Carla Subrizi: Pensieri di Terra è la mostra che abbiamo inaugurato il 20 maggio presso la Fondazione Baruchello e che resterà aperta fino al 2 agosto 2026. Si inserisce in un modo particolare all’interno del progetto della Fondazione dedicato a Terra come Storia, secondo capitolo di una più ampia riflessione dedicata al tema Terra. Cominciamo dal percorso che abbiamo costruito tra le opere: non è rettilineo né cronologico. La mostra suggerisce al visitatore un andamento più simile a un cerchio: possiamo partire da un’opera e poi tornarci attraversando le altre. Seppur le opere siano realizzate in fasi diverse del tuo lavoro, abbiamo cercato di tendere dei fili: tematici, sensibili, legati alle tipologie di lavori. Ogni opera svela qualcosa dell’altra: memoria, storia, morte, dolore, resistenza, rovesciamento, intimità. Ci sono tre audio avvicinati come fossero un unico montaggio autobiografico; fotografie che svelano ricordi, stati d’animo, fatti vissuti; film di orsi che camminano ossessivamente; fotografie su porcellana dove, come su foto funebri, ci sono immagini di fatti della storia italiana: le stragi di stato. Ci puoi guidare a tuo modo nella mostra?
La mostra “Pensieri di Terra” alla Fondazione Baruchello di Roma
Donatella Landi: Pensare insieme la mostra è stato molto interessante: abbiamo ragionato sulle connessioni tra i lavori perché volevamo fosse un percorso fluido. Lo spazio articolato della Fondazione ha contribuito e alla fine ci ha permesso quasi una mini-retrospettiva. Usare molti mezzi è un aspetto del mio lavoro e credo che la complessità dello spazio abbia contribuito a far sì che questo “sguardo rotondo” trovasse una giusta forma. Non è sempre facile far convivere aspetti che a prima vista possono apparire diversi: film, suono, sculture, foto, testi, installazioni. Quindi, la scelta su lavori storici come Zoo del 1994, o progetti già concepiti ma ancora da produrre come Sei in un Paese Meraviglioso (2020, in mostra c’è una anteprima) è stata quasi naturale. Così come presentare lavori già esposti in Germania come Wacht am Rhein e le Totenmasken, o il piccolo archivio sonoro, insieme a lavori completamente inediti come la serie dei Satiri (2025). Tutto si parla a prescindere dal mezzo o dal tempo.
CS: Ad un certo punto si entra in una sala dove il tuo film Wacht am Rhein (2013-2021), con un forte audio di acqua che scorre modificato dal passaggio dei motori di grandi chiatte da trasporto, ci riporta a un luogo storico, importante per la Germania ma anche per la fine della Seconda guerra mondiale. Il tuo film, credo sia significativo sottolinearlo, rovescia radicalmente e concettualmente l’inno tedesco che con lo stesso titolo, si riferiva a imprese eroiche e vittoriose. Il tuo fiume, invece, non è affatto eroico, e ci offre l’immagine di una orizzontale e pacifica distesa di acqua, inoffensiva e aperta al transitare. Cosa puoi dirci di questo film?
DL: Wacht am Rhein è tra i lavori più complessi che abbia mai affrontato, sia concettualmente che nella fase di produzione, che si è protratta a lungo. Nasce da una fascinazione potente dovuta alla scoperta del luogo dove poi ho girato il film ma il processo del lavoro è stato estremamente lento per arrivare a un’immagine e a un suono che riuscisse a dare forma a quello “shock” iniziale. I movimenti ossessivi e ripetuti senza inizio né fine, dove la percezione del tempo oggettivo tende ad annullarsi e a espandersi, sono evidentemente un tema che attraversa molti dei miei lavori video. Ma il movimento lento e continuo – sia del fiume che delle chiatte – è solo il primo livello d’osservazione. In Wacht am Rhein è la presenza quasi onirica di forme nere che attraversano lo schermo a contribuire all’oscurità della visione che si mette in atto. E l’oscurità è una porta: non solo visiva.

