrenato e la produzione di una quantità inimmaginabile di oggetti (e immagini) destinati al consumo immediato tengono vivo il kitsch e producono nuove frontiere di cattivo gusto, tanto che il termine stesso sembra non più attuale e un po’ legato all’Ottocento. I Pokémon tarocchi sono kitsch? Queste sono cose che non possiamo ignorare, e pensarci non mi fa dormire la notte.
Nel dipinto che hai realizzato per la copertina c’è un citofono pieno di nomi. Chi sono e come li hai selezionati?
Il citofono è un condominio immaginario, e dentro ci abitano: grandissimi amici, amiche e amic, bravissime, bravissimi, bravissim artist, 1 scienziatx, benefattori svariati e gente che si sta facendo il culo. Diversamente da altri citofoni che ho dipinto, per questo lavoro ho scelto personalmente i nomi e il criterio che è stato applicato. Ho voluto condividere la mia occasione con persone buone: qui non c’è spazio per i cattivi. Tra gli abitanti c’è chi lavora, chi dipinge, chi soffre. C’è chi mi ha detto di volersi arrendere, e proprio a te dico: non farlo! Insisti! Continua. Fratello o sorella, dobbiamo rivoltare questo mondo come un calzino, e lo faremo. Voglio che tuttabbiano le loro occasioni, nessuno deve essere lasciato indietro. Siamo individui, certo, ma più che mai è arrivato il momento di agire insieme. Per questo che quei nomi sono lì, tutti vicini, tutti sullo stesso pianerottolo. Credo che l’idea dell’artista solitario, isolato nel suo studio, stia cominciando a scricchiolare insieme al sistema stesso e quei nomi sul citofono sono la mia risposta, il mio modo di dire che non si abita da soli.
Parte della tua formazione è avvenuta all’Atelier F dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida di Carlo Di Raco. Cosa porti con te di quella esperienza?
Cosa porto con me? Tantissimi amici ma soprattutto qualcosa che non mi abbandonerà mai: la pittura. Da quel fatidico giorno, lì sulle Zattere, ero con i miei zii veneziani: Ugo e Nandina, io ancora un “bocia” di 19 anni con in mano le carte per iscrivermi all’Accademia. Da lì in poi ogni mattina penso a dipingere, vado a letto penso ai quadri… cosa sogno? A volte dipinti. Colgo l’occasione per ringraziare il prof e tutti i fiois. Questa pratica quotidiana ha dato un senso alla mia vita, un motivo per esistere e perseverare, per non arrendermi. Questa ossessione benefica che ruba i miei giorni, il mio tempo e le mie energie, mi ha fatto anche sopportare alcuni atteggiamenti e situazioni non piacevoli. Negli anni ho visto alcune criticità all’interno dell’ambiente accademico, c’è stato, e forse c’è ancora, qualcuno che ha qualche tendenza a sentirsi superiore agli altri, cosa che forse stiamo superando.
Ora vivi a Torino. Quali differenze riscontri rispetto alla scena artistica veneziana?
A Venezia ci sono calli strette e il cielo che si intravede camminando tra le abitazioni, non è molto visibile. Qui invece ci sono punti il cui mi sembra ci sia più respiro, e l’azzurro (quando non c’è smog) ha molta più ampiezza.Per finire grazie a chi si è prestatus per questo citofono, vi voglio bene. Ci vediamo in giro e colgo l’occasione per invitarvi il 16 luglio 2065 al MoMA di New York per la più grande mostra dei calendari mai realizzata, nonché ufficiale inizio della mia carriera artistica da professionista. Enjoy your time with… Scandiuzzi Time
Alberto Villa
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Vincenzo Alessandria & Alberto Villa
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