Le sorelle del padrino. Affari, lutti e ombre attorno ai Messina Denaro


La morte di Matteo Messina Denaro non ha chiuso i conti con la rete di protezione che per trent’anni gli ha consentito di restare invisibile. Anzi. A poco più di due anni dall’arresto del boss di Castelvetrano, le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Palermo continuano a scavare dentro quel sistema familiare, relazionale e logistico che ha garantito al capomafia coperture, comunicazioni, assistenza e silenzi. E ancora una volta, al centro dell’inchiesta, c’è il nucleo più stretto della famiglia Messina Denaro.

 

Le nuove indagate sono Giovanna e Bice Messina Denaro, due delle sorelle del padrino. Per la Procura avrebbero avuto un ruolo attivo nel favorire la latitanza del fratello, aiutandolo a sottrarsi alla cattura durante gli anni della clandestinità. I pm avevano chiesto l’arresto per entrambe contestando il reato più pesante: associazione mafiosa. Ma il gip ha scelto una strada diversa, riqualificando l’accusa in procurata inosservanza della pena. Una decisione che non alleggerisce il quadro indiziario — il giudice parla comunque di “gravi indizi di colpevolezza” — ma che esclude, almeno per ora, la necessità della custodia cautelare in carcere.

 

Secondo il gip, infatti, con la morte del boss sarebbe venuto meno il rischio che le due donne possano continuare ad agevolarne la latitanza o reiterare il reato. Una valutazione che la Procura di Palermo non condivide: la Dda guidata da Maurizio de Lucia ha già annunciato ricorso al Tribunale del Riesame.

 

L’inchiesta riporta sotto i riflettori una famiglia che, negli ultimi anni, è stata travolta da arresti, condanne e nuove investigazioni. Rosalia Messina Denaro, considerata dagli inquirenti uno dei punti di riferimento del sistema di comunicazione del boss, è detenuta dopo la condanna a 14 anni per associazione mafiosa. Patrizia Messina Denaro, anche lei già condannata per mafia, ha invece finito di scontare la pena ed è tornata libera. Restano coinvolti anche figli, mariti, cognati e uomini storicamente legati alla famiglia mafiosa di Castelvetrano.

 

Ma il nuovo fascicolo sembra voler fare un passo ulteriore: non soltanto ricostruire i favoreggiamenti materiali, ma comprendere fino in fondo come abbia funzionato, negli anni della latitanza, la “famiglia invisibile” di Matteo Messina Denaro. Chi custodiva i segreti. Chi trasmetteva messaggi. Chi garantiva protezione. Chi, pur senza impugnare armi, avrebbe contribuito alla sopravvivenza del padrino più ricercato d’Italia.

 

 

Bice Messina Denaro, la sorella “imprenditrice” già condannata per intestazione fittizia

 

Tra le due sorelle oggi indagate dalla Dda di Palermo per avere favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro, il profilo giudiziario più definito è probabilmente quello di Bice Maria Messina Denaro. Da anni il suo nome compare nelle inchieste patrimoniali e antimafia che hanno ricostruito gli interessi economici della famiglia del boss di Castelvetrano.

 

Bice è la moglie di Gaspare Como, storico uomo vicino a Cosa nostra castelvetranese e cognato del capomafia. Il suo nome emerge già nelle indagini della Dia che nel 2015 portarono all’arresto di Como e al sequestro di beni per circa mezzo milione di euro tra aziende, immobili e automobili.

 

Secondo gli investigatori, Gaspare Como — commerciante di abbigliamento, già sorvegliato speciale e con precedenti per associazione a delinquere ed estorsione — avrebbe continuato a gestire attività economiche e investimenti pur essendo sottoposto a misure di prevenzione. Per farlo, avrebbe utilizzato prestanome e familiari.

 

In quel procedimento risultavano indagati, oltre allo stesso Como, anche le sorelle Valentina e Giovanna Como, il commerciante Gianvito Paladino e proprio Bice Maria Messina Denaro. L’accusa era pesante: intestazione fittizia di beni aggravata dalla finalità di eludere le norme antimafia e le misure di prevenzione patrimoniali.

