C’è un punto in cui la politica smette di essere cronaca e diventa teatro. Poi c’è un gradino ancora più in alto — o più in basso, dipende dai punti di vista — nel quale anche il teatro rinuncia a rappresentarla, perché la realtà supera qualunque esercizio di fantasia. È il punto in cui, probabilmente, anche Samuel Beckett avrebbe alzato le mani: «basta, mi arrendo». L’autore di Aspettando Godot, padre del teatro dell’assurdo, avrebbe forse trovato eccessivo perfino il copione che da quattro anni va in scena, quasi quotidianamente, al Comune capoluogo.
La metafora marittima
Per capire quale logica attraversa la maggioranza del sindaco Riccardo Mastrangeli bisogna abbandonare i manuali di scienze politiche — a Frosinone evidentemente superati — e affidarsi alla metafora marittima. La consiliatura Mastrangeli è stata, praticamente dall’inizio fino ad oggi, una lunghissima traversata in mare aperto. La nave salpa dal porto con l’ambizione di circumnavigare il mondo: equipaggio numeroso, cambusa piena, rotta tracciata. Ma dopo poche miglia si apre una falla nello scafo. Il Comandante corre a ripararla. Appena chiusa, eccone un’altra. Poi una terza. Una quarta. Una quinta. E così via, senza soluzione di continuità.
Alla fine nessuno parla più del viaggio o della destinazione. L’obiettivo diventa molto più pragmatico: restare a galla. È esattamente ciò che è accaduto in questi quattro anni a Palazzo Munari. Forse è anche per questo che il sindaco ha seguito molto la rotta amministrativa — con tangibili risultati — piuttosto che quella politica. Perché mentre i problemi della città, per quanto complessi, seguono una logica amministrativa e quindi si risolvono, quelli della coalizione che lo sostiene sembrano rispondere esclusivamente alle leggi della meccanica quantistica: cambiano posizione nel momento stesso in cui li osservi.
Il «lodo Sulli»
L’ultima falla, in ordine di tempo e non di fantasia, si è consumata negli assetti di Giunta. La lista civica Identità Frusinate, che solo cinque mesi fa aveva indicato l’assessore Massimo Sulli nell’esecutivo, ha deciso di staccare la spina: lo ha sfiduciato. Con tanto di PEC indirizzata al sindaco, firmata dalla segretaria cittadina Ornella Quatrini e dal capogruppo Christian Alviani. La richiesta è perentoria: fuori Sulli, dentro l’ex commissario di polizia Gianluca Di Trocchio.
Fin qui, ordinaria amministrazione. La commedia dell’arte inizia subito dopo. L’assessore Sulli prende atto della decisione e coerentemente esce dalla civica. Ma nello stesso momento pronuncia una frase destinata a diventare l’ennesima matassa da sbrogliare per il sindaco: «Concludo il mio percorso politico nella lista civica, ma proseguo il mio impegno da assessore fino al momento in cui il sindaco lo riterrà opportuno». Tradotto dal politichese: io non mi dimetto. Se qualcuno vuole che me ne vada, sia il sindaco ad assumersene la responsabilità.
Praticamente siamo al celebre «che fai mi cacci?» di Fini a Berlusconi durante i lavori dell’assemblea del PdL nel 2010. Dietro al comprensibile orgoglio di un assessore che ritiene di aver ben operato si cela però una precisa strategia politica: il sostegno che dovrebbero garantirgli in Giunta i consiglieri Marco Ferrara e Sergio Crescenzi, appena usciti da Identità Frusinate e confluiti nel Gruppo Misto «Mani Libere». In questa consiliatura, dove sono saltate tutte le più comuni regole della politica, si gioca costantemente a palla avvelenata.
Il Comma 22 e il paradosso che non ha soluzione
Come scriveva Albert Camus: «Nessuno è più pericoloso di colui che non ha nulla da perdere». Il paradosso è che il sindaco rischia di sbagliare, suo malgrado, qualunque decisione prenda. Se conferma Sulli in Giunta, è impensabile che possa continuare ad avere il sostegno di Identità Frusinate e il voto in aula del capogruppo Alviani, che ha formalizzato una richiesta politica precisa — difficilissima da ignorare. Se revoca la delega a Sulli e lo sostituisce con Di Trocchio, rischia di perdere definitivamente Ferrara e Crescenzi, che proprio attorno a Sulli sembrano aver costruito il nuovo punto di equilibrio.
È la versione amministrativa del celebre paradosso del romanzo satirico di Joseph Heller, Comma 22: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni. Ma chi chiede di essere esentato non può essere pazzo». Un classico vicolo cieco. In ogni caso non esiste una soluzione che non presenti un costo per Mastrangeli.
Albert Einstein osservava: «Non si possono risolvere i problemi con lo stesso livello di pensiero che li ha generati». Il problema della maggioranza del sindaco sembra ancora più complicato: ogni soluzione genera automaticamente un problema nuovo. Come se la crisi producesse altra crisi attraverso un meccanismo autosufficiente e autoriproduttivo — come alcuni animali che in natura usano la partenogenesi. Nascite senza il maschio.
I 17 voti erano già un problema
Tutto questo accade mentre sta per tornare in aula la delicata pratica dell’elezione del nuovo presidente del Consiglio Comunale. Una partita già complicata di suo, prima del «lodo Sulli». I 17 voti necessari non c’erano ieri, figuriamoci oggi. Senza considerare la posizione piuttosto ballerina dell’ex sindaco Paolo Fanelli, che ormai appare con quasi entrambi i piedi fuori dalla maggioranza e probabilmente anche da FdI.
Mastrangeli potrebbe decidere di rinviare tutto a settembre, alla rifrescata. Una strategia comprensibile. Oppure ricorrere alla scialuppa di salvataggio del Gruppo Marzi. Ma il calendario può spostare una votazione, non sempre risolvere i problemi politici. Molto spesso li congela soltanto.
Il vero dato politico
Il vero dato politico, però, è uno solo. Il principale avversario politico di Mastrangeli per tutta la consiliatura non è stata l’opposizione — che ha esercitato efficacemente il suo ruolo solo in parte, e quasi mai in maniera unitaria. Ma la sua stessa maggioranza, che ha provato a sfiancare il sindaco praticamente ogni giorno, con nuove questioni, nuove verifiche, nuove trattative, nuovi giochi al rilancio, nuove prove muscolari che hanno reso l’equilibrio consiliare sempre precario, sempre provvisorio.
Una maggioranza che fa a gara a chi mette più in difficoltà il proprio sindaco rischia di trasformare la consiliatura in una lunga, logorante attesa di un Godot che non arriva mai: la stabilità.
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