Il mondo in fiamme: Kiev scossa dalla crisi politica, sale la tensione tra Stati Uniti, Iran e Israele


16 luglio 2026 – ore 18:00 – PremessaMentre a Kiev registriamo fibrillazioni politiche interne scaturite dalla “defenestrazione” del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, personaggio politico particolarmente amato dalla popolazione, continuano gli incessanti attacchi missilistici russi su Kiev, Odessa e altri centri nevralgici. Le forze ucraine rispondono lanciando sciami di droni in profondità, continuando a colpire sistematicamente impianti energetici russi e non meglio specificate petroliere russe nel Mar Nero. Sul fronte, invece, non si registrano novità eclatanti, confermando le dinamiche di una tragica guerra di logoramento, costellata attualmente da una lenta avanzata russa nella vasta regione del Donbass, a cui si contrappone una strenua difesa ucraina. In Medio Oriente cresce la tensione tra USA e Iran, mentre Washington e Gerusalemme cercano, con evidenti difficoltà, di stemperare le divergenze mediante un’attenta, assidua e complessa attività diplomatica. Tratteremo questi argomenti cercando di evidenziare i diversi punti di vista provenienti dalle varie aree di crisi. Una situazione decisamente complessa e suscettibile anche di violente e improvvise accelerazioni. La crisi politica interna preoccupa la presidenza ucraina.

Gli organi di stampa ucraini, nessuno escluso, dedicano maggiore risalto alla crisi politica interna piuttosto che all’esito, giudicato decisamente sterile nei contenuti, del quinto vertice Ucraina-Europa sudorientale, un forum regionale volto a promuovere la cooperazione tra l’Ucraina e i partner dell’Europa sudorientale e orientale.

Cerchiamo di comprendere meglio la situazione.

Il Kyiv Independent, nell’annunciare la decisione del presidente Volodymyr Zelensky di rimuovere Mykhailo Fedorov dall’incarico di ministro della Difesa, avrebbe individuato nel continuo contrasto tra Fedorov e il comandante in capo delle Forze armate, generale Oleksandr Syrskyi, il motivo principale alla base di una decisione politica tanto inattesa quanto impopolare.

Fedorov ha confermato il suo licenziamento con un post sui social media nella serata del 15 luglio, affermando che era stato «un grande onore servire il popolo ucraino come ministro della Difesa». In particolare, Fedorov ha elencato 20 importanti risultati ottenuti durante il suo mandato, tra cui la disattivazione dei sistemi Starlink per le forze russe, la campagna contro la logistica russa nella Crimea occupata e un’iniziativa di riforma militare «impopolare ma estremamente importante». Nel discorso, tuttavia, il popolare politico ha voluto anche sottolineare che tre obiettivi non erano stati raggiunti: «Trasformare completamente il Ministero della Difesa ucraino in conformità con i dettami della NATO e il buon senso, riformare il sistema di approvvigionamento militare e costruire una cultura della responsabilità».

Il 16 luglio, nel corso di una conferenza stampa a Kiev, Fedorov ha affermato di aver proposto «decisioni drastiche in materia di personale, che prevedevano la sostituzione sia di Syrskyi sia del capo di Stato maggiore Andrii Hnatov», entrambi spesso criticati dai soldati e dai comandanti più giovani per la loro cultura di comando verticistica, specificando che le proposte erano state respinte dal presidente Volodymyr Zelensky.

Merita evidenziare che al ministro dell’Interno Ihor Klymenko, non certo amato dalla popolazione, sarebbe stato offerto il ruolo di prossimo ministro della Difesa dell’Ucraina, secondo quanto riferito al Kyiv Independent da un parlamentare del partito di governo Servitore del Popolo.

Il generale Klymenko ha guidato la Polizia nazionale dal 2019 al 2023 ed è stato nominato ministro dell’Interno dopo la morte del suo predecessore, Denys Monastyrsky.

Secondo fonti di Ukrainska Pravda, il presidente Zelensky ha spiegato di non poter più tollerare il costante conflitto tra il ministro della Difesa e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi. «Vivono in due mondi diversi. Mykhailo vuole digitalizzare tutto e costruire il sistema attorno alla tecnologia. I militari vogliono semplicemente essere ascoltati. Chiedono l’acquisto di un certo tipo di arma, mentre lui si rifiuta e finanzia altri settori. Hanno semplicemente smesso di ascoltarsi a vicenda», ha riferito un parlamentare citando le parole del presidente.

