Energia, la terza via della transizione


Si stima che entro il 2050 il fabbisogno energetico raddoppierà rispetto a quello attuale, trainato soprattutto dall’elettrificazione dei consumi. E in uno scenario segnato da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati energetici e, appunto, crescente domanda di elettricità, è chiaro quanto il tema dell’approvvigionamento di energia (e della sicurezza ad esso legata) sia di capitale importanza. La sfida è duplice: accelerare la decarbonizzazione e, allo stesso tempo, garantire continuità e affidabilità al sistema energetico. Se fotovoltaico ed eolico rappresentano pilastri fondamentali della transizione, la loro natura intermittente – legata alla variabilità delle condizioni meteorologiche – rende necessario affiancare fonti energetiche verdi in grado di produrre energia in modo costante e programmabile. Tra queste ci sono le biomasse solide, ottenute principalmente dalla valorizzazione di residui forestali, agricoli e agroindustriali all’interno di una logica di economia circolare. Una risorsa ancora poco conosciuta dal grande pubblico ma che, secondo gli operatori del settore, può contribuire in maniera significativa alla stabilità della rete elettrica e alla riduzione della dipendenza energetica dall’estero. Per approfondire prospettive, criticità (anche normative) e potenzialità di questa filiera, Economy ha intervistato Andrea Bigai, presidente di EBS – Energia da Biomasse Solide, associazione che rappresenta i principali produttori industriali italiani del comparto. Nata nel 2016, EBS riunisce 16 operatori e 20 impianti di taglia superiore ai 5 MW distribuiti su tutto il territorio nazionale, per una capacità installata superiore a 330 MW elettrici e una produzione annua di oltre 2.500 GWh, impiegando circa 2,5 milioni di tonnellate di biomassa solida, pressoché prodotta tutta in Italia., generando quindi una filiera che coinvolge migliaia di lavoratori tra agricoltura, gestione forestale, logistica e industria. L’indotto diretto e indiretto del settore – di cui EBS rappresenta oltre il 50% della produzione elettrica da biomasse solide e quasi la totalità se si considerano gli impianti di taglia superiore a 5 MW – supera i cinquemila lavoratori che operano nei comparti agricolo, metalmeccanico, elettrico e della logistica.

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Di fronte alla crisi energetica, quale contributo possono dare le biomasse solide?

Le biomasse solide rappresentano una fonte rinnovabile con caratteristiche uniche all’interno del panorama energetico. Da un lato condividono i vantaggi ambientali delle energie verdi, perché utilizzano materiali naturali e residuali e si inseriscono in un ciclo che, dal punto di vista delle emissioni di CO₂, è sostanzialmente neutro. Dall’altro possiedono una caratteristica tipica delle fonti convenzionali: la programmabilità. Le centrali a biomasse producono energia in modo continuo, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Questo significa che possono garantire una produzione stabile quando il sole non splende o il vento non soffia. In un sistema elettrico che punta sempre più sulle rinnovabili, questa capacità diventa strategica. C’è poi un altro elemento spesso sottovalutato: il combustibile utilizzato proviene quasi totalmente dal territorio nazionale. In una fase storica caratterizzata da instabilità geopolitiche e tensioni sui mercati energetici internazionali, poter contare su una risorsa locale significa aumentare la sicurezza energetica del Paese e ridurre la dipendenza dalle importazioni.

In sintesi qual è quindi il valore aggiunto delle biomasse rispetto alle altre fonti?

La capacità di coniugare sostenibilità ambientale e affidabilità del servizio. Le biomasse solide sono infatti l’unica fonte rinnovabile in grado di garantire continuità di esercizio per oltre 8.000 ore all’anno. Questo consente di assicurare quella che tecnicamente viene definita baseload, ovvero la quota di produzione costante necessaria al funzionamento della rete elettrica. Un altro aspetto importante riguarda la materia prima. Le biomasse utilizzate dagli impianti industriali sono prevalentemente residui agricoli, forestali e agroindustriali: ramaglie, scarti delle lavorazioni del legno, vinacce provenienti dal settore vitivinicolo, sanse del comparto oleario, residui della lavorazione del riso e molti altri sottoprodotti che altrimenti rappresenterebbero un costo di gestione. In questo modo si crea un perfetto modello di economia circolare che valorizza materiali residuali, genera reddito per le filiere agricole e forestali e contribuisce alla manutenzione del territorio.

Quanto pesa il comparto nel sistema energetico nazionale e quali i margini di crescita?

