Il ricordo di Adriana Polveroni
La prima cosa che vedevo, anzi che avvistavo anche da lontano, erano gli occhi. Un po’ orientali, allungati, vivacissimi. Lo sguardo, acuto, quasi fiammeggiante. Che, senza bisogno di parole, già ti diceva: “Ciao, come stai? Che ne pensi di questa cosa?”. Trovare Pericle in quella mostra, beh, voleva dire che non era tempo sprecato.
Pericle parlava con gli occhi e con gli occhi guardava e scrutava l’arte. Immagazzinando informazioni e osservazioni. Che riguardassero mostre, artisti, anche curatori. Ma soprattutto artisti. Poi ne scriveva. Ed era il più bravo di tutti.
Riusciva a parlare di un’opera dilatandone il respiro, cercando, e trovandogli, un ambiente teorico più vasto. La sua scrittura era sofisticata, ma fluida, era colta senza essere mai pedante, tratti distintivi che si raggiungono solo dopo una lunga militanza nella scrittura e nell’osservazione. Sì, Pericle, era un critico militante, uno dei pochissimi rimasti.
Spesso ci scambiavamo opinioni, era quasi un gioco di complicità, confrontarsi, sapendo che in un modo o nell’altro ci si capiva: gli adulti, i grandi, i vecchi, anche se lui era più giovane di me. Quelli che di cose ne hanno viste parecchie e che ora a volte un po’ si annoiano e non sempre si trovano d’accordo con i più giovani, anche se amano starci insieme. Forse solo perché non si arrendono all’idea che non ci sia ancora qualcosa da imparare.
Pericle Guaglianone sulla Venere degli stracci
Una volta scrisse un pezzo fortemente critico sulla Venere degli stracci ingrandita fuori misura e collocata come Arte Pubblica a Napoli. Sì, l’opera di Pistoletto che poi fu bruciata. E io ripresi il suo pezzo in un altro mio articolo, non ricordo quale. Ricordo però che lui, la volta successiva che ci incontrammo, mi ringraziò della citazione e aggiunse ancora qualche nota critica. Mi ringraziò, cosa rara. Ma, soprattutto, era così piacevole, e sensato, parlarci.
Ho letto che te ne sei andato tra le onde del mare vicino Roma. Un mare a volte bastardo.
Ma stavolta bastardo è stato il tuo cuore, di colpo, tragicamente. E non c’è niente da fare.
Non ci sei più e basta. Non più quei tuoi occhi intelligenti, quel tuo sguardo intenso che era una certezza. Quel tuo sorriso sornione. Quel tuo modo semplice e felice di parlare d’arte.
In chiesa, al tuo funerale, ti abbiamo salutato in tanti, e, increduli, abbiamo scoperto l’altra metà di te, nella polizia. Due mondi così lontani, tenuti insieme dal dolore e dall’amore. L’ultima delle tue raffinate e ironiche sorprese.
Ciao caro Pericle, ci mancherai a tutti. Ti abbraccio forte.
Adriana Polveroni
Il ricordo di Angela Maria Piga
Pensavo che Pericle fosse il nome di un eroe mitologico, quelli nati da dei, che a un certo punto arrivano sulla terra e fanno figli semi-dei per capriccio, con dei super poteri limitati dalla loro natura semi-umana. Invece no, Pericle è esistito, è stato un alto militare che nel momento dell’auge di Atene ha contribuito a fortificare culturalmente il Partenone, intuendo che le lettere e la filosofia erano alla base di una società democratica. Però Pericle non era una leggenda, né una mezza-divinità. È stato reale. Avevo pensato che Guaglianone fosse un highlander della Magna Grecia, e invece no, Pericle era carne e ossa, un letterato, che non coltivava le lettere, ma aveva invece fatto della letteratura la chiave della sua vita. Non la letteratura dei dotti e sapienti, la letteratura dello spleen, non la letteratura come la vita ma la vita come la letteratura. E quindi Pericle non aveva neppure bisogno di scrivere, perché lui la letteratura ce l’aveva come prospettiva di esistenza. Era, o forse pareva, malinconico. Scettico per finta, che per riserbo mascherava il suo infantile entusiasmo per la scoperta dell’eccentrico nel luogo comune. Attaccato all’intelligenza, non si spaventava dello spirito del tempo, perché tanto lui osservava, dalle sue sciarpe in lana pesante invernali e dalle sue splendide camicie di lino estive. Osservava, e lemme lemme, con pacata irruenza, contestava i contestatori dei tempi attuali.