 

Gli investigatori ritenevano che dietro negozi di abbigliamento, immobili e disponibilità economiche formalmente intestate ad altri ci fosse in realtà la regia di Gaspare Como. Un sistema che avrebbe consentito di schermare patrimoni e attività economiche riconducibili alla famiglia.

Cinque anni dopo, nel 2020, arrivò la confisca definitiva di parte di quei beni. Il tribunale dispose il passaggio allo Stato di un negozio di abbigliamento, di un immobile di circa 200 metri quadrati a Castelvetrano e di un’auto di lusso. La sentenza divenne definitiva dopo il pronunciamento della Cassazione.

In quel procedimento Gaspare Como venne condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione per trasferimento fraudolento di valori. Per concorso nello stesso reato furono invece condannati a un anno e sei mesi Gianvito Paladino e Bice Maria Messina Denaro.

Le indagini coordinate dalla Procura di Marsala avevano ricostruito un quadro dettagliato: conti correnti movimentati direttamente da Como, firme false, utenze aziendali gestite occultamente e investimenti effettuati nonostante le restrizioni derivanti dalla sorveglianza speciale. Secondo la Dia, Como aveva continuato a mantenere un ruolo economico centrale nel territorio castelvetranese, pur cercando di sottrarsi ai controlli antimafia.

Il nome di Gaspare Como tornerà poi nelle grandi operazioni contro la rete di protezione del boss. Nel 2018 verrà nuovamente arrestato insieme a Rosario Allegra — altro cognato di Matteo Messina Denaro, poi morto in carcere — e ad altri presunti affiliati di Cosa nostra.

Oggi, mentre la Procura di Palermo prova a ricostruire chi abbia aiutato Matteo Messina Denaro durante la sua lunga latitanza, il profilo di Bice Messina Denaro torna inevitabilmente centrale. Non soltanto come sorella del boss, ma come figura già coinvolta in procedimenti che hanno raccontato il rapporto strettissimo tra famiglia, patrimonio e sistema mafioso nella Castelvetrano del padrino invisibile.

 

 

 

Giovanna Messina Denaro, la vedova del “reggente” del mandamento

 

Se Bice Messina Denaro è stata per anni legata alle vicende patrimoniali del marito Gaspare Como, il nome di Giovanna Messina Denaro si intreccia invece con una delle figure considerate più importanti nella gestione operativa del mandamento mafioso di Castelvetrano negli anni della latitanza del boss: Rosario Allegra.

 

“Saro” Allegra, morto nel giugno del 2019 mentre era detenuto al 41 bis nel carcere di Terni, era sposato proprio con Giovanna Messina Denaro. Per gli investigatori rappresentava uno degli ultimi anelli strategici della rete mafiosa rimasta fedele al capomafia castelvetranese.

 

Quando venne arrestato nell’aprile 2018 nel blitz “Annozero”, la Dda di Palermo lo descrisse come uomo “in possesso di canali di comunicazione con Matteo Messina Denaro”, canali che — scriveva il gip — “nonostante le lunghe e complesse attività investigative” erano ancora sconosciuti agli inquirenti.

 

Secondo magistrati e investigatori, Allegra non era soltanto un uomo vicino alla famiglia del boss per ragioni parentali. Negli ultimi anni avrebbe assunto un ruolo di vertice nel mandamento mafioso di Castelvetrano, coordinando gli interessi economici del clan e mantenendo i rapporti con altre famiglie mafiose siciliane.

 

Le sue prime vicende giudiziarie risalgono già alla fine degli anni Novanta, quando il suo nome comparve nelle operazioni “Terra Bruciata” e “Progetto Belice”, due grandi inchieste sulle reti mafiose del Trapanese e sulla protezione della latitanza di Matteo Messina Denaro.

 

Gli investigatori lo intercettarono mentre parlava di “riordino di Cosa nostra” e della redistribuzione territoriale tra famiglie mafiose. In quegli anni si occupava soprattutto del settore del calcestruzzo e delle mediazioni economiche legate all’edilizia. Poi, dopo le condanne e le misure di prevenzione, si era spostato verso altri affari: pizzerie, commercio, soprattutto il redditizio business delle scommesse.

