Come ogni anno, uno dei momenti più attesi del Festival del Fundraising sarà la cerimonia dell’Italian Fundraising Award – Ifa, in programma venerdì 5 giugno. A conquistare il titolo nella sezione Young, dedicata ai talenti emergenti under 39, quest’anno è Alessandra Porrini, 30 anni, che si occupa dello sviluppo di nuove collaborazioni tra profit e Terzo settore per Fondazione Dynamo Camp.
Alessandra, le va di raccontarsi?
Ho iniziato nel fundraising occupandomi un po’ di tutto: individui, mass marketing, campagne di Natale. È stata una gavetta importante, che mi ha permesso di avere una visione d’insieme. Oggi il mio ruolo è decisamente più concentrato sullo sviluppo di nuove collaborazioni tra il profit e il Terzo settore all’interno di Dynamo Camp. Se dovessi descrivermi al di là del lavoro, direi che sono una grande lettrice e un’amante dei viaggi (anche se purtroppo riesco a farne sempre meno). Amo follemente gli animali, sono vegetariana da un paio d’anni e sono profondamente femminista: entrambe queste scelte sono nate proprio grazie agli incontri fatti in questo settore, persone speciali che mi hanno spinto ad approfondire e a studiare determinate tematiche.
Quanto pesano gli incontri “giusti” nel costruirsi una carriera di successo nel Terzo settore?
Ho avuto la grandissima fortuna, e forse anche il buon senso, di scegliere le persone giuste di cui circondarmi. Sono sempre stata guidata da professioniste – erano tutte donne – di immenso valore umano. Oltre a essere bravissime fundraiser, si sono dimostrate grandi persone, prendendosi cura di me sia come individuo sia come professionista. Spesso nel mondo del fundraising si dice che ti lanciano nella piscina e che devi imparare a nuotare da solo: loro, invece, mi hanno proprio insegnato a fare il tuffo e ad accompagnare le bracciate una alla volta. Questo mi ha permesso di crescere bene, riducendo lo stress e la fatica, aiutandomi a conciliare la mia vita personale e l’attivismo in un Terzo settore che, nel frattempo, è profondamente cambiato.
Ho avuto la grandissima fortuna, e forse anche il buon senso, di scegliere le persone giuste di cui circondarmi. Sono sempre stata guidata da professioniste – erano tutte donne – di immenso valore umano
Che evoluzione vede nel Terzo settore da quando ha iniziato a oggi?
Oggi ho trent’anni e lavoro con risorse ancora più giovani di me. Nelle nuovissime generazioni noto un’attenzione molto più alta – rispetto alla mia e ancor di più a quelle precedenti – alla persona, non solo alla performance professionale. I giovani si concentrano sempre più su come vengono trattate le persone, anche sul posto di lavoro.
Speso l’atto di “chiedere” viene visto come uno scoglio: come si supera questa barriera?
Il cambio di prospettiva avviene quando si comprende che non si sta chiedendo per se stessi, ma per far crescere realtà che in Italia rappresentano le fondamenta della società civile. Senza il Terzo settore, moltissimi servizi semplicemente non esisterebbero e la qualità della vita di tutti sarebbe decisamente più bassa. Sdoganare l’atto del chiedere è fondamentale. Poi, certo, ci sono variabili macroeconomiche esterne che non possiamo prevedere o gestire: se un’azienda con cui si collabora entra in cassa integrazione, si deve accettare che certi fattori globali sfuggono al controllo del singolo professionista.
Cosa spinge oggi un’azienda a investire nel sociale? È una questione di benefici fiscali o c’è dell’altro?
L’approccio delle imprese è radicalmente mutato. Prima le aziende più sensibili o in salute si limitavano ad aprire il portafoglio senza farsi troppe domande. Oggi c’è un’attenzione meticolosa a chi si dona, come e perché. Nella mia esperienza, sono pochissime le realtà che mi chiedono informazioni sull’entità dei benefici fiscali: c’è invece un forte interesse verso la mission e l’impatto sociale, soprattutto quando questi intercettano il core business aziendale o il vissuto dei dipendenti. Penso a contesti in cui i lavoratori vivono da vicino il tema della disabilità in famiglia: l’azienda interviene perché vuole che le proprie persone stiano bene e siano orgogliose del brand per cui lavorano. Temi considerati un tempo “soft” sono oggi cruciali per fare employer branding e per posizionarsi a livello di valori e purpose sia nel B2B che nel B2C. Non si tratta più solo di filantropia estemporanea, ma di un investimento nella comunità: se la comunità sta bene, di riflesso staranno bene anche le aziende.
Per le aziende non si tratta più solo di filantropia estemporanea, ma di un investimento nella comunità: se la comunità sta bene, di riflesso staranno bene anche le aziende.
Quali sono le prossime grandi sfide che vede per il fundraising?
La sfida più grande sarà riuscire a costruire una collaborazione autentica tra i diversi enti del Terzo settore. Per quanto il nostro sia un mondo fondato sulla cooperazione, siamo ancora un po’ troppo gelosi dei nostri modi di lavorare e delle nostre strategie. Grandi appuntamenti di condivisione sono esempi bellissimi di come lo scambio reciproco arricchisca tutti, ma serve fare un passo in più. In parte si fa già quando i bandi pubblici impongono la presenza di un capofila, ma dobbiamo imparare a fare rete e a fare una lobby costruttiva anche su altri temi. Rendere il più cooperativo possibile un settore così ampio e frammentato in Italia sarà la scommessa del futuro.
Che consiglio si sente di dare a un giovane che vuole intraprendere la strada del fundraising?
Il primo consiglio è provare, sporcandosi le mani con la pratica. Anche se la prima collaborazione non dovesse rivelarsi il lavoro dei sogni o non riguardasse la causa che si ha più a cuore, è sempre utile per capire come funziona un ufficio e quale area fa al caso nostro. Io stessa ho iniziato preparando i pacchi di Natale per l’area individui: ho capito subito che non faceva per me, ma è stato un passaggio necessario. Il secondo consiglio lo prendo in prestito da Iole Ciliberto, che è stata premiata prima di me l’anno scorso: «con gentilezza, ma chiedete e pretendete che le cose vi siano dette e vi siano date». Non bisogna avere paura solo perché si è giovani o perché ci si sente insicuri. Accanto alla visione matura degli adulti, nel Terzo settore c’è un disperato bisogno di sguardi freschi e idee nuove. Infine, non posso non citare l’importanza della formazione: per me il master in Fundraising di Forlì è stato fondamentale. Oltre alle competenze professionali, mi ha regalato una rete umana insostituibile di colleghi con cui ancora oggi ci confrontiamo, ci scambiamo idee e, soprattutto, ci divertiamo. Fare rete, alla fine, parte proprio da qui.
Foto inviata dall’intervistata
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Sara De Carli
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