La ricchezza si concentra e il divario generazionale esplode. L’inflazione erode i risparmi delle famiglie, mentre i giovani fuggono per l’assenza di tutele.
Un sistema economico che cristallizza le rendite storiche e scarica il peso del mantenimento statale sulle nuove leve lavorative è destinato, inevitabilmente, all’implosione. La regola generale che governa la macroeconomia contemporanea non ammette deroghe: quando l’accesso al mercato immobiliare, al credito e alla formazione di una famiglia viene sistematicamente negato alle fasce anagrafiche inferiori, l’intero tessuto produttivo perde spinta propulsiva. I recenti dati demoscopici e accademici non descrivono una semplice congiuntura sfavorevole, ma certificano l’erosione strutturale del patto sociale. La povertà assoluta si allarga a macchia d’olio, il divario generazionalediventa una voragine insuperabile e l’incidenza dell’inflazionefalcidia i risparmipregressi, il tutto sotto la gravosa ombra di un debito pubblicoche drena risorse vitali. L’analisi incrociata del tessuto sociale restituisce l’immagine di un Paese che ha smesso di investire sul proprio avvenire.
La concentrazione dei patrimoni e la fatica quotidiana
La radiografia dello stato di salute finanziario delle famiglie mostra sintomi evidenti di cedimento strutturale. Secondo le rilevazioni della trentottesima edizione del Rapporto Italia elaborato dall’Eurispes, fondato su un campione di oltre duemila questionari, il 62,1% dei cittadini italiani, pari a sei individui su dieci, dichiara di arrivare alla fine del mese con grande fatica. Per far fronte alle spese correnti, circa un terzo della popolazione è costretto a intaccare il capitale accumulato nel passato. Le criticità si annidano nelle voci di spesa fondamentali per la sussistenza. Più del 45% dei nuclei familiari denuncia serie difficoltà nel saldare il canone di affitto. L’onere delle utenze domestiche opprime il 28,7% degli intervistati, il pagamento delle rate del mutuo risulta insostenibile per il 27,2%, mentre le spese mediche mettono in crisi il 25,5% delle persone.
Questa marcata fragilità diffusa viaggia di pari passo con una sperequazione economica profondissima. Le disuguaglianze nella distribuzione delle risorse sono spaventose: il 10% delle famiglie più ricche detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale. Di contro, la metà più povera della popolazione italiana possiede un misero 7,4 per cento del patrimonio totale.
Il peso dei rincari e la rinuncia alla salute
La percezione pubblica del costo della vita certifica l’impatto devastante della svalutazione monetaria. Per l’82% degli italiani, ovvero otto su dieci, i prezzi hanno subìto una forte impennata nel corso dell’ultimo anno. Le stime popolari sull’aumento differiscono: quasi il 39% della platea calcola un rincaro superiore all’8%, mentre il 35,7% percepisce un rialzo compreso tra il 3% e l’8 per cento. L’inflazione ha colpito duramente i settori chiave: i generi alimentari guidano la classifica dei rincari con il 93,3%, seguiti dai carburanti (91,2%), dalle consumazioni per i pasti fuori casa (83,4%) e dai costi per viaggi e vacanze (82,2%).
Di fronte a queste pressioni, le contromisure dei cittadini si traducono in pesanti privazioni. Il 60,2% decide di posticipare acquisti ritenuti necessari, il 54,1% taglia le uscite mondane e il 52,1% rinuncia alle vacanze. Il dato più allarmante riguarda però il diritto alla salute. I bilanci in rosso spingono il 34,6% della popolazione a cancellare i normali controlli medici periodici, registrando un balzo in avanti rispetto al 27,2% che si evidenziava nel 2025. Circa il 23% rinuncia del tutto alle visite mediche specialistiche per impossibilità di spesa.
Le dinamiche del lavoro e il giudizio sulle istituzioni
Il mondo dell’occupazione registra mutamenti significativi nelle abitudini dei dipendenti. Lo smart working si conferma una realtà consolidata, scelta attivamente dal 31,3% del campione analizzato. Le modalità di applicazione variano: il 5,7% lavora da remoto sempre, mentre l’8,7% sfrutta il lavoro agile per la maggior parte del tempo lavorativo. L’attaccamento a questo modello organizzativo è così forte che quasi il 14% di chi lo utilizza si dichiara pronto a rassegnare le dimissioni o a cercare un impiego altrove nel caso in cui tale opzione venisse revocata dall’azienda.
Sul fronte del rapporto con le architetture statali, il livello di fiducia si mantiene stabile rispetto al 2025, ma con forti discrepanze tra gli organi costituzionali. Il presidente della Repubblica raccoglie il consenso di oltre il 61% dei cittadini, tanto che il 50,3% riterrebbe utile conferire al capo di Stato maggiori poteri per garantire l’efficienza democratica. Il Parlamento si ferma a un misero 26,1% di consensi, mentre il Governo non va oltre il 32,1 per cento. L’organo giudicante sconta una pesante disaffezione: la sfiducia verso la magistratura tocca la vetta del 46,5 per cento.