Il lavoro di Donatella Landi tra immagine, suono e parola scritta
DL: L’acqua del fiume è continuamente solcata dalle chiatte che la attraversano: sia che siano percepite come animali neri che come navi da guerra, sono comunque presenze inquietanti annunciate dal suono. Eppure, allo stesso tempo, c’è la bellezza della luce, lo scorrere dell’acqua, il rumore delle onde, il cinguettio degli uccelli, la pace che invita a meditare. È proprio nel suono che si esalta il doppio sguardo, ed è il suono a contribuire in modo determinante a questa ambivalenza percettiva. Proprio su quella riva del Reno ebbe inizio l’Operazione Plunder nel marzo 1945 e Montgomery, Eisenhower e Churchill si sono incontrati esattamente dove ho girato il film per sorvegliare i movimenti delle truppe. C’è anche il riferimento alla canzone patriottica Die Wacht am Rhein, come tu ricordi, composta quando i concetti eroici di appartenenza alla patria, difesa e nazionalismo divennero fondativi per gli ideali di unificazione nazionale che hanno riguardato tutta l’Europa nell’800, Italia e Germania comprese.
CS: In mostra ci sono anche fotografie accompagnate da brevi testi. Non sempre c’è una corrispondenza. Le foto raccontano, le parole anche: insieme producono una certa qual forma di dialogo in quanto le parole non sono descrizioni o didascalie.
DL: Penso che le foto Senza Titolo (2024/25) offrano un accesso intimo (ma non solo autobiografico) alla memoria. Per questo era molto importante inserirle in mostra. Qui uso sia fotografie del mio archivio familiare, foto attuali, le mie prime scattate a 20 anni. In ogni caso sono tutte immagini che mi hanno seguito nelle case e negli studi che ho avuto. Quanto alla scrittura, scrivo da sempre. Qualche anno fa pensavo di raccoglie i testi in una sorta di lunga novella/romanzo disconnesso di pensieri, ma poi ho capito che solo la parola scritta per me non poteva funzionare. Avevo bisogno dell’immagine per aprire lo sguardo.
CS: Un altro dei passaggi in mostra riguarda le sculture. Ti sei avvicinata alla scultura nel 2002, dopo un viaggio in Sicilia, sull’Etna. L’esperienza della materia e della terra è la sollecitazione. Non credo, tuttavia, sia da leggere come un passaggio: dal video o dalla fotografia, dall’installazione alla scultura. Vorrei provare con te a mettere tutto in adiacenza: come dialogano queste diverse forme artistiche che hai usato?
DL: Ho iniziato con le sculture dopo essere stata sull’Etna durante una delle più imponenti eruzioni di quegli anni. Tornata a Roma, era novembre, ho iniziato a fare questa infinita quantità di piccole sculture grigie, Eravamo umidi, una volta (2003). È stato un movimento lento verso la scultura, che ho lasciato e ripreso fino all’inizio del 2016, passando per la mediazione del video. Solo dal 2018, con la serie Die richtige Höhe finde um sich direkt in die Augen zu schauen (2018/22, Trovarsi alla giusta altezza per guardarsi dritto negli occhi), sono finalmente arrivata al punto di pensarle autonome, ormai esistevano. Non c’erano più scuse. Erano lì, inequivocabili, e dopo il 2018 non mi sono mai fermata. Quindi sì, la scultura non è un’evoluzione dall’immateriale al materiale, dal digitale al fisico. È un affluente.

Il valore della scultura per Donatella Landi
CS: Sin dall’inizio hai scelto per le sculture un piccolo formato e questo è anche importante: le sculture “fotografano” stati della materia, mostrano che per osservare tali stati è lo sguardo del visitatore a diventare cinematico. In mostra ci si muove da una all’altra facendo diventare le differenze dei volti, una forse unica fase di trasformazione in atto. È come se avessi trasposto nello sguardo di chi osserva le “tecniche” da te usate. Mi sembra che sondare le forme che la materia può assumere, ci porti a un concetto, che ti avevo già espresso: le tue sculture vorrei definirle pre-forme che attendono di diventare qualcosa. Si fermano a uno stadio precedente la fine. Non hanno bisogno di arrivare a una fine.
DL: Se c’è un aspetto che proprio non mi appartiene della scultura è la fissità e la monumentalità. Occupare lo spazio costruendo grandi installazioni con piccoli pezzi è invece un modo che ho sperimentato in molti lavori, da sempre. La molteplicità mi aiuta a provocare il movimento dello sguardo di chi osserva. Ma c’è anche movimento nel modo di lavorare la creta perché non seguo mai un’immagine, non c’è qualcosa che esiste precedentemente l’atto della manipolazione. Quello che viene fuori ha a che fare con i movimenti interni della terra, della materia non più inerte.
Intendo dire che i Satiri, gli Ebbri Sileