bilancio positivo da Gacs e Fondo Mcc


Più che «prestatore di ultima istanza», il ruolo che normalmente i manuali di economia assegnano alle banche centrali, lo Stato negli ultimi anni ha svolto egregiamente il compito di «garante di ultima istanza». Con le Gacs (Garanzia sulla Cartolarizzazione delle Sofferenze) ha favorito l’espulsione dai bilanci bancari di un gran numero di sofferenze (circa € 300 miliardi) che penalizzavano i conti economici degli istituti di credito. E, con il fondo di garanzia sulle PMI gestito da MCC, ha consentito che i rubinetti del credito non si chiudessero irrimediabilmente per le tante micro e piccole aziende della penisola, soprattutto nel turbolento periodo del Covid e della guerra Russia-Ucraina.

Un’ultima conferma è venuta in questi giorni da un bilancio tracciato dalla società di certificazione e consulenza KPMG sull’esperienza dei Gacs. Con quello strumento, il regime di favore si è concluso ufficialmente il 14 giugno 2022, lo Stato ha offerto la garanzia sulle tranche senior delle cartolarizzazioni riguardanti gli NPL in uscita dalle banche. Nell’ultimo decennio il valore lordo dei crediti deteriorati trasferiti dalle banche, attraverso 46 cartolarizzazioni assistite dalla garanzia pubblica, è stato pari a 118 miliardi di euro, con oltre 21 miliardi di titoli senior garantiti. Oggi, dopo i rimborsi, il valore residuo dei titoli garantiti è sceso a circa 6,5 miliardi.

I tassi di recupero dei crediti, affidati all’industria dei servicer, non sono omogenei. Le prime emissioni mostrano performance peggiori di quelle successive che, tecnicamente, sono state favorite anche da migliori condizioni di emissione. Il cosiddetto «cumulative collection ratio» medio, cioè il rapporto tra gli incassi effettivi e quelli previsti dai piani, si ferma al 74% per le Gacs emesse fino al primo trimestre 2019. Ben più brillanti, ha attestato lo studio di KPMG, sono state le performance delle «ondate» successive: la seconda si attesta all’87%, la terza raggiunge il 120%. Il costo della garanzia, parametrato sui credit default swaps per emittenti di rischio analogo a quello delle banche cedenti, è stato pagato dagli stessi istituti ed è confluito in un fondo che attualmente ha una capienza di 1,2 miliardi. In caso di necessità si può attingere a quelle risorse per fronteggiare i default delle tranche senior. Per il momento, comunque, è soltanto un ritardo nei recuperi (per le prime emissioni) a preoccupare.

Se volgiamo lo sguardo al fondo PMI gestito da MCC, la situazione è analoga. Nel triennio dell’emergenza Covid (2020-2022) il fondo, che garantisce fino all’80% dei prestiti bancari accordati ad aziende micro e piccole, ha consentito di erogare finanziamenti per 319 miliardi, pari al 16% del Pil. In quegli anni circa un terzo dei finanziamenti bancari sono stati protetti dall’ombrello pubblico. Oggi quella percentuale è scesa a circa il 22% e l’ammontare dei prestiti erogati nel primo semestre del 2026 è diminuito a 23 miliardi, di cui 16 garantiti. Con il senno di poi quell’intervento è stato provvidenziale. Nel corso della pandemia ha evitato fallimenti a catena delle imprese più fragili a un costo, per i contribuenti, sostanzialmente modesto. Il tasso di deterioramento dei prestiti garantiti, comunque superiore rispetto a quelli non garantiti, a fine 2025, si legge nell’ultimo report sulla stabilità finanziaria, risultava pari al 3,6%, in linea con l’andamento del primo semestre dell’anno ma «nettamente superiore» a quanto registrato nel primo semestre 2024.

Il segreto del successo di questi due strumenti? Probabilmente l’abbondante liquidità che ha caratterizzato il mercato del credito in questi ultimi anni, consentendo a Gacs e Fondo Mcc di superare agevolmente i picchi di volatilità per affrontare i quali erano stati studiati. Ma se cambiasse il contesto economico e le fonti di finanziamento delle imprese diventassero più onerose e rischiose? Per i Gacs si tratta di gestire l’esistente, visto che le emissioni sono state, appunto, bloccate nel 2022. Se i rimborsi rallentassero, il meccanismo in vigore per le operazioni in essere prevede una revisione nel costo del CDS a carico delle banche. E in aggiunta, come s’è detto, c’è il fondo da 1,2 miliardi a cui attingere e che rappresenta una cintura di sicurezza di tutto rispetto.

Quanto al fondo MCC, il governo ha appena annunciato una riforma per restringerne l’operatività alle industrie che, diversamente, non otterrebbero credito dalle banche, quelle collocate nelle classi più elevate di rischiosità (con l’eccezione della più alta, la quinta, che non permette di accordare crediti garantiti). Certamente è sempre possibile che un’ondata di default faccia aumentare il costo della garanzia per lo Stato. E non è semplice trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze. L’industria finanziaria recentemente ha avanzato una proposta per mettere in sicurezza i finanziamenti bancari alle aziende micro, quelle più esposte al pericolo di razionamenti. Per quella tipologia di imprese, è scritto in un libro bianco firmato da Banca Aidexa assieme a un gruppo di intermediari specializzati (Federcasse, Confidi Systema, Finpromoter, Innexta, NSA), si propone di innalzare la quota ammissibile per la cosiddetta garanzia di portafoglio, l’insieme dei crediti garantiti da una singola banca.

La proposta è di creare un comparto specificamente dedicato alle sole aziende micro, con procedure snelle e soprattutto percentuali di garanzia calibrate sulla rischiosità tipica di questi soggetti, quindi con un cap più alto rispetto a quello attualmente definito e riservato alle PMI di dimensioni più grandi. In questo modo quelle imprese continuerebbero a godere di un sistema di garanzie privilegiato e allo stesso tempo lo Stato introdurrebbe una sorta di stop-loss oltre la quale il rischio del credito riposerebbe interamente sulle spalle delle banche. Mettendo al riparo il Tesoro da possibili peggioramenti dello scenario economico.

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