Zelensky, sempre secondo Ukrainska Pravda, avrebbe cercato di spiegare ad alcuni parlamentari del suo partito, durante una riunione ristretta, che il suo obiettivo principale era ristabilire l’equilibrio tra le Forze armate e il governo: «Non posso permettere che il Ministero della Difesa e lo Stato Maggiore si scontrino mentre il Paese è in guerra. Idealmente, entrambi dovrebbero essere sostituiti. Ma non posso farlo contemporaneamente».

Il presidente avrebbe inoltre sottolineato che Fedorov non era riuscito a realizzare la promessa riforma del sistema di mobilitazione, mentre Ihor Klymenko, prossimo ministro della Difesa, sarà sicuramente in grado di «rimettere ordine» nel nuovo sistema responsabile del reclutamento del personale nelle Forze armate ucraine. Tuttavia, secondo Inna Vedernikova, responsabile della politica interna di ZN.UA, il «rimpasto di governo» è stato organizzato esclusivamente per rimuovere «di nascosto» Fedorov dal suo incarico, a seguito dei contrasti intercorsi tra il ministro della Difesa uscente e il leader della fazione Servitore del Popolo, David Arakhamia, ora parte della cerchia ristretta di Zelensky.

Contestualmente al «licenziamento» di Fedorov, il vicecomandante dell’Aeronautica militare ucraina, generale Pavlo Yelizarov, ha improvvisamente rassegnato le dimissioni. Yelizarov ha dichiarato testualmente: «Purtroppo, nel quinto anno di guerra, ho presentato le mie dimissioni dalle Forze armate dell’Ucraina. Credo che il licenziamento di Fedorov sia un grave danno per la capacità di difesa del Paese. Gloria all’Ucraina!».

In tale contesto, tutti i media ucraini stanno riportando lo svolgimento di spontanee manifestazioni a sostegno di Mykhailo Fedorov a Kiev, Leopoli, Kharkiv, Odessa, Dnipro e Chernivtsi. In particolare, secondo il Kyiv Independent, migliaia di persone si sono radunate in queste ore nel centro di Kiev per chiedere al Parlamento di riconfermare Mykhailo Fedorov. «Rinegoziate!» stanno scandendo i manifestanti davanti all’ufficio del presidente, nel centro della capitale ucraina, sventolando bandiere ucraine e cartelli che criticano la decisione.

La rimozione di Fedorov da parte del presidente Volodymyr Zelensky sta scatenando un’ondata di critiche da parte di parlamentari, soldati, veterani e personalità della società civile, i quali sostengono che l’Ucraina stia perdendo uno dei suoi funzionari più efficaci in tempo di guerra senza una spiegazione chiara.

Mosca pone grande rilevanza all’attentato contro l’ingegnere della centrale nucleare di Zaporizhzhia, controllata dalla Russia

Il 15 luglio, il capo dell’ente statale russo per l’energia nucleare Rosatom, Alexei Likhachev, ha dichiarato che l’ingegnere capo della centrale nucleare di Zaporizhzhia, controllata dalla Russia, è stato ucciso da un drone ucraino nei pressi dell’impianto. In merito è stato precisato che il drone ucraino ha colpito un veicolo di servizio tra il sito dell’impianto e la città di Enerhodar, uccidendo l’ingegnere Alexander Yakovlev e il suo autista.

Come noto, la centrale nucleare di Zaporizhzhia, situata nell’Ucraina sudorientale, è stata occupata dalle forze russe nelle prime settimane dell’invasione. La città di Enerhodar, dove vive la maggior parte del personale della centrale nucleare, è stata spesso bersaglio di attacchi.

Likhachev ha affermato che la mancata reazione dei Paesi occidentali agli attacchi contro l’impianto «incoraggia l’escalation degli atti terroristici da parte del governo ucraino», aggiungendo che gli attacchi nella zona hanno causato 13 morti e 48 feriti negli ultimi due mesi e mezzo.

Rafael Grossi, capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), ha condannato l’incidente senza menzionare specificamente l’Ucraina o la Russia. Grossi ha affermato, tuttavia, che si tratta di «un attacco inaccettabile all’impianto e alla sua gestione, che minaccia seriamente la sicurezza nucleare».

