L’assemblea nazionale della Cgil “Una e indivisibile. L’Italia riparte dal Mezzogiorno”, convocata a Roma al Centro Congressi Frentani, non è stata soltanto un’iniziativa dedicata al Sud, ma il tentativo di costruire una piattaforma politica generale sul futuro del Paese. Il Mezzogiorno, nella lettura proposta dalla Cgil, non è più la periferia problematica dell’Italia, ma il luogo in cui si concentrano tutte le grandi contraddizioni nazionali: lavoro povero, precarietà, crisi industriale, disuguaglianze territoriali, spopolamento, privatizzazione dei servizi pubblici, transizione energetica, centralizzazione del potere decisionale. Ma proprio per questo, secondo il sindacato, il Sud può diventare anche il terreno decisivo per costruire un diverso modello di sviluppo, e per questo si apre una vera e propria “vertenza Sud”.
Nella relazione introduttiva Christian Ferrari, segretario confederale della Cgil, insiste subito su un punto: il Mezzogiorno “fa parte di una complessiva idea di Paese” e la Cgil intende esercitare fino in fondo la propria funzione di sindacato “generale, confederale e nazionale”. L’assemblea nasce, secondo Ferrari, dalla “più grande contraddizione” degli ultimi anni: da una parte il Sud continua a esprimere una forte domanda di cambiamento sociale e politico, dall’altra resta sostanzialmente espulso dall’agenda nazionale.
Nel Sud, sostiene, esiste una domanda di partecipazione e protagonismo democratico che la politica continua a ignorare. La “solitudine politica” del Mezzogiorno non nascerebbe però con l’attuale governo, ma sarebbe il risultato di un ciclo lungo almeno trent’anni, segnato da privatizzazioni, deregulation del mercato del lavoro, riduzione dell’intervento pubblico e progressiva frammentazione istituzionale.
La relazione collega direttamente questo processo alle nuove scelte europee. Ferrari parla di una strategia continentale che starebbe spostando il baricentro politico ed economico verso Est, mentre l’Italia — secondo la Cgil — dovrebbe invece rafforzare la propria collocazione mediterranea e il rapporto con il Sud globale e l’Africa. Da qui anche la critica all’uso delle risorse europee per il riarmo e alla progressiva riconversione dell’economia europea in funzione bellica. Il Mezzogiorno, in questa prospettiva, appare come il territorio che rischia di pagare più duramente i costi delle nuove politiche di austerità e della ridefinizione geopolitica europea.
Il documento della Cgil insiste infatti molto sugli effetti concreti delle politiche economiche degli ultimi anni. I numeri servono a costruire una contro-narrazione rispetto all’ottimismo governativo. Nel Mezzogiorno vivono circa 1,2 milioni di lavoratori poveri, quasi la metà del totale nazionale. Il salario medio annuo si ferma a 18.148 euro contro i 24.486 della media italiana, con un divario del 25,9%. Anche il lavoro formalmente stabile continua a essere sottopagato: un lavoratore standard, full time e a tempo indeterminato, guadagna mediamente oltre 6.400 euro in meno rispetto alla media nazionale. La precarietà viene descritta come un tratto strutturale del mercato del lavoro meridionale: i contratti a termine arrivano al 34,5%, il part-time al 43,6% e il lavoro discontinuo supera il 56%.
A questo si aggiunge la crisi demografica. Tra il 2022 e il 2024 oltre 175 mila giovani hanno lasciato il Mezzogiorno, circa la metà laureati. Il sindacato legge questo fenomeno non soltanto come emigrazione economica, ma come perdita di capitale umano e impoverimento democratico dei territori. Lo spopolamento diventa così uno dei temi centrali dell’assemblea, soprattutto perché incrocia la crisi delle aree interne, la riduzione dei servizi pubblici e l’incapacità di costruire occupazione qualificata.
Da qui nasce la critica più ampia alla strategia del governo per il Sud. Ferrari parla apertamente di una distanza crescente tra “propaganda” e condizioni reali. ZES unica, grandi opere, incentivi automatici alle imprese e centralizzazione delle risorse vengono descritti come strumenti incapaci di affrontare i nodi strutturali del Mezzogiorno. La Cgil contesta soprattutto l’idea che lo sviluppo possa essere affidato quasi esclusivamente al mercato e all’iniziativa privata. La ZES unica, in particolare, viene giudicata insufficiente perché ridurrebbe il Sud a semplice piattaforma centralizzata per l’erogazione di incentivi, senza una vera strategia industriale e senza un coinvolgimento reale di territori e parti sociali.
È qui che emerge forse il punto politico più importante dell’assemblea: la Cgil prova a contrapporre alla logica degli incentivi e della governance verticale una visione alternativa di sviluppo fondata su programmazione pubblica, intervento industriale diretto, contrattazione, investimenti territoriali e diritti universali. Non a caso Ferrari parla della necessità di aprire una vera “vertenza Sud”, articolata territorialmente ma assunta come priorità nazionale per tutta l’organizzazione.
Il primo asse della proposta è il lavoro, che deve essere stabile, contrattualizzato, tutelato, sicuro e adeguatamente retribuito. Per questo la piattaforma propone il contrasto al lavoro nero e al dumping contrattuale, una legge sulla rappresentanza sindacale, il salario minimo legale e il vincolo delle risorse pubbliche a precisi obiettivi occupazionali e sociali. La Cgil chiede anche una riduzione delle forme di precarietà e un grande piano straordinario di assunzioni nella pubblica amministrazione del Mezzogiorno.
La seconda parola chiave è politica industriale: senza un nuovo intervento pubblico diretto non è possibile costruire sviluppo di qualità. La transizione ecologica viene indicata come un’occasione storica, ma il sindacato rifiuta l’idea che il Sud debba limitarsi a ospitare impianti energetici o piattaforme logistiche. Il Mezzogiorno, piuttosto, dovrebbe diventare il centro di nuove filiere produttive legate alle energie rinnovabili, alla componentistica, alle batterie, all’automotive, alla microelettronica e alla ricerca tecnologica.
La discussione con Raffaele Fitto ha reso evidente questo contrasto politico. Intervistato dalla giornalista Daniela Preziosi, il vicepresidente esecutivo della Commissione europea ha riconosciuto la complessità delle questioni poste dalla Cgil e ha invitato a “uscire dalla logica delle contrapposizioni”. Ma il confronto ha fatto emergere due visioni molto diverse della governance dello sviluppo.
Fitto ha difeso la revisione della politica di coesione e la necessità di introdurre maggiore flessibilità nell’uso dei fondi europei. Secondo il vicepresidente della Commissione, i programmi costruiti tra il 2019 e il 2022 sarebbero ormai superati da crisi energetica, guerra e nuovi equilibri geopolitici. Da qui la possibilità di rimodulare le risorse verso cinque priorità: energia, casa, competitività, acqua e difesa – l’Italia avrebbe riallocato circa 7 miliardi concentrando le risorse su competitività, politiche abitative e gestione idrica.
Ma se Fitto insiste sulla flessibilità, sulla governance europea e sulla capacità di adattamento delle politiche di coesione, il sindacato vede invece il rischio di una progressiva centralizzazione delle decisioni e di una riduzione degli spazi democratici di partecipazione. Dietro il confronto tecnico sui fondi europei si intravede quindi uno scontro più profondo: da una parte…
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Elettra Raffaela Melucci
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