La curatrice italiana Maria Cristina Didero porta il design italiano nel mondo


Che il design italiano sia materiale da esportazione è cosa risaputa, sulla quale ormai non è più necessario spargere inchiostro. Quello che forse è un po’ meno noto è che anche il racconto del design nel mondo passa molto spesso per la lingua italiana e che i nostri curatori sono richiestissimi a livello internazionale. Maria Cristina Didero, per esempio, una tra le più preparate e tra le più attive, all’inizio degli Anni Duemila ha cominciato la sua carriera fuori dall’Italia, al Vitra Design Museum, sotto l’ala dell’allora direttore Alexander von Vegesack. Il genius loci e il fattore umano sono da sempre due elementi importantissimi nel suo lavoro di curatrice in un settore che, come tiene a ricordare e ripete spesso, ha più a che fare con le persone che con le sedute. In questi giorni, tre progetti che ha seguito sono in mostra – o in arrivo – in tre città lontane e diverse tra loro sotto ogni punto di vista: Mascate, Tirana e Tokyo.

Il design italiano come dispositivo narrativo in Oman

Nella capitale omanita, nel Museo Nazionale voluto dal defunto sultano Qaboos bin Said e inaugurato nel 2016, la mostra 1 to a Million Design Stories prodotta dall’ADI Design Museum di Milano e visitabile fino a metà novembre racconta al pubblico locale il quid di fantasia e immaginazione che, al di là della mera funzionalità e persino della forma, ha fatto la fortuna del Made in Italy dal secondo dopoguerra a oggi. Trentacinque oggetti premiati con il Compasso d’Oro – parliamo di icone come la Superleggera di Gio Ponti, la Lettera 22 della Olivetti firmata da Marcello Nizzoli o il Tratto Pen di Design Group Italia per Fila, che ancora più degli altri testimonia di come si possa intendere il valore di un progetto in senso assoluto, indipendentemente dalla scala o dal costo – si raccontano attraverso testi freschi e sintetici, incentrati soprattutto su aneddoti, e illustrazioni di Steven Guarnaccia. Queste ultime costruiscono intorno ai pezzi delle metafore, seguendo oppure no la strada già abbozzata dal progettista: la poltrona della serie Up di Gaetano Pesce, per esempio, diventa una mamma intenta a cullare il suo bambino, mentre il telefono Grillo di Marco Zanuso e Richard Sapper si trasforma in un ippopotamo con le fauci aperte. L’idea è che queste interpretazioni visive “non vadano a oscurare gli oggetti, ma rivelino il loro potenziale narrativo ed espressivo” mostrando come il design italiano sia, in realtà, in primis un grande contenitore di storie.

I disegni di Gaetano Pesce nella “capitale delle torri” albanese

In Albania, una retrospettiva dedicata a Gaetano Pesce (Gaetano Pesce: Drawing Life, dal 4 giugno al 3 luglio al COD – Centre for Openness and Dialogue di Tirana) curata da Maria Cristina Didero insieme a Francesca Molteni si concentra sul disegno, da intendersi non come fase preliminare della progettazione di vasi, sedute e architetture ma come pratica autonoma e “spazio aperto” nel quale vedere all’opera, in maniera ancora più nitida e leggibile, le tensioni che attraversano tutta la sua ricerca. “Quello che mi ha sempre colpito di Pesce è che non ha mai cercato la perfezione”, spiega Didero. “Ha cercato la verità. E i disegni lo mostrano meglio di qualsiasi cosa abbia mai prodotto: il pensiero è ancora lì, esposto, irrisolto”. Un richiamo alla città che ospita l’esposizione, definita la “capitale delle torri” per il suo recente sviluppo in verticale, arriva con il concept della Torre Pluralista, un visionario grattacielo a stecca alto circa 40 piani, ognuno realizzato da un architetto diverso, che Pesce immaginò nel 1987 come un inno alla libertà creativa e un modo per mettere in questione decenni, se non di più, di prassi architettonica. “Qui, il contesto culturale è ovviamente molto più vicino all’Italia di quanto possa essere quello omanita”, prosegue la curatrice. “Per me, e per chi fa il mio stesso mestiere, è importantissimo valutare il contesto sociale e storico nel quale ci si muove. Ogni posto ha determinate dinamiche ed è sempre meglio essere al corrente di tutto ciò che è accaduto prima e sta succedendo nel presente per capire cosa fare poi nel nostro piccolo futuro”.

Il progetto giapponese “Craft x Tech”: la sapienza artigianale come antidoto al “Lost in translation”

Craft x Tech, invece, i cui esiti sono stati da poco presentati alla Kudan House di Tokyo, è un progetto che favorisce l’incontro tra il design internazionale e la tradizione artigianale di una specifica regione del Giappone. Dopo il Tohoku, la porzione nord-est dell’isola principale di Honshu che sarebbe ingeneroso ricondurre soltanto al disastro nucleare di Fukushima e che ha ospitato la prima edizione, quest’anno si è scelto come fulcro dell’operazione la zona del Tokai o “mare dell’est”, all’ombra del Monte Fuji. Sei creativi o studi di fama, da Laura Bethan Wood a Philippe Malouin passando per David Caon, Atang Tshikare, Eugene Studio e Lanzavecchia + Wai, si sono immersi per una settimana ciascuno nella realtà manifatturiera locale, visitando laboratori tessili, della carta washi, falegnamerie e altre botteghe artigiane lasciandosi ispirare da pratiche tradizionali ma non per questo incapaci di abitare il mondo contemporaneo. Qui, la sapienza delle mani ha sopperito alle carenze del linguaggio: “I designer sono arrivati in Giappone senza un’idea precisa e senza una particolare estetica da perseguire, ma con il loro carattere e con la voglia di capire che cosa avrebbero potuto apportare al progetto. È stata soprattutto una grande operazione a livello umano, direi, perché gli artigiani nella maggior parte dei casi non conoscevano neppure una parola di inglese e sono state la professionalità e la passione per il proprio lavoro a permettere a loro e ai designer di dialogare”, racconta Didero, impegnata anche qui come curatrice.

Giulia Marani

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