In tale cornice, nella tarda serata del 15 luglio, il Ministero degli Esteri russo ha emesso il seguente duro comunicato:

«Il 15 luglio, l’Ucraina ha commesso un altro sanguinoso crimine, dirigendo deliberatamente dei droni contro un veicolo di servizio della centrale nucleare di Zaporozhskaya che trasportava l’ingegnere capo Alexander Yakovlev. La sua attività professionale era direttamente collegata alla sicurezza nucleare e alla protezione fisica dell’impianto, bersaglio di ripetuti attacchi e provocazioni da parte dell’Ucraina. Anche il suo autista è rimasto ucciso nell’attacco. Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alle famiglie e agli amici delle vittime.

Quest’azione criminale di Kiev è l’ennesimo tentativo di minacciare il regolare funzionamento della centrale nucleare di Zaporozhye e di intimidire il suo personale. Il regime nazista di Bandera si illude di poter esercitare pressioni sul nostro Paese e sfrutta la situazione per ricattare i suoi padroni occidentali e chiedere più denaro e armi. Dal canto loro, i Paesi occidentali sono pronti a sostenere via Bankovaya, a prescindere dalla follia delle sue azioni, diventando così complici dei crimini commessi dalla banda di Kiev.

L’estremo pericolo rappresentato dalla vicinanza delle Forze Armate ucraine alla centrale nucleare di Zaporozhskaya è ora più evidente che mai. Le lamentele relative al dispiegamento di forze di guardia russe presso la centrale, anche nei rapporti del direttore generale dell’AIEA, appaiono particolarmente ciniche in questa situazione. Il nostro Paese continuerà a perseguire i compiti e gli obiettivi di protezione della centrale da eventuali attacchi ucraini, in conformità con la propria legislazione nazionale e gli obblighi internazionali».

La crisi iraniana si inasprisce

Per comprendere meglio la pericolosa deriva della complessa crisi in argomento, dobbiamo necessariamente approfondire sia la posizione americana sia quella iraniana, accedendo direttamente ai documenti ufficiali perché, al di là della propaganda imperante su entrambi i fronti, ci aiutano a comprendere lo stato reale dei rapporti politico-diplomatici formali tra i due Paesi, che, come vedremo, appaiono sempre più gravemente sfilacciati.

Da parte americana registriamo un comunicato emesso il 15 luglio dal Comando Centrale (CENTCOM), nel quale si afferma sostanzialmente che le unità statunitensi hanno osservato la nave mercantile M/T Belma, battente bandiera di Curaçao, mentre transitava in acque internazionali diretta verso l’isola di Kharg. La nave ha ignorato numerosi avvertimenti, tentando di violare il blocco navale statunitense. Un aereo americano ha immobilizzato l’imbarcazione dopo aver lanciato missili Hellfire contro il fumaiolo. La nave non è più in transito verso l’Iran. Le forze statunitensi, afferma sempre il CENTCOM, hanno ripreso il blocco navale contro le navi in transito da o verso i porti e le zone costiere iraniane alle ore 16:00 ET del 14 luglio.

In tale contesto, il Dipartimento di Stato ha emesso, sempre il 15 luglio, un comunicato nel quale si afferma testualmente:

«Oggi gli Stati Uniti impongono sanzioni a quattro individui e tre entità che supportano l’approvvigionamento di armi per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) iraniane. Nonostante gli sforzi in buona fede degli Stati Uniti per attuare il Memorandum d’intesa (MOU), l’Iran ha continuato a minacciare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, anche attraverso attacchi a navi mercantili. Queste sanzioni interromperanno le attività di approvvigionamento all’estero e le reti finanziarie che sostengono le capacità militari dell’IRGC. L’azione odierna rafforza le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui le risoluzioni 1747 (2007) e 1929 (2010), che limitano le attività dell’Iran legate alla proliferazione. L’acquisizione di armi da parte dell’Iran, così come qualsiasi fornitura, vendita o trasferimento di tali armi da parte degli Stati membri delle Nazioni Unite all’Iran, è vietata da queste risoluzioni. Gli Stati Uniti continueranno a negare al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e al governo iraniano l’accesso alle risorse che alimentano le loro attività destabilizzanti. Utilizzeremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per smascherare, interrompere e contrastare tali attività e impedire all’Iran di ricostituire i suoi programmi sensibili alla proliferazione».

Ovviamente la risposta iraniana non si è fatta attendere.

Il 16 luglio tutti gli organi di stampa iraniani hanno rilanciato le sferzanti dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, che ha lanciato un duro avvertimento agli Stati Uniti, affermando che «le mani dell’Iran non sono legate di fronte alla violazione degli impegni da parte americana e che le forze iraniane respingeranno con fermezza qualsiasi aggressione militare».