Le divise continuano a rappresentare un porto sicuro per l’opinione pubblica. Carabinieri, Esercito e Guardia di finanza superano la soglia del 70% di gradimento, affiancati dalla Polizia di Stato al 66,8 per cento. Lievi miglioramenti si riscontrano anche nei giudizi riservati ad altri presidi sociali: l’università ottiene il 73,7%, la Protezione civile vola al 78,5%, la scuola si assesta al 68% e il mondo del volontariato incassa un solido 64%.
Il collasso dell’ascensore sociale per gli under 35
Se il quadro generale appare cupo, la condizione specifica delle nuove generazioni assume i contorni dell’emergenza. Il settimo Rapporto 2025 curato dall’Osservatorio Politiche giovanili della Fondazione RiES (intitolato “Il divario generazionale, nuove generazioni, vecchi squilibri: rompere l’inerzia” e redatto dal professor Luciano Monti della Luiss) misura l’entità degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione personale. L’asticella ideale che rappresenta il muro da scavalcare per raggiungere l’autonomia ha toccato la quota record di 136 centimetri. Si tratta di un tracollo evidente rispetto ai 100 centimetri misurati nell’anno di partenza, il 2006, un deterioramento che cancella le lievi schiarite registrate nel biennio precedente.
Il calcolo si fonda sull’Indice del divario generazionale (GDI), parametro che analizza il ritardo anagrafico su quattordici specifici domini della vita umana. Le disparità esplodono in modo allarmante nei seguenti settori:
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l’aggravamento della povertà assoluta e il conseguente rischio di grave deprivazione materiale, definita come impossibilità di acquistare beni essenziali come il cibo;
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l’arretramento della parità di genere, con un gap salariale a danno delle giovani donne raddoppiato rispetto agli esordi delle rilevazioni;
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il peggioramento delle condizioni di accesso al credito bancario;
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la drastica riduzione della propensione al risparmio, inibita dalle retribuzioni insufficienti;
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l’impossibilità concreta di costruire una pianificazione previdenziale integrativa, legata al collasso del welfare familiare;
Demografia, debito e la grande fuga dei talenti
Due domini specifici mostrano un peggioramento ormai incancrenito: le pensioni e il debito pubblico. L’invecchiamento progressivo della popolazione genera una pressione asfissiante sul comparto sanitario e sui trattamenti di quiescenza, prosciugando in partenza ogni margine fiscale per gli investimenti a favore dei giovani. L’indice di dipendenza, che misura il rapporto tra i residenti in età non attiva e la forza lavoro, ha toccato nel gennaio 2024 l’impressionante livello di 57,6 punti. Questa distorsione demografica canalizza in modo sproporzionato le risorse dell’erario verso la fascia degli over 65, condannando le fasce fresche all’irrilevanza politica ed economica.
Il risultato di questa asfissia è fotografato dalle prospettive future. Solo un ragazzo su cinque immagina di potersi costruire un avvenire nella propria città di origine, segnando un crollo verticale rispetto al 22,7% registrato nel 2006. Quattro giovani su cinque preparano le valigie: il 44,1% punta a trasferirsi in un’altra area geografica della nazione, ma ben il 35,9% progetta l’espatrio. Il desiderio di fuggire all’estero muta a seconda dell’estrazione: riguarda il 31,5% dei figli di cittadini italiani, il 53,6% dei nati oltre i confini nazionali, il 57,2% di coloro che hanno entrambi i genitori nati all’estero e tocca la punta del 65,1% tra i nati in Italia da una coppia mista con un genitore straniero.
Il nodo strutturale da sciogliere
Le conclusioni dei due istituti di ricerca convergono in modo drammatico. Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, ammonisce la classe dirigente ricordando che la nazione fronteggia una vera e propria costellazione di crisi. La tattica del rattoppo continuo risulta inutile di fronte a un Paese che, pur vantando la terza economia dell’area euro, esibisce la crescita più debole del mondo sviluppato e il tasso di natalità più basso d’Europa. La stima di 34.700 giovani che abbandonano il suolo patrio ogni anno rappresenta un fallimento unico a livello continentale. Fara ricorda come le passate generazioni abbiano saputo sacrificare il loro presente per l’avvenire industriale, un patrimonio morale e materiale oggi del tutto dilapidato. Sulla medesima linea si posiziona il professor Monti, il quale sottolinea in termini perentori che un muro sociale così insormontabile annulla la capacità del sistema di attrarre risorse specializzate dalle altre economie avanzate, relegando il mercato nostrano a un ruolo di assoluta marginalità in vista delle prossime comparazioni continentali.
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Raffaella Mari
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