Lo sport per i più piccoli, non si dimentichi dei più piccoli


Non basta una riforma per cambiare fattivamente la situazione. Tra codici di condotta, intelligenza artificiale e la necessità di un’alleanza con il territorio, lo Sport Safeguarding Summit 2026 di Milano indica la strada: trasformare la tutela da obbligo formale a cultura vissuta.

C’è un paradosso sottile che attraversa i campi di periferia, le palestre scolastiche e i centri di allenamento del nostro Paese. Da un lato, celebriamo l’ingresso trionfale del diritto allo sport nella nostra Costituzione; dall’altro, facciamo ancora un’enorme fatica a far sì che quel diritto si traduca in rispetto concreto, quotidiano, per le persone che lo praticano, a partire dai più piccoli. Parliamo continuamente del diritto dello sport a essere riconosciuto, ma troppo spesso dimentichiamo il diritto a essere protetti nello sport da abusi, da discriminazioni, da vessazioni, bullismi.

Il potenziale delle nuove normative, il rischio dell’adempimento

La riforma dello sport e le nuove normative sul safeguarding hanno indubbiamente gettato un ponte importante, definendo un quadro legislativo di riferimento che fino a pochi anni fa era impensabile. Ma siamo solo a metà strada. Il rischio reale, concreto, è quello dell’adempimento burocratico: che l’adozione di un codice di condotta o la nomina di un responsabile diventino l’ennesimo faldone da esibire per mettersi al sicuro dal punto di vista reputazionale o legale, lasciando immutate le prassi e le dinamiche relazionali sui campi.

Francesca Magliulo, direttrice di Fondazoine Eos, e Paolo Ferrara, direttore di Fondazone Terre des Hommes

Per superare questa logica e gettare le basi di una vera e propria comunità di pratica, istituzioni, federazioni, esperti e realtà del Terzo settore si sono dati appuntamento a Milano, lunedì scorso, 25 maggio, presso la sede di Fondazione Eos Edison Orizzonte Sociale, in occasione dello Sport Safeguarding Summit 2026. Gli Stati Generali della tutela dei minori nello sport hanno sancito il primo traguardo nazionale di Sport4Rights, un progetto ambizioso nato dalla sinergia tra Fondazione Terre des Hommes Italia, Fondazione Eos Edison Orizzonte Sociale e Specchio Magico cooperativa sociale, con il patrocinio di Sport for Inclusion Network e il sostegno del ministro per lo Sport e i Giovani.  L’incontro ha messo in luce la necessità urgente di rendere lo sport giovanile un ambiente sicuro, formativo, inclusivo e rispettoso.

La trappola delle parole e la centralità dei corpi

La rivoluzione culturale che serve al sistema sportivo emersa con forza nel dibattito del network di realtà ed esperti riuniti attorno al progetto Sport4Rightsparte innanzitutto dalle parole. Il linguaggio, si sa, struttura la realtà. Se parliamo bene, significa che pensiamo bene e agiamo bene. Eppure, continuiamo a usare categorie ereditate dal diritto freddo dei tribunali. Odio la definizione di “minore”, ha affermato Fabio Giuseppe Poli, direttore organizzativo dell’Associazione italiana calciatori, durante uno dei tavoli di lavoro. «Noi definiamo minori dei bambini. Ma siamo qui per parlare di tutela dell’infanzia, di persone», ha aggiunto.

Spogliarsi del gergo tecnico serve a rimettere al centro i corpi e l’educazione. Quando l’esasperazione dei risultati porta ad aggressioni verbali, bullismo o carichi di pressione insostenibili dinamiche visibili a chiunque decida di passare una domenica mattina sugli spalti di una scuola calcio, significa che si è smarrito il Dna profondo dello sport. Un Dna che mette al primo posto la partecipazione, il rispetto della regola. I ragazzi, a differenza degli adulti, credono ancora nelle promesse. E quando un’organizzazione sportiva adotta una policy di tutela, sta facendo una promessa precisa ai ragazzi e alle loro famiglie: quella di mantenere un ambiente sicuro.

Una grande sfida

La sfida della protezione è gigantesca e viaggia su scale numeriche impressionanti. Basti pensare al sistema della Federcalcio, che da solo muove quasi un milione e mezzo di tesserati, cifra che sale a circa 30 milioni se si considera l’intero ecosistema di soggetti interessati e famiglie che vi gravitano attorno. Muovere un gigante del genere richiede strumenti capaci di trasformare i segnali di disagio da semplici strumenti di reazione a strumenti di prevenzione.

La risposta, oggi, passa anche attraverso l’innovazione tecnologica orientata all’inclusione e alla protezione. Al Summit di Milano è stata presentata una dimostrazione dal vivo di Sport4Safe, una piattaforma di e-learning basata sull’intelligenza artificiale progettata per supportare gratuitamente chi opera nello sport giovanile sui temi del benessere psicofisico e della tutela dei diritti. Accanto a questa, il debutto di SafeSport DigiLab (realizzato da Terre des Hommes con il contributo del Fondo per la Repubblica Digitale e Fondazione Eos) ha introdotto percorsi mirati sul contrasto al bullismo e al cyberbullismo nello sport.

Il ministro Abodi in videocollegamento

Come si evince dai dati e dai contributi raccolti, non si tratta di delegare alle macchine la tutela, ma di usare il digitale per rafforzare i processi di governance e le competenze delle persone adulte di riferimento. «L’innovazione, quando è guidata dall’intelligenza e dalla sensibilità umana, può accelerare conoscenze e pratiche capaci di generare valore su scala nazionale», ha sottolineato Paolo Ferrara, direttore di Terre des Hommes Italia. Una linea condivisa pienamente dal ministro per lo Sport Andrea Abodi intervenuto tramite un videomessaggio, che ha ribadito: «Ci si deve interrogare su come poter anticipare alcune problematiche che riguardano i minorenni prima che la cronaca abbia il sopravvento. È un gioco di squadra in cui si deve lavorare molto di più sulla prevenzione attraverso l’informazione e la formazione».

Racconta Vincenzo

La qualità di un sistema di safeguarding non si misura solo dalla raffinezza dei suoi algoritmi o dalla severità dei suoi codici, bensì dalla sua capacità di ascolto. Lo ha dimostrato sul palco di Palazzo Edison la toccante testimonianza di Vincenzo Fuoco, ex calciatore (la cui vicenda ha ispirato il film Cattivi Maestri) e oggi collaboratore tecnico del Settore Giovanile e Scolastico della Figc.

«Sono qui oggi non tanto perché ho subito degli abusi in un contesto che avrebbe dovuto proteggermi», ha raccontato, «ma perché quella storia, attraverso un percorso lungo e doloroso, ha sviluppato in me un’altra competenza. È quella che viene definita la competenza dell’esperto per esperienza. Coinvolgere chi ha vissuto sulla propria pelle il fallimento del sistema di protezione diventa decisivo non solo nella fase di presentazione pubblica degli strumenti, ma soprattutto nella loro progettazione. Solo così si evita che i protocolli rimangano formule astratte e si dà loro un senso reale e utile».

Il Manifesto del Safeguarding: dalla norma alla cultura della cura

Nel dibattito sul futuro della tutela dei minori nello sport, i quattro punti programmatici presentati da Vincenzo  Fuoco (tecnico sportivo  del Settore Giovanile e Scolastico FIGC) tracciano una vera e proprio manifesto operativo per l’intero sistema.

Il primo passo fondamentale secondo Vincenzo Fuoco consiste nel radicare le competenze sul territorio, utilizzando la forza organizzativa ed economica delle grandi federazioni per formare capillarmente i safeguarding officer e i tecnici all’interno delle piccole associazioni di base. È proprio in queste realtà locali che le direttive centrali rischiano di arrivare a fatica, ma è lì che l’impatto educativo e la responsabilità quotidiana sui giovani sono massimi e immediati.

Questo radicamento, tuttavia, non può esprimersi in modo isolato: lo sport non ha la possibilità di gestire il disagio, il bullismo o le violenze in solitudine, ed è perciò indispensabile costruire ponti interdisciplinari. Serve strutturare canali di comunicazione fluidi e reti territoriali stabili che colleghino i club sportivi, le famiglie, i servizi sociali, le istituzioni sanitarie e le scuole. Troppo spesso, infatti come sottolineato dalla cofounder dello sport for inclusion networ Elisa Furnari si assiste a una frammentazione paradossale, in cui l’insegnante di educazione motoria a scuola e l’allenatore che accoglie lo stesso ragazzo nel pomeriggio non dialogano tra loro, ignorando i rispettivi segnali d’allarme.

Spezzare questa barriera significa anche strutturare sistemi di supporto efficaci per chi segnala. Trovare il coraggio di denunciare un abuso o un comportamento inadeguato da parte di un adulto richiede uno sforzo immenso: per questo Fuoco esige che il sistema attivi procedure efficaci e percorsi solidi di accompagnamento psicologico, sostegno e piena tutela per chi decide di rompere il silenzio, elementi fondamentali per superare l’omertà e la paura di ripercussioni.

Strumenti non calati dall’alto

Infine, l’efficacia di questi processi dipende da una reale co-progettazione e da uno storytelling etico. Gli strumenti di tutela e le policy di comportamento non devono essere calati dall’alto, ma scritti e pensati insieme ai diretti protagonisti, ascoltando gli atleti e le famiglie. Un concetto, questo, che si sposa con i moniti del mondo accademico con l’intervento del professor Stefano Bastianon docente di diritto dell’unione europea al università di Bergamo, infine questa è la chiosa finale di Elena Furnari: solo attraverso il coinvolgimento attivo e una comunicazione etica del safeguarding è possibile superare la mera compliance burocratica e promuovere una cultura della prevenzione diffusa, capace di rimettere al centro del sistema sportivo la cura, il rispetto, l’inclusione e la responsabilità condivisa nei confronti di ogni bambino e bambina.»

«I dati sulle violenze e sull’abbandono sportivo ci ricordano che il benessere non è un obiettivo scontato: va costruito con competenze, strumenti e responsabilità condivise»: sono le parole di Francesca Magliulo, direttrice di Fondazione Eos.

Il vero valore sociale dello sport si gioca lontano dai riflettori, in quel 52% di giovanissimi che affollano quotidianamente le nostre palestre e i nostri campi di periferia. Custodire la loro crescita, proteggere la loro fragilità e garantire che lo sport rimanga uno spazio di espressione e mai di oppressione è la partita più importante che il terzo settore e le istituzioni sono chiamati a vincere insieme.

La foto in apertura è di Alexandr Popov su Unsplash.

Nessuno ti regala niente, noi sì

Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Giampaolo Cerri

Source link

Di