Baqaei ha affermato, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana IRNA, che l’approccio dell’Iran all’intesa si basa su un rigoroso principio di reciprocità, sottolineando che Teheran sospenderà i propri impegni in caso di inadempienza da parte degli Stati Uniti. «In risposta alla malafede e alla violazione degli impegni da parte dell’altra parte, non abbiamo pertanto le mani legate», ha affermato. «I nostri combattenti risponderanno con tutta la loro forza e potenza alle aggressioni statunitensi e, per quanto riguarda le altre clausole del memorandum, laddove avevamo impegni reciproci, non li abbiamo attuati».

«Fin dall’inizio abbiamo detto: impegno in cambio di impegno. Adempiremo ai nostri obblighi finché l’altra parte rispetterà i suoi. Quando l’altra parte ha violato gli accordi, ci siamo astenuti dall’attuare i nostri impegni laddove necessario», ha aggiunto.

Interrogato sui recenti attacchi militari statunitensi vicino alla costa iraniana, Baqaei ha promesso che le Forze Armate sono pronte a difendere ogni centimetro del territorio nazionale. «Non c’è dubbio sulla necessità di difendere il Paese. Le nostre Forze Armate risponderanno con tutte le loro forze», ha precisato. «Queste azioni sono tutti atti di aggressione. Tutti questi attacchi sono illegali. Chi colpisce, viene colpito.»

Merita ricordare che il 13 luglio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva delineato con precisione la posizione di Teheran e condannato senza riserve gli atti di aggressione statunitensi.

Leggiamo insieme:

«Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran condanna fermamente gli atti di aggressione perpetrati dagli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica dell’Iran nelle ultime 24 ore. Questi brutali attacchi costituiscono non solo una flagrante violazione dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite, in particolare dell’articolo 2(4), ma anche una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali, vanificando tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi per ridurre le tensioni e ripristinare la stabilità nella regione dell’Asia occidentale.

Sebbene siano trascorsi solo 25 giorni dalla firma del Memorandum sulla cessazione della guerra, il regime statunitense ha apertamente violato ogni componente di tale accordo e, attaccando le infrastrutture di trasporto iraniane, i pescherecci, le navi mercantili, le strutture meteorologiche e gli edifici correlati, ha commesso alcuni dei crimini di guerra più efferati.

Il regime statunitense, inoltre, con la sua palese interferenza nell’attuazione degli accordi stipulati dall’Iran in merito allo Stretto di Hormuz, ha causato il ritorno dell’insicurezza nello Stretto e ha interrotto il traffico marittimo commerciale internazionale. Allo stesso tempo, utilizzando il territorio e le infrastrutture dei Paesi situati lungo le coste meridionali del Golfo Persico per preparare e lanciare la propria aggressione militare contro l’Iran, l’esercito statunitense ha di fatto trasformato questi Paesi in un teatro di guerra per la sua guerra illegale e criminale contro la nazione iraniana.

Ribadendo la propria determinazione a difendere la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iran dall’aggressione militare statunitense e da qualsiasi altro atto di aggressione, la Repubblica Islamica dell’Iran mette in guardia contro qualsiasi partecipazione o cooperazione con gli aggressori.

Il Ministero degli Affari Esteri sottolinea che, in base al diritto internazionale, i Paesi confinanti sono obbligati a impedire alle parti aggressori di utilizzare il loro territorio e le loro infrastrutture per condurre un’aggressione militare contro l’Iran. Sottolinea inoltre che la fonte e il punto di origine degli attacchi contro l’Iran costituiscono obiettivi legittimi per le azioni difensive delle coraggiose Forze Armate della Repubblica Islamica dell’Iran.

Mentre ha violato i propri impegni, l’establishment al potere negli Stati Uniti continua la sua campagna di disinformazione e la diffusione di notizie false nel tentativo di distorcere i fatti e giustificare le proprie azioni illegali.

Il Ministero degli Affari Esteri sottolinea che quanto affermato dal presidente degli Stati Uniti sabato scorso in merito all’esito dei negoziati di Muscat è completamente falso e riflette unicamente la disperazione. I colloqui di Muscat si sono concentrati principalmente sugli accordi per la gestione dello Stretto di Hormuz e delle sue rotte di navigazione. Purtroppo, gli Stati Uniti, attraverso pressioni sia palesi sia occulte sull’Oman, hanno impedito che tali negoziati giungessero a un esito positivo.

