Un indice per misurare quanto fragile è l’Italia


Un indicatore originale concepito per misurare in modo sintetico e comparabile i rischi catastrofali sul territorio italiano. È il Natural Risk Index (Nri) introdotto dal secondo Quaderno di ricerca del Think Tank Natural risk forum di Unipol Assicurazioni presentato a Roma da Enrico San Pietro, Group Insurance General Manager della compagnia. L’indice integra le tre dimensioni che definiscono il rischio: pericolosità, ovvero l’intensità e la frequenza degli eventi naturali; esposizione, rappresentata dal valore economico dei beni esposti; e vulnerabilità, cioè la suscettibilità di edifici e infrastrutture a subire danni in presenza di un evento avverso.

L’Nri sintetizza il livello di rischio territoriale per ciascun peril – terremoto, alluvione e tempeste convettive – nonché per la loro totalità, fornendo così una visione complessiva del profilo di rischio del Paese.

«Per giungere alla misurazione del Natural Risk Index» spiegano gli esperti di Unipol, «la ricerca ha stimato il patrimonio immobiliare italiano in termini di unità (circa 41 milioni, comprensive di abitazioni, imprese e fabbricati pubblici) e di valore di ricostruzione (14.400 miliardi di euro), inteso come il costo necessario per riportare gli edifici allo stato pre-evento, inclusi gli asset contenuti negli stessi e il costo connesso all’interruzione delle attività produttive». È stato inoltre calcolato il costo medio annuo atteso dei rischi catastrofali in Italia, pari a circa 7 miliardi di euro, con l’obiettivo di tradurre in una grandezza monetaria il peso economico dei fenomeni naturali. Il Nri viene infine posto in relazione con il protection gap, ovvero la quota di danno non coperta da assicurazione, che in caso di evento catastrofale ricadrebbe interamente su cittadini, imprese e finanza pubblica. Questa relazione consente di individuare le regioni in cui il rischio è più elevato e la copertura assicurativa più bassa, suggerendo dove dovrebbero essere prioritizzati gli interventi di prevenzione, riduzione della vulnerabilità del patrimonio immobiliare e diffusione delle coperture.

I dati sull’esposizione sono presentati a livello provinciale e per comparto: commerciale/industriale, da un lato, e residenziale/beni pubblici, dall’altro. Nel comparto commerciale/industriale, le province che guidano la classifica sono Milano, Roma e Brescia, con valori di esposizione economica tra i più elevati del Paese. Queste aree rappresentano infatti grandi poli produttivi, centri logistici e sedi di importanti filiere industriali, la cui interruzione di funzionamento in caso di catastrofe comporterebbe conseguenze diffuse sull’economia nazionale. Nel settore residenziale/beni pubblici, ai primi posti si collocano Milano, Roma e Torino, dove la concentrazione di popolazione, servizi pubblici e infrastrutture è massima.

La ricerca conferma una forte polarizzazione tra province periferiche e grandi centri urbani, dove la pressione immobiliare, la complessità edilizia e la densità di infrastrutture determinano costi sensibilmente più alti in caso di danno. Anche la distribuzione del numero di unità tra le province italiane mostra una chiara concentrazione: Roma, Milano e Napoli presentano il maggior numero di abitazioni, beni pubblici e beni commerciali/industriali. Queste città, oltre a essere tra le più popolose d’Italia, svolgono un ruolo centrale per l’amministrazione pubblica, la vita residenziale e le attività economiche, con una forte concentrazione di abitazioni private, edifici collettivi e infrastrutture pubbliche e private.

Analizzando la sola componente di pericolosità sismica, le regioni che presentano i livelli più elevati di rischio sono Calabria, Emilia-Romagna e Umbria, coerentemente con la loro collocazione nelle aree a maggiore attività sismica del Paese. In questi territori, la combinazione di faglie attive e di storicità sismica documentata conferisce un profilo di pericolosità naturale tra i più elevati d’Italia. Tuttavia, quando si passa a considerare anche esposizione e vulnerabilità, il quadro cambia sensibilmente: emergono con maggiore evidenza le regioni a più alta concentrazione di valore economico, in particolare Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. In questi contesti, il patrimonio immobiliare è estremamente denso, le attività produttive sono intensamente presenti e le infrastrutture sono complesse, il che amplifica il potenziale danno in caso di evento sismico.

La Calabria, pur risultando tra le regioni a più elevata pericolosità, scende al quinto posto nel ranking complessivo dell’Nri terremoto a causa di una minore intensità di esposizione economica rispetto ad altre aree del Paese. In altre parole, benché il territorio sia naturalmente più soggetto a forti scosse, il valore di ricostruzione esposto è inferiore rispetto alle grandi regioni del Nord e del Centro, il che ridimensiona il profilo di rischio complessivo. Al contrario, l’Emilia-Romagna si conferma tra le regioni a più alto rischio (prima in classifica), in quanto combina una pericolosità sismica significativa con livelli elevati di esposizione economica e una vulnerabilità strutturale non sempre adeguatamente mitigata.

Il Veneto si colloca al secondo posto nel Risk Index sismico, pur presentando un livello di pericolosità relativamente più contenuto (nono posto). Ciò è riconducibile alla presenza di importanti strutture geologiche attive, in particolare nelle aree di Verona, Vicenza, Treviso e Belluno, ma soprattutto all’elevata esposizione economica del territorio, che amplifica il rischio complessivo. La Sicilia si posiziona al terzo posto nell’indice sismico, con un quadro più equilibrato tra le diverse componenti del rischio: mantiene livelli elevati sia in termini di pericolosità sismica sia di esposizione economica.

Per quanto riguarda il rischio alluvionale, la Toscana emerge come la regione a più alto rischio nel ranking complessivo dell’indice. Questo risultato è il riflesso della combinazione tra una pericolosità idraulica elevata – la più alta a livello nazionale – e un livello significativo di esposizione economica, che colloca la regione al settimo posto in termini di valore dei beni esposti. In Toscana, la presenza di bacini fluviali rilevanti, come quello dell’Arno, e la complessità del sistema idrografico favoriscono la tendenza ad allagamenti diffusi in caso di eventi di pioggia intensa e prolungata. In seconda e terza posizione nel Risk Index alluvionale si collocano Lombardia e Veneto. In entrambi i casi, il rischio è determinato da una combinazione di elevata esposizione economica e significativa pericolosità idraulica. Queste regioni sono infatti attraversate da alcuni dei principali sistemi fluviali del Paese, come il Po e i suoi numerosi affluenti, che rappresentano una componente strutturale del rischio alluvionale nell’Italia settentrionale. La forte concentrazione di attività produttive, infrastrutture critiche e insediamenti urbani in aree vicine ai corsi d’acqua amplifica ulteriormente il rischio complessivo, aumentando il numero di beni esposti e il potenziale costo dei danni.

Per le tempeste convettive, il Natural Risk Index evidenzia una forte concentrazione del rischio nel Nord Italia, dove si combinano elevati livelli di pericolosità atmosferica e una significativa esposizione economica. In queste aree, il fenomeno è…


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 Riccardo Venturi

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