Non solo pannoloni e pappagalli: «Noi Oss diamo dignità alla vita nuda»


Stefania ha 60 anni e lavora in una residenza per anziani. Ogni mattina, insieme a una collega, alza 27 ospiti in quattro ore: fa nove minuti a testa. «Fai l’igiene intima, gli lavi i denti, lo pettini, lo vesti, lo metti sulla carrozzina e lo porti in salone. Il tutto cercando di scambiare anche qualche parola con lui o con lei, perché la missione tua e della struttura è creare relazione, non solo fare una prestazione. Se per caso un collega è assente, è un disastro», racconta.

Si chiama “minutaggio” e gli operatori socio-sanitari-Oss se ne lamentano sopra ogni altra cosa: più delle schiene rotte dalle tante mobilizzazioni fatte e più dei rientri sui riposi imposti dalla carenza di personale. Perché la relazione è ciò per cui questo lavoro lo hanno scelto e il minutaggio, invece, lo trasforma – dicono – in una «catena di montaggio». In Veneto, per esempio per ogni ospite di una struttura residenziale per anziani sono previsti 896 minuti a settimana di assistenza socio-sanitaria, di cui 721 diretta (ossia fatta dagli Oss): l’assistenza infermieristica, per avere un termine di paragone, è di 147 minuti a settimana.

Quanti ne mancano? 2.300 solo in Lombardia

L’Oss è nato nel 2001 e il suo profilo è stato rivisto nel 2025 sulla spinta della rivoluzione demografica in atto: ne servono sempre di più (nel 2022 il IV Rapporto dell’Osservatorio Long Term Care di Cergas Bocconi stimava il labour shortage degli Oss attorno al 13%) e allo stesso tempo devono essere sempre più formati. A inizio 2025, stimando un fabbisogno 1.300 Oss e Asa aggiuntivi solo nelle strutture sociosanitarie accreditate, Regione Lombardia ha stanziato 6 milioni di euro per gli anni 2026/27 per rendere gratuiti i corsi formativi per i due profili: nella rilevazione di novembre 2025, il fabbisogno era già schizzato a quota 2.300.

Nelle Rsa sei dipendenti su dieci sono Oss

Gli Oss lavorano in tantissimi contesti: negli ospedali, nelle residenze per persone con disabilità, negli hospice, al domicilio… Ma in particolare sono il pilastro delle residenze per anziani, dove rappresentano – il dato viene da QWoRe-Quality, Work, Residential Long-Term Care, un progetto di ricerca di interesse nazionale finanziato dal Pnrr e coordinato dalla professoressa Barbara Da Roit dell’Università Ca’ Foscari di Venezia – il 57% di tutti gli occupati. L’84% di essi è donna, tre volte su quattro lavorano a tempo pieno e la loro soddisfazione è pari a 7,66 punti su 10: un po’ più alta dei 7,51 che si registrano sull’intero mercato del lavoro. Non fatevi ingannare – dice però nero su bianco la ricerca – il burnout in questo settore coesiste con la passione per il proprio lavoro.

Servirebbe almeno una carriera orizzontale

Quello dell’Oss è un lavoro che consuma, ma non è riconosciuto come usurante. Ritmi serrati, carico fisico ed emotivo (sono lavoratori costantemente esposti alla malattia e alla morte), complessità delle relazioni con ospiti, familiari e colleghi costituiscono gli elementi più stressanti. Le criticità? Retribuzioni, mancato riconoscimento, scarse opportunità di carriera.

«Che un Oss assuma funzioni di coordinamento non è impossibile, ma è oggettivamente raro», annota Da Roit, «si potrebbe pensare a un contratto di filiera e a una carriera orizzontale, per cui l’Oss si sposti fra struttura residenziale, ospedale, domicilio, servizi o reparti più specializzati. Il limite per farlo è la configurazione del sistema di offerta, che attualmente è molto frammentato».

I lavaculi

L’Oss si occupa dei bisogni primari delle persone che assiste. Cura del corpo, igiene, supporto nell’assunzione in sicurezza di alimenti e liquidi, posizionamento e mobilizzazione di chi non può camminare, sostegno nella deambulazione… ma anche relazione. Eppure la maggior parte delle persone li vede solo come quelli che lavano padelle e  pappagalli e che cambiano pannoloni.

Simona Sofia, su Instagram come @un.ossperamica

Simona Sofia vive vicino a Firenze, ha 26 anni, è oss dal 2022 e lavora in una casa di riposo. Su Instagram parla del suo mestiere e fin dalla bio mette in chiaro che un’Oss «non è solo quella lava e pulisce padelle, pappagalli e culetti». «La maggior parte delle persone vede l’oss semplicemente come un “lavaculo”. Ovviamente lo faccio, è un bisogno primario delle persone che seguiamo, fa parte del mio ruolo e delle mie competenze. Però mi dà molto fastidio quando questa espressione viene usata in modo offensivo e dispregiativo, perché l’oss è molto di più», afferma con orgoglio. La cosa più bella del suo lavoro? «Prendersi cura delle persone che non hanno più nessuno: essere presenti e talvolta diventare per loro un punto di riferimento, ovvero “casa”».

La maggior parte delle persone vede l’Oss semplicemente come un “lavaculo”. Certo, fa parte del mio ruolo. Però mi dà molto fastidio quando questa espressione viene usata in modo offensivo e dispregiativo, perché l’oss è molto di più

Simona Sofia, 26 anni

Elevate competenze

Flavia ha iniziato nel 2003, a 23 anni. Ne ha viste tante: è stata pagata quattro euro l’ora ed è stata inquadrata («quasi sempre, non una volta») come Asa pur avendo il titolo di Oss. Oggi di anni ne ha 45 e lavora in libera professione a domicilio, dopo più di vent’anni in strutture sanitarie, prevaletemene Rsa. Tolte le tasse le restano in tasca più di 12 euro all’ora, contro i 9,40 lordi che percepiva da dipendente. Ha scelto di collaborare solo con due cooperative e solo nell’assistenza domiciliare per le cure palliative:

«Metto in campo tutto ciò che so fare per situazioni veramente delicate. Il tema del riconoscimento delle competenze è cruciale», sottolinea. «È un lavoro che ho scelto – e questa è una cosa che mi piacerebbe passasse, perché c’è un sacco di gente che questo lavoro come me lo ha scelto e lo fa con una grandissima passione – andando anche contro di mio padre, per cui prendersi cura degli altri non era un lavoro, per lui esisteva solo la fabbrica. Io avevo interrotto gli studi senza neanche prendere il diploma, quando ho fatto il corso da Oss – 1.100 euro all’epoca, mi ha aiutato mio fratello a pagarlo – ho scoperto che tutte le materie che affrontavamo erano parte di me».

Anche lei punta il dito contro i tempi: «In generale sono tempi disumani», dice senza mezzi termini, «che non permettono la relazione. Io ho vissuto tanto la difficoltà di non riuscire a relazionarmi con gli ospiti nei modi dovuti: se hai a che fare con un paziente in stato comatoso i segnali sono non verbali, il battito degli occhi, ogni tanto qualche lacrima. Per coglierli c’è la necessità di fermarsi un attimo», dice.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Regole e retribuzioni: una giungla

Lara vive fra Trento e Bolzano ed è Oss dal 2020 anche se già quando aveva 18 anni sognava di farlo: «Per molti anni, con i bambini, non ho avuto la possibilità di restare senza stipendio per tutto il tempo del corso né di fare il corso lavorando», racconta.

Quel che non…


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 Sara De Carli

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