Esprimendo rammarico per l’approccio non costruttivo adottato dal Segretariato delle Nazioni Unite nei confronti della palese illegalità e delle prepotenze degli Stati Uniti, il Ministero degli Affari Esteri sottolinea la responsabilità del Segretario generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza nell’affrontare le violazioni della pace e della sicurezza internazionali. Chiede che le parti aggressori siano chiamate a risponderne e che coloro che hanno ordinato e perpetrato i crimini commessi contro la nazione iraniana siano assicurati alla giustizia e puniti.»

Uno sguardo ai rapporti tra Israele e Stati Uniti

Mentre le forze politiche in Israele si confrontano, anche aspramente, in vista delle elezioni di ottobre, non si placano le frizioni tra Gerusalemme e Washington, malgrado siano in corso iniziative diplomatiche tese a riequilibrare un rapporto che sembrava granitico fino a poche settimane fa.

Nel mondo politico americano, come affermano sia Politico sia la Jewish Telegraphic Agency, appare sempre più evidente la volontà di un cambiamento della strategia americana in Medio Oriente.

In merito, grande risalto è stato dato alla recente iniziativa di numerosi deputati democratici che, il 15 luglio, hanno approvato l’emendamento del rappresentante Thomas Massie volto a ridurre significativamente gli aiuti militari a Israele.

L’emendamento è stato successivamente bocciato, praticamente senza alcun sostegno da parte dei repubblicani, ad eccezione del suo promotore, il deputato Thomas Massie del Kentucky, considerato un anticonformista che ha fatto del proprio dissenso dal partito sul tema di Israele uno dei suoi principali cavalli di battaglia.

Diversi gruppi progressisti, tuttavia, hanno indicato l’ampio sostegno registrato tra i democratici come un segnale della necessità di un cambiamento radicale nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. «Questo è un momento che segna la fine dell’era in cui ci si limitava a parole di circostanza sulla necessità di cambiare la realtà nella regione», ha scritto in una dichiarazione J Street, un gruppo ebraico progressista che si occupa di politica mediorientale.

L’emendamento, che proponeva un taglio di 3,3 miliardi di dollari agli aiuti militari destinati a Israele, ha diviso i membri democratici della Camera, così come la leadership del partito. In 103 hanno votato a favore, 98 contro e 10 si sono astenuti. Attualmente, alla Camera siedono 212 democratici. Il leader della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries di New York, si è opposto all’emendamento, pur auspicando un «cambiamento di rotta» nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. La deputata Katherine Clark del Massachusetts, capogruppo della minoranza e numero due del partito alla Camera, lo ha invece sostenuto.

Il voto rappresenta l’ennesima dimostrazione del calo di popolarità del sostegno militare statunitense a Israele tra gli elettori democratici e i loro rappresentanti. All’inizio di quest’anno, tutti i senatori democratici, tranne sette, hanno votato a favore di una risoluzione promossa da Bernie Sanders per bloccare la vendita di alcune armi a Israele.

In una situazione così difficile da comprendere pienamente per noi europei, quando ci avviciniamo alle intrecciate dinamiche politiche tra partiti e gruppi di pressione da sempre presenti negli Stati Uniti d’America, si inserisce la posizione di Vance che, secondo alcuni analisti statunitensi, si starebbe inimicando una parte dei finanziatori repubblicani filo-israeliani che avevano sostenuto il partito durante la presidenza di Donald Trump, a causa della sua strenua difesa dell’accordo di cessate il fuoco con l’Iran e delle sue dure critiche al governo del primo ministro Benjamin Netanyahu.

In merito, diverse testate giornalistiche israeliane e statunitensi stanno dando ampio risalto ai contenuti di una recente intervista rilasciata proprio dal vicepresidente Vance al commentatore televisivo americano Joe Rogan. In tale contesto, Vance non solo ha affermato che alcuni membri del governo israeliano avevano cercato di influenzare l’opinione pubblica statunitense affinché si opponesse a un accordo tra Stati Uniti e Iran volto a porre fine alla guerra, ma ha anche voluto sottolineare che «pur avendo buoni rapporti con alcuni membri del governo israeliano, ci sono alcune persone all’interno del loro sistema che stanno cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente».