 

Per la Dda, Allegra era diventato il regista occulto dei centri betting della provincia di Trapani. Un sistema che avrebbe garantito introiti alla “cassa” mafiosa della famiglia di Castelvetrano. Gli investigatori gli attribuivano il controllo sulle aperture dei punti scommesse, sulle autorizzazioni e perfino sull’ingresso di nuovi imprenditori nel settore.

 

“Loro devono sottostare a quello che gli dico io”, diceva in una intercettazione. E ancora: “Quello è al corrente di tutto”, spiegava riferendosi — secondo gli inquirenti — proprio a Matteo Messina Denaro.

Dopo l’arresto di Francesco Guttadauro nell’operazione “Eden”, Allegra avrebbe preso in mano anche la gestione della “cassa” della famiglia mafiosa. Una funzione delicatissima: raccogliere e redistribuire denaro, mantenere gli equilibri, finanziare attività economiche e garantire sostegno agli affiliati.

 

Gli investigatori ricostruirono anche il ruolo di alcune attività commerciali apparentemente normali, come pizzerie e negozi, utilizzate — secondo l’accusa — come strumenti economici e logistici del sistema mafioso. Tra queste la pizzeria “Miros”, riconducibile a imprenditori arrestati nel blitz “Annozero”.

 

Quando morì nel 2019, dopo un aneurisma cerebrale, Allegra era ancora considerato uno degli uomini chiave della rete che proteggeva il latitante. La sua scomparsa venne letta dagli investigatori come la perdita di uno dei principali depositari dei segreti del mandamento.

 

Oggi, con la nuova indagine che coinvolge Giovanna Messina Denaro per favoreggiamento della latitanza del fratello, quel passato torna al centro delle attenzioni della magistratura. Perché nella storia della famiglia Messina Denaro i legami di sangue non sono mai stati soltanto relazioni familiari: spesso, secondo le inchieste, hanno rappresentato anche il tessuto connettivo del sistema mafioso castelvetranese.

 

 

A rendere ancora più drammatica la vicenda personale di Giovanna Messina Denaro c’è anche la morte del figlio Gaspare Allegra, nipote prediletto del boss di Castelvetrano. Il giovane avvocato morì il 21 marzo 2021 durante un’escursione sulla Grigna Settentrionale, in Lombardia. Aveva 37 anni.

 

Gaspare Allegra aveva lasciato la Sicilia da alcuni anni nel tentativo di costruirsi una vita lontano dal peso del cognome e delle parentele mafiose. Si era trasferito ad Albairate, nel Milanese, e collaborava come penalista in uno studio legale di Abbiategrasso. Sportivo, appassionato di montagna, cercava di allontanarsi dall’ombra di quella famiglia diventata sinonimo di Cosa nostra.

 

Anche lui, però, era rimasto coinvolto nell’operazione antimafia “Anno Zero”, l’inchiesta sui business delle scommesse online e sugli affari del mandamento di Castelvetrano che aveva portato all’arresto del padre Rosario Allegra. Una posizione che gli investigatori consideravano marginale, ma che aveva comunque riportato il suo nome dentro le cronache giudiziarie legate allo zio Matteo Messina Denaro.

 

La tragedia si consumò durante un’escursione insieme al fratello Francesco. Gaspare scivolò in un canalone ghiacciato nella zona della Bocchetta di Prada precipitando per oltre 300 metri. Morì sul colpo. Nello zaino aveva immagini sacre e oggetti personali. Il fratello, sotto choc, raccontò ai soccorritori di averlo visto “sparire in un buco”.

 

La sua morte colpì profondamente anche Matteo Messina Denaro. Quando il boss venne arrestato nel gennaio 2023 nella clinica “La Maddalena” di Palermo, nel suo portafoglio gli investigatori trovarono non soltanto soldi e documenti sanitari, ma anche una fotografia del nipote morto. Un dettaglio che mostrava uno dei rarissimi squarci emotivi emersi attorno alla figura del capomafia durante gli anni della latitanza.

E persino dopo la morte, il peso del cognome continuò a segnare la vita di Gaspare Allegra. Il questore di Trapani vietò infatti i funerali pubblici a Castelvetrano per ragioni di ordine pubblico. Ancora una volta, la storia personale della famiglia Messina Denaro si intrecciava con quella criminale del mandamento mafioso più potente del Trapanese.




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