L’incontro con Pericle Guaglianone
Ricordo come lo conobbi e come lo vidi pochi giorni prima che non ci fu più. Molti anni fa, forse otto, capii con chi avessi realmente a che fare. Ci si conosceva come ci si conosce a Roma, solo di nome, e poi quando ci si incontra ai vernissage si ammicca a distanza, tanto per contarsi, e si tira dritto. Quella sera, chissà come, non ricordo, finimmo entrambi seduti fuori dall’enoteca Il Goccetto, in Via dei Banchi Vecchi. Io ero sospettosa, cosa avrà da dire un critico d’arte mondano. Lui invece era semplicemente indifferente, quindi libero, o così mi sembrò. Avevamo entrambi un calice di rosso, era inverno. Restai sorpresa quando mi commentò la qualità del vino. Mi tranquillizzai. E dal vino lo testai sul cinema. Ne sapeva più di me, e aggirava ogni luogo comune senza contestarlo. Mi dissi, deve essere amante dei gatti. Di potere e schivo. Gli feci la domanda: “gatti o cani?”. La sua risposta mi sedusse a vita. Controcorrente senza esitazioni. Abituata al solito cliché sui felini “sono indipendenti, liberi, superiori, pazzi, ti scelgono loro” e così via, cioè, la descrizione di farabutti in cache-col, Pericle si erse deciso, come rare volte l’ho visto fare, e disse qualcosa come: “ma quali gatti. I cani sono i grandi. Non temono la fedeltà assoluta. Incondizionata. Coltivano la devozione. E non perché sono schiavi, ma perché sanno cos’è l’amicizia”.
L’amicizia con Pericle Guaglianone
Bastarono un paio di battute in più sulla mostra appena vista, e un paio di artisti ignoti da entrambi amati, a costruire non so se un’amicizia, ma una solida complicità. In realtà ho scoperto nei mesi passati che era qualcosa di molto di più, era una stima protettiva. “Ma vuoi mettere una volta per tutte la scrittura in pittura? Deciditi, no?” mi disse mesi fa, a studio. Era tremendo Pericle. Aveva la voce bassa, il suo linguaggio era paratattico, pochi aggettivi, nessun avverbio, solo indicativo e solo verbo e soggetto. Quando voleva essere incisivo faceva pause fra un sostantivo e l’altro e ti guardava negli occhi fisso. Occhi della Magna Grecia, occhi del Sud, occhi di vecchio ragazzino e giovane invecchiato. Più vicino alla timidezza ludica di Savinio che alle piazze mentali e impeccabili di De Chirico. Era sempre al mare quando tre, quattro volte l’anno, gli mandavo un messaggio perché c’era una situazione “che secondo me Pericle la capisce”. Non erano mai risposte a caso, né veloci. Brevi sì, mai spicciative. Aveva la classe della vecchia scuola, anche se fingeva di contraddirla, e forse invece no, rispondeva sempre. Pericle aveva solide basi, familiari, culturali, animali e amicali, per questo non temeva l’andazzo del nuovo mondo. Nicchiava sul passato senza rinnegarlo, punzecchiava il presente senza sbrodolarglisi dentro. L’ho incontrato favoloso e splendido quattro giorni prima che mancasse a noi. Zona Piazza Bologna, mezz’ora prima del vernissage da Carlo Gallerati, solo, al bar Michelangelo. Ero con mio fratello, sbucato dal nulla, perché mi aveva detto che non sarebbe venuto alla mostra e invece eccolo lì, ed eccolo là Pericle. Eravamo tutti in anticipo e sorprendentemente insieme, al baretto, ci sediamo, io certa che i due, romantici accaniti di presente, sornioni e indulgenti, si sarebbero intesi. E così fu. In quei venti minuti al bar li feci parlare, due favolosi post-cinquantenni.
Il mare per Pericle Guaglianone, tra Capocotta e la Sardegna
Parlarono di mare, vi fu un malinteso, Pericle parlava di Capocotta, mio fratello di Cuglieri, un villaggio sperduto della Sardegna. Ma parlarono di mare. E Pericle ci spiegò che Cagliari era più a Sud di Lecce. Tirammo fuori mappe da Google, era tutto vero quello che sapeva Pericle. “Una mappa geografica è più bella di qualsiasi opera d’arte” disse, scoprii che era appassionato di geografia. Io non mi risparmiai la banalità di chi deve a tutti i costi citare il contemporaneo: “anche di più delle mappe di Boetti?” Pericle restò interdetto e mi guardò con reticenza. “Eccola là”, deve aver pensato. “Si aggrappa al contingente, non si lascia alle spalle il mondo noto per navigare in mare aperto”. Ma poi lasciammo il bar, e si sa, il vernissage, gli ospiti, Pericle, ultimo dei seduttori sotto i 70 anni, era circondato da persone curiose della sua opinione, che non dava mai, se non per sottintesi e complessità.