Oggi la percentuale rappresentata dalle biomasse solide sulla produzione elettrica totale delle rinnovabili è del 5%. Può sembrare una quota limitata, ma va considerato che il contributo in termini di energia prodotta è molto superiore rispetto alla potenza installata. Questo accade perché gli impianti lavorano in maniera continuativa durante tutto l’anno, senza le oscillazioni tipiche delle fonti intermittenti. Anche con una potenza inferiore rispetto ad altre tecnologie, riescono quindi a garantire un apporto energetico stabile e consistente. Per quanto riguarda il futuro, il potenziale esiste. L’Italia dispone di una disponibilità di biomassa ampiamente sottoutilizzata. Inoltre, il patrimonio forestale nazionale è cresciuto in maniera significativa negli ultimi decenni e continua ad aumentare. Oggi viene utilizzata solo una piccola parte dell’accrescimento annuo dei boschi italiani, una percentuale nettamente inferiore rispetto a molti altri Paesi europei, il che significa che per alimentare questa fonte energetica non vengono intaccati in alcun modo i boschi esistenti.

Uno dei temi più dibattuti riguarda proprio l’impatto ambientale.

Spesso il dibattito è influenzato da informazioni incomplete o da luoghi comuni. Gli impianti industriali moderni sono sottoposti a controlli estremamente rigorosi. Tutte le emissioni vengono monitorate in continuo attraverso sistemi certificati e i limiti imposti dalle autorizzazioni sono particolarmente severi. Le tecnologie disponibili consentono oggi di abbattere in maniera molto efficace polveri e altri inquinanti. Parliamo di impianti industriali dotati di sistemi avanzati che garantiscono prestazioni ambientali elevate. Anche sul fronte forestale è necessario fare chiarezza. Le biomasse utilizzate non derivano da pratiche di disboscamento indiscriminato. Al contrario, la filiera valorizza principalmente residui e sottoprodotti e contribuisce alla gestione sostenibile dei boschi. In molti casi, l’abbandono delle aree forestali rappresenta un problema molto più grave, perché aumenta il rischio di incendi, dissesto idrogeologico e degrado ambientale. La questione centrale non è aumentare indiscriminatamente i prelievi, ma favorire una gestione attiva e sostenibile delle foreste. Un bosco curato riduce, come dicevo, il rischio idrogeologico, limita la diffusione degli incendi e migliora la qualità complessiva dell’ecosistema.

Come EBS, cosa fate concretamente? Siete molto impegnati proprio nella divulgazione…

Sì, negli ultimi anni il nostro lavoro si è concentrato sempre più sull’informazione e sulla divulgazione. Esiste ancora una distanza significativa tra la percezione pubblica delle biomasse e la realtà industriale del settore. Per questo promuoviamo attività di confronto con istituzioni, amministrazioni, università e i vari stakeholder, mettendo a disposizione dati, competenze ed esperienze operative. Parallelamente lavoriamo per tutelare e valorizzare una filiera che coinvolge migliaia di lavoratori e genera benefici economici e ambientali per i territori. L’obiettivo è contribuire alla costruzione di un quadro normativo equilibrato e garantire prospettive di lungo periodo a un comparto che rappresenta un patrimonio industriale e strategico per il Paese. La priorità oggi è evitare che venga dispersa una capacità produttiva che può offrire un contributo concreto alla sicurezza energetica nazionale, alla transizione ecologica e allo sviluppo delle economie locali.

A proposito di norme – dalla Direttiva europea RED III al DL Energia, passando per i Prezzi minimi garantiti – trova l’attuale quadro normativo adeguato?

Per un settore caratterizzato da investimenti industriali rilevanti, la stabilità normativa è una condizione imprescindibile. Negli ultimi anni il quadro regolatorio europeo ha introdotto principi condivisibili, come la tracciabilità delle biomasse e la certificazione della sostenibilità. Il rischio, tuttavia, è che il recepimento nazionale, in un Paese come il nostro che ha una normativa forestale molto avanzata e tutelante, generi un eccesso di burocrazia senza produrre reali benefici aggiuntivi sul piano ambientale, appesantendo il settore di adempimenti che possono scoraggiare gli operatori della filiera. La nostra richiesta è semplice: regole certe, stabili e proporzionate agli obiettivi. Certo è che limitare gli investimenti nelle energie verdi significa rallentare la decarbonizzazione e mantenere una dipendenza energetica che l’Italia non può più permettersi.

Quale futuro si attende ed auspica?

Penso che favorire e implementare un mix delle rinnovabili sia fondamentale. Nessuna tecnologia, da sola, può rispondere a tutte le esigenze del sistema energetico. Il fotovoltaico e l’eolico continueranno ad avere un ruolo centrale nella transizione energetica, ma la loro produzione dipende inevitabilmente dalle condizioni atmosferiche. Le biomasse solide possono integrare queste fonti, garantendo energia nei momenti in cui sole e vento non sono disponibili. La vera sfida è costruire un mix equilibrato di tecnologie capace di coniugare sostenibilità, sicurezza e competitività economica. In questo senso le biomasse non rappresentano un’alternativa alle altre rinnovabili, ma un complemento indispensabile. Con una quota crescente di energia verde nella rete, la disponibilità di fonti programmabili diventa infatti sempre più importante per garantire stabilità, resilienza e continuità del servizio.


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 Vincenzo Petraglia

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