Il voto per i fuori sede? Bene ma non basta. Serve una “Youth Perspective”


Il voto per gli studenti e i lavoratori fuori sede rappresenta una delle sfide cruciali per il futuro della nostra democrazia, utile a combattere quello che Luciano Monti, docente di Politiche dell’Unione Europea alla Luiss Guido Carli di Roma, codirettore dell’Osservatorio scientifico della Fondazione per la Ricerca Economica e Sociale, che da una vita si occupa di misurare il divario generazionale, definisce senza mezzi termini un emergente squilibrio di rappresentanza.

«Stiamo parlando di un elettorato di poco inferiore ai 5 milioni, circa 4,9 milioni di elettori fuori sede», spiega il professore. «Di essi, 600-700mila sono studenti, quindi sicuramente giovani sotto i 35 anni e poi ci sono i lavoratori fuori sede, circa la metà dei quali sono under 35». Questo fenomeno, chiarisce Monti, si spiega facilmente guardando alle dinamiche d’ingresso nel mondo del lavoro: «nell’avvio della carriera dei giovani, spesso sia nel settore pubblico che nel settore privato, si è costretti a scegliere opportunità di lavoro non proprio dietro casa, è normalissimo». Escludendo una piccolissima quota del 2-3% rappresentata da chi si sposta per cure sanitarie, la stragrande maggioranza dei fuori sede – stimabile intorno al 55-60% del totale – è quindi costituita da giovani sotto i 35 anni. Una platea enorme che rischia l’astensionismo forzato. Non solo: a lungo andare, l’esito potrebbe sarà quello che il docente definisce come un vero e proprio «emergente deficit democratico».

L’emendamento approvato al “Melonellum

La consapevolezza che il voto dei fuori sede, soprattutto giovani, abbia a che fare sul serio con la democrazia ha portato ieri ad un primo, storico passo. Alla Camera dei Deputati, mercoledì 15 luglio, nel pieno del dibattito sulla nuova legge elettorale, l’Aula di Montecitorio ha dato il via libera all’unanimità – con 353 voti favorevoli e nessun contrario – a un emendamento che estende in via permanente il diritto di voto a distanza per i fuori sede non solo per le elezioni europee, ma anche per le elezioni politiche nazionali e per i referendum. Questo voto bipartisan accoglie le pressanti richieste delle associazioni giovanili e della società civile, che da anni considerano questa battaglia un dovere morale per dare risposte concrete a milioni di persone.

La sperimentazione

A dire il vero già con il Decreto Elezioni, convertito nella Legge numero 38 del 2024, lo Stato italiano aveva introdotto in via sperimentale la possibilità di esercitare il diritto di voto senza dover necessariamente rientrare nel proprio comune di residenza. La legge ha previsto che il cittadino si rechi a votare presso speciali sezioni istituite nei capoluoghi di regione della città che lo ospita, garantendo così che il voto venga poi conteggiato nella sua effettiva circoscrizione di residenza. Questa novità normativa ha trovato la sua prima applicazione pratica in occasione delle elezioni europee di giugno 2024. La sperimentazione ha messo in luce luci e ombre di questo debutto storico, evidenziando una forte discrepanza tra il numero dei potenziali beneficiari e l’adesione reale.

A causa di una macchina burocratica complessa, che richiedeva una richiesta preventiva con largo anticipo e costringeva molti giovani a lunghi spostamenti verso i soli capoluoghi di regione, appena 23mila studenti fuori sede hanno presentato la domanda di iscrizione, rappresentando circa il 4% della platea teorica degli universitari lontani da casa. Tuttavia, chi ha superato la trafila burocratica ha espresso un fortissimo desiderio di partecipazione civica, come dimostra un tasso di affluenza effettivo alle urne che ha superato l’80%, una percentuale straordinariamente superiore alla media nazionale registrata nella stessa tornata elettorale.

A dare un’accelerazione decisiva per trasformare questa prima sperimentazione in una misura strutturale è stata la votazione avvenuta proprio ieri.

La trappola demografica: perché i giovani rischiano l’invisibilità

La necessità di intervenire per agevolare il voto di questa categoria nasce da una piramide demografica ormai totalmente rovesciata.

Luciano Monti, Docente di Politiche dell’unione europea alla Guido Luiss

Il rischio politico di questa dinamica è tanto evidente quanto allarmante: «Il rischio è che il Governo di turno cerchi di soddisfare le esigenze dell’elettorato di maggioranza. Cosa naturale e legittima». Ma in una società in cui gli over 65 conteranno sempre di più, «i Governi tenderanno a spendere sempre più soldi e a investire più soddisfazione sul settore più sanitario o sulle pensioni che sulle giovani famiglie, sui bambini». In altri termini, smetteranno di investire sul futuro.

La categoria degli elettori giovani è sempre più piccola. I nati nel 1964 erano un milione, nel 2025 sono stati poco più di 300mila, un terzo. Fra vent’anni sostanzialmente l’elettorato giovanile rappresenterà un terzo di quello che è oggi

Non solo voto a distanza: serve il bilancio intergenerazionale

Per contrastare questo scenario, facilitare il voto dei fuori sede e limitare l’astensionismo dovuto ai costi e alle distanze è una misura fondamentale, ma da sola non basta. Secondo il docente, si tratta semplicemente di «uno dei tanti strumenti da mettere in campo». La vera partita, però, si gioca sui saldi di bilancio e sul concetto di equità tra generazioni, un tema che Monti sta portando avanti a Bruxelles in veste di estensore del parere al Comitato economico e sociale sul bilancio intergenerazionale.

L’obiettivo è correggere una sproporzione che in Italia assume contorni drammatici.

Nei paesi europei il rapporto fra quanto si investe sugli over 65 e su “families and children” è di 1 a 9: significa che per ogni euro dato alle famiglie e ai bambini ce ne sono 9 che vanno agli over 65. La media italiana è ancora peggio: siamo 1 a 10

La proposta del docente della Luiss mira a scardinare questa tendenza direttamente a livello comunitario, inserendo nuovi vincoli nei trattati: «Sogno che questo possa diventare un elemento del Patto di stabilità. I Governi, cioè, non dovrebbero solo rispettare il limite del 3% del rapporto tra deficit e Pil, ma anche riservare alle famiglie e ai bambini una percentuale delle proprie spese sociali in un rapporto fissato, che non sia 1 a 10 con gli over 65». Si tratterebbe di blindare una quota di risorse da destinare a famiglie, giovani, bambini, una sorta di garanzia. Se aprendo il voto ai fuori sede si facilita la partecipazione dei giovani, con quest’altro strumento di garanzia si evita che ci siano politiche di bilancio estremamente sfavorevoli per i giovani.

Cambiare prospettiva: la “Youth Perspective”

Per realizzare questa rivoluzione culturale e politica, conclude il professor Monti, l’unico punto di partenza possibile è l’adozione di una «Youth Perspective, cioè la capacità di guardare il futuro con gli occhi dei giovani».

Questo cambiamento non si impone dall’alto, ma richiede un’apertura sincera delle istituzioni e un passo indietro da parte di chi oggi detiene il potere decisionale: «Per dialogare con i giovani, bisogna spingere il potere a fare un passo indietro», non c’è verso. «Occorre che chi ha oggi ha il potere lo ceda, lasciando spazio e protagonismo diretto alle realtà e alle associazioni giovanili. Solo in questo modo, rimettendo al centro il dialogo intergenerazionale, la politica potrà smettere di ignorare le esigenze delle generazioni future».

Foto in apertura da Unsplash, la foto di Monti è stata inviata dall’intervistato

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 Davyd Andriyesh

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