L’arte per Pericle Guaglianone
Eh già. Perché Pericle, uomo del Sud e romano non convinto ma consenziente alla felliniana sciatteria della capitale, era riservato, misterioso, come lo ha definito una sua cara amica, Ania, direi enigmatico, e soprattutto bello, antico nel volto, senza paura eppure con remore, protagonista e appartato, come solo chi ha carisma può essere. Non si dimenava nell’originalità, Pericle. Passeggiava felpato e deciso, forte del suo amore per la vita, ma da lettore più che da interprete. Solitario eppure sempre in compagnia, arrivava da solo e partiva da solo. Per dove e da dove credo che in pochi lo abbiano mai saputo. Il mare, il suo mare, lo sapeva. E questo gli bastava. Lui che dell’arte prendeva solo ciò che lo riportava alla vita e al suo racconto. Quando mi disse che ero romantica e fuori tempo perché a Instagram preferivo le visite a studio e gli incontri, ci restai malissimo. Non per me, ma per la visione che avevo di lui. “Eh no, Pericle no” mi dissi. In realtà, col tempo, capii. Pericle non temeva il presente perché era certo del passato. E comunque, invece, quando lo incontravo, era sempre lì, a colloquio, con qualcuno, mai col cellulare in mano, elegante come pochi, a chiedere più che a sentenziare la sua, per capire chi avesse davanti, senza riferire troppo di sé. Solo quel poco per tagliare l’aria a fette e poi, con grazia e discrezione, andare a nicchiare il mondo circostante, senza riverirlo, così, per narrarlo, dentro di sé. Non l’ho mai visto ridere Pericle, solo sorridere. Con affetto e disincanto, mai cinismo, né sarcasmo. Solo attenzione, e circospezione. Nei nostri riguardi e in ciò che non lo convinceva del rischio di incorrere nella banalità. Lo ricorderò così, al bar Michelangelo, abbronzato come Ulisse, bello come un antico guerriero sabino, gentile, caustico e deciso, nel sollecitarmi a non arrivare tardi alla mostra. “Guarda che è la tua, che stai a fare qua?” e mi precedette, con calma, per la via.
Angela Maria Piga

Il ricordo di Asia Lacunara
A Pericle, ti ringrazio.
“La morte è una cosa per vivi”. Quanto siamo piccole, pedine instabili che volano via con un soffio di vento.
“L’etimologia di vento viene da Anima”, mi hai scritto nel primo messaggio che ci siamo scambiati; allora, oggi in maniera più intensa rispetto ad altri giorni, ascolterò il vento che mi sussurra, il vento che da sempre associo all’archetipo del fratello: lascerò che il vento mi accompagni oggi tra le strade di Palermo, il vociare, i colori caldi della pietra e i dettagli che invitano alla bellezza.
La sofferenza per la morte è una pena del nostro ego, per non saper dialogare con il vuoto.
Perché non è più semplice osservare semplicemente tutto quello che È, tutto ciò che rimane nell’immenso presente del nostro cuore, perché ci crogioliamo invece nel timore di ciò che non sarà più?
Non è meraviglioso sentire che in qualche dimensione tutto è presente?!
Certo, bisogna allenarsi a osservare anche ciò che sembra invisibile! Certo, è necessaria la curiosità per far brillare i nostri occhi quando incontrano la meraviglia.
Allora Pericle, scrivo queste parole per ricordarmi e condividere con gioia ciò che mi hai trasmesso con immensa generosità, per onorare “l’atto del donarsi e del voler donare” che accomuna ogni artista dal grande Cuore, ogni artista che vive la missione e la responsabilità di agire attraverso l’Arte per risvegliare la sensibilità dell’umanità.
L’intuizione per Pericle Guaglianone
Sono seduta al tavolo numero 8 mentre scrivo, chissà Pericle cosa avresti visto in questa forma così morbida e sinuosa: qualche significato più profondo? Quale Intuizione?!
Mi hai parlato con immensa devozione all’intuito e all’irrazionalità: c’è chi non sapendo come spiegare l’intuizione l’ha chiamata Dio, come i greci che impersonificavano nei poemi epici la voce interiore degli eroi attraverso la figura delle divinità.
Se stai costruendo delle spiegazioni, hai già perso la poesia: con impulso, parla di ciò che senti, non di ciò che sai!
È geniale: è l’intuizione che connette al Divino.
L’intuizione è la vita che in una pulsazione decide di manifestarsi: e allora
mi alzo e scrivo,
annoto una frase,
seguo il movimento,
mi affido al caos,
ascolto il colore,
parlo, chiedo, silenzio, oso…
non è sfida, ma curiosità, per un sorriso e uno sguardo diverso sul mondo.