Vance ha successivamente affermato che «molti Paesi, alleati e avversari, cercano di influenzare la politica americana e non mi disturba che Israele ci provi; francamente, non mi disturba nemmeno che lo facciano la Russia o alcuni di questi altri Paesi. È semplicemente la natura dell’essere un leader politico nel 2026. Ciò che mi preoccupa è quando queste operazioni, queste campagne di influenza, finiscono per condizionare il giudizio politico americano».

Quando gli è stato chiesto se ritenesse che gli Stati Uniti si sarebbero impegnati nella recente guerra con l’Iran anche in assenza dell’influenza israeliana, Vance ha risposto: «Sì, sì, lo penso. Credo che il presidente, a prescindere da qualsiasi influenza da parte di Israele, sia fermamente convinto, e su questo concordo, che l’Iran non debba possedere un’arma nucleare».

In tale quadro, certamente non semplice da decifrare, merita segnalare l’intenso colloquio avvenuto nella tarda serata del 15 luglio tra il ministro della Difesa israeliano Israel Katz e il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth.

In particolare, Hegseth avrebbe informato Katz sulle operazioni militari statunitensi in Iran, mentre Katz avrebbe aggiornato il segretario alla Difesa americano sugli ultimi sviluppi della situazione in Siria, Libano e Gaza. Durante il colloquio, svoltosi in un clima sereno e collaborativo, Katz avrebbe sottolineato alla controparte statunitense la determinazione di Israele a rimanere nelle zone di sicurezza in Siria, a Gaza e in Libano, allo scopo di proteggere i confini israeliani e le comunità limitrofe dalle «minacce poste dalle forze jihadiste», indicando tale posizione come un insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre.

«Non abbiamo mai chiesto agli Stati Uniti di intervenire al nostro posto lungo i nostri confini. Ci impegniamo a proteggere i residenti di Israele da ogni minaccia, ed è ciò che intendiamo fare», avrebbe affermato Katz.

Merita infine segnalare gli intensi incontri intrapresi a Washington, in questi ultimi giorni, dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar con numerosi esponenti politici americani, tra cui il presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, Brian Mast.

Nel corso di quest’ultimo incontro sono stati oggetto di discussione il quadro regionale, in rapida evoluzione, e la continua minaccia che l’Iran e i gruppi terroristici a esso affiliati rappresentano per la regione. Il ministro degli Esteri Sa’ar ha dichiarato: «È stato un piacere incontrare nuovamente il presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, Brian Mast, un amico fedele di Israele e un vero sostenitore dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele».

Infine, merita sottolineare che il premier Netanyahu, asseritamente in procinto di recarsi a Washington per partecipare ai funerali del senatore statunitense Lindsey Graham e incontrare il presidente Donald Trump, al termine di una cerimonia pubblica ha voluto lanciare un duro monito all’Iran, dichiarando: «Siamo preparati a qualsiasi scenario. Posso dirvi solo una cosa, e la dico ai leader dell’Iran: non contate sul fatto che resterà tutto tranquillo se ci attaccate. Non contate su una replica, perché non sarà una replica, e quella fu già abbastanza devastante. Questo sarà un evento diverso, molto più devastante. Sono finiti i giorni in cui qualcuno ci faceva del male e noi non reagivamo con il doppio della forza. Lo abbiamo fatto con l’Asse del Male in Iran e continueremo a farlo con chiunque ci faccia del male. Questo è ciò che facciamo».

https://www.jta.org/2026/07/14/politics/jeffries-opposes-bid-to-cut-military-aid-to-israel-but-says-change-in-direction-is-needed
https://www.politico.com/news/2026/07/13/vance-israel-alienating-jewish-gop-donors-00994154
https://www.jpost.com/israel-news/defense-news/article-902665
https://www.jpost.com/international/article-902645
https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/vance-says-some-israeli-government-sought-sway-us-iran-deal-2026-07-16/
https://www.instagram.com/p/Da2W4aBDQ22/
https://www.jpost.com/international/article-902645
https://www.gov.il/en/pages/spoke-message140726

Conclusione

Vi lascio con una preghiera che, recentemente, il cardinale Matteo Maria Zuppi ha voluto recitare a Leopoli, auspicando una pace giusta:

«Concedi una pace giusta, affinché i prigionieri possano tornare a casa, i bambini possano riabbracciare le loro famiglie, i dispersi siano ritrovati e tutti possano piangere davanti al corpo del proprio caro caduto. Ispira in ognuno di noi il coraggio e la saggezza necessari per essere costruttori di pace…».

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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