Anziani non autosufficienti, le famiglie sono sole. Per avviare la riforma basta 1 miliardo


«Dalle parole, è ora che si passi ai fatti. O da urgenza, diventerà emergenza sociale»: lo ha detto chiaramente Eleonora Vanni, presidente di Legacoop sociali, durante la presentazione della proposta del Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza per avviare l’attuazione della riforma.

Nei giorni dell’assoluzione della donna che uccise la mamma di 93 anni, malata di Alzheimer, sembra che l’urgenza ci sia davvero, ma anche l’emergenza: in assenza di un adeguato sostegno e spesso in totale solitudine, il peso dell’assistenza degli anziani non autosufficienza ricade quasi interamente sulle spalle di familiari che, in casi estremi, cedono alla fatica e alla disperazione.

Per questo, le 60 organizzazioni del Patto tornano a chiedere al governo un impegno concreto: inserire nella prossima Legge di Bilancio un pacchetto di interventi per dare finalmente attuazione alla Legge 33 del 2023, la prima riforma organica dell’assistenza agli anziani non autosufficienti approvata in Italia. 

La richiesta, presentata oggi, è di 1047,8 milioni di euro per il 2027, primo passo di un percorso graduale che nei tre anni successivi porterebbe l’investimento a quota 2.721 milioni.

«Da urgenza a emergenza sociale»

«Recentemente sono stati approvati due piani, uno per l’invecchiamento attivo e uno per la non autosufficienza, strumenti di programmazione triennale. Ora la sfida è concretizzare proposte che incidano sulla qualità della vita delle persone», ha detto Eleonora Vanni, aprendo l’incontro.

Elenora Vanni

Una sfida che riguarda una popolazione sempre più ampia: «Circa 10 milioni di persone – una su sei – tra anziani, familiari e professionisti», ha riferito Vanni, ricordando che «una parte ancora troppo rilevante della risposta poggia sulle spalle delle famiglie. E la domanda di assistenza è destinata a crescere: nei prossimi dieci anni gli ultra 65enni aumenteranno del 30%. Rischiamo di passare da urgenza a emergenza sociale».

Il welfare che c’è, ma non basta

I numeri raccolti dal Patto fotografano un sistema arretrato rispetto ad altri paesi europei: in Italia si erogano in media 16 ore annue di assistenza domiciliare per assistito, contro le 150 della Danimarca». 

Anche per quanto riguarda la residenzialità, le carenze nel nostro Paese sono gravi, con «270mila persone in lista d’attesa per un posto in una struttura: un numero paragonabile a quello degli anziani già ospitati nelle strutture», ha detto Vanni. 

«La proposta complessiva ha una prospettiva pluriennale», spiega Vanni. «La prossima Legge di Bilancio può rappresentare il momento di avvio per intervenire su alcune aree problematiche, come il superamento del tortuoso percorso di assistenza, con le sue 5-6 valutazioni, la carenza di assistenza domiciliare, il perseguimento dell’equità territoriale e il rafforzamento dell’accoglienza residenziale».

A settembre, la proposta sarà presentata a tutte le forze politiche. «Per un obiettivo così importante bisogna procedere con spirito bipartisan, superando steccati e pregiudizi», ha concluso Vanni.

Una riforma in quattro passi

A illustrare nel dettaglio il contenuto della proposta è Cristiano Gori, tra i promotori del Patto. «Proponiamo un percorso graduale di riforma, che veda lavorare insieme tutte le forze politiche, in uno spirito di collaborazione come quello che ha portato noi, società civile, a lavorare insieme», ha detto. 

«I tempi di attuazione sono molto lunghi, non possiamo aspettare oltre. La legge di riforma 33 è stata approvata da maggioranza e opposizione: è ora di iniziare a lavorare concretamente, realizzando i primi quattro passi fondamentali che indichiamo nella proposta».

Cristiano Gori

Il primo è la semplificazione delle procedure. Il Patto propone un sistema unitario e integrato di valutazione e accesso, che riduca le duplicazioni e renda più facile individuare i territori dove i servizi sono insufficienti. L’obiettivo è di «ridurre a due i passaggi per richiedere le prestazioni pubbliche, poi a uno solo. Tutto questo sarà possibile solo con il coordinamento di Comuni, Regioni e Inps», ha detto Gori. 

Il secondo passo è la domiciliarità: «Oggi un anziano non autosufficiente seguito dai servizi domiciliari riceve in media 16 visite all’anno, concentrate su medicazioni e fisioterapia».

Il Patto propone l’istituzione di un servizio pubblico dedicato specificamente alla non autosufficienza, oggi assente in Italia, che integri interventi sanitari, sociosanitari e sociali e preveda anche il sostegno a caregiver familiari e assistenti familiari. 

«Chiediamo di passare da singole prestazioni a uno sguardo sulla persona nel suo insieme, che porti a un’offerta di servizi diversificarle, a partire da informazione e orientamento», precisa Gori.

L’introduzione sarebbe graduale, accompagnata da monitoraggio continuo. Il costo stimato è di 577 milioni nel 2027, 1.456 milioni nel 2028 e 1.516 milioni dal 2029.

Il terzo punto è la residenzialità. A tal proposito il Patto chiede «un progressivo incremento dell’offerta, ma anche lo sviluppo della qualità». 

Quindi, più posti disponibili per abbattere le lunghe liste d’attesa, più personale per garantire un’assistenza realmente personalizzata, e rette commisurate alle effettive possibilità economiche delle famiglie. 

L’investimento richiesto è di 433 milioni nel 2027, 841 milioni nel 2028 e 1.205 milioni dal 2029.

Infine, l’indennità di accompagnamento. «Le famiglie che hanno anziani con maggiore fabbisogno assistenziale in casa si impoveriscono di più, perché prendono 552 euro come tutti gli altri. Servono risposte graduate in base ai bisogni, per rendere l’indennità di accompagnamento una misura più equa e più vicina ai bisogni delle persone».

Concretamente, la richiesta è di introdurre la sperimentazione della Prestazione universale per la non autosufficienza. A differenza dell’indennità attuale, uguale per tutti, la nuova prestazione prevederebbe importi differenziati in base ai bisogni assistenziali — ad esempio 750 euro al mese per un anziano e 1.200 per un altro con esigenze maggiori — indipendentemente dal reddito, con importi più alti per chi impiega assistenti familiari regolari o servizi qualificati, e un aiuto specifico per chi sostiene i costi delle rette residenziali. 

La sperimentazione, nel biennio 2027-2028, punterebbe a coinvolgere almeno 30mila anziani, con un costo di circa 37,8 milioni di euro l’anno.

La «doppia sostenibilità» della proposta

Sul piano delle risorse, Gori spiega perché la richiesta iniziale si fermi a un miliardo: «È quanto serve per iniziare un lavoro serio. Dare di più sarebbe sbagliato, perché l’amministrazione locale si deve organizzare, altrimenti si commetterebbe lo stesso errore del Pnrr», ha osservato Gori.

Il progetto, ha aggiunto, «ha una doppia sostenibilità: economica, perché un miliardo non è tanto per una posta in gioco socialmente così grande, e attuativa, perché questo progetto si può mettere davvero in campo».

Gori ha quindi chiuso l’incontro con un appello alle forze politiche: «Chiediamo alla politica di fare proprio questo nostro progetto e di lavorare tutti insieme per l’attuazione. Come società civile abbiamo fatto lo sforzo di unirci: che anche la politica lo faccia».

Un percorso graduale, da iniziare adesso

La proposta è costruita su un percorso triennale, con risorse crescenti — dai 1.047,8 milioni del 2027 ai 2.334,8 milioni del 2028, fino ai 2.721 milioni a regime dal 2029 — pensato per essere insieme sostenibile per la finanza pubblica e capace di garantire qualità e omogeneità dei servizi nei diversi territori.

«Una buona legge», si legge nel documento a proposito della Legge 33/2023, per cui «la priorità oggi è passare dall’approvazione all’attuazione». La Legge di Bilancio 2027, secondo il Patto, rappresenta l’occasione per trasformare la riforma approvata dal Parlamento in un cambiamento concreto nella vita degli anziani non autosufficienti e delle loro famiglie.

Qui il testo integrale della proposta

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 Chiara Ludovisi

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