Forse è questo il segreto che Pericle mi ha condiviso sui suoi scritti: “non rileggo né correggo quasi mai ciò che creo”…, questo si, che è lasciare il velo di magia!
Abbiamo subito iniziato a parlare di filosofia, come impedire alle nostre chiacchiere di varcare il confine di altre dimensioni?
Mi hai subito associata a “un non so che di esoterico”, ma percependo la mia titubanza per questo termine mi hai semplicemente tranquillizzata con un’immagine: “esoterico è ciò che c’è ma non puoi vedere. Esoterico è ciò che cogli con la percezione di una sensibilità raffinata: pensa a una persona con degli stivali e dei jeans lunghi, nel momento in cui osserverai le sue gambe tu potrai dire (immaginare) che lo stivale arriva fino al ginocchio affidandoti a ciò che non vedi, eppure sta proprio lì.”
La bellezza secondo Pericle Guaglianone
Penso che Pericle fosse estremamente aperto a cogliere la bellezza e per questo penso di esserci incontrati su questa terra, nel giusto momento per poter condividere i nostri sguardi comunemente innamorati del paradiso in cui stiamo abitando. Ho sempre nutrito una grande simpatia per le persone capaci di meravigliarsi serenamente del semplice presente: e voi, vi siete mai soffermati ad ammirare il movimento così elegante dei lampioni di Roma?
Forse questo è anche un invito a rallentare più spesso il ritmo delle nostre passeggiate, la frenesia delle nostre visite, per notare i colori del cielo che cambia, per godere del creato che è qui, così luminoso e vibrante attorno a noi.
Pericle, sono così felice di averti conosciuto così felice e innamorato della vita.
Una saggia signora siciliana, Aurora, mi disse che i nostri pianti tormentosi non fanno altro che trattenere qui l’anima di chi ora vive in altre dimensioni, più leggere e più eteree. Allora, è solo grazie alla gioia e alla gratitudine che possiamo augurare buon viaggio a chi ha deciso avventurarsi prima di noi.
Buon viaggio Pericle… ti ritroverò tra le strade senza fine dell’amata Roma (alle strade piace cambiare, vero?), ora puoi sorvolare sull’amata Grecia e chiacchierare con il nostro maestro Franco… a proposito, ancora non ho ascoltato la canzone che mi hai suggerito: Breve invito a rinviare il suicidio.
La libertà secondo Pericle Guaglianone
“Tutto nasce dall’ inconscio”: i dipinti non sono da capire e nella scrittura è il ritmo che conta!
Farò tesoro di queste parole.
Dipingerò i colori e i movimenti anche attraverso la scrittura, con il giusto entusiasmo per le cose, per le persone e le loro corrispondenze… come non condividere, giusto?
Ti racconterò con piacere e meraviglia i miei mondi fantastici.
Per un bicchiere (di mastiha) o per una mostra: CHE L’ARTE VIVA!
Ti mando un sorriso e ripenso alle nostre chiacchiere sulla libertà, divinità sacra per le nostre anime svincolate dai legami più tediosi… e allora ascolto la canzone che abbiamo canticchiato insieme: “chi se ne va che male fa?”…
Sii sempre libero.
Lo auguro a te, così come ce lo siamo vicendevolmente augurato lo scorso sabato.
Pericle, raramente io seguo i consigli, forse tu questo l’hai intuito e per questo mi hai dato un compito (non un consiglio!): “compra un quaderno nuovo, pulito e scrivi! Limita la tua voglia di usare penne colorate, limitati alla penna blu e apriti alla libertà, perché tu sai dipingere con un immenso Amore attraverso le parole”. Lo farò, per te e per i curiosi che leggeranno ciò che racconto: scritti liberi e sinceri senza correzioni.
Un’ ultima cosa vorrei donarti. Ti sei innamorato di un piccolo dettaglio di un disegno che ti ho mostrato e io mi sono emozionata così tanto quando creare una replica di quell’angolo di foglio per regalartela. Ci siamo incontrati e mi hai accolta nei primi mesi della mia esperienza romana e io ne sono infinitamente grata. Ti scrivo come se fossi ancora qui, perché come gli artisti hai donato le tue creazioni scritte all’umanità, ma soprattutto hai donato con generosità una presenza luminosa.
Allora, anche per questo, ti scrivo e ti regalo qui il dettaglio che mi avevi chiesto. Un dettaglio del mare. Troverò il giusto modo per donartelo.
Sii sempre libero, Pericle.
Asia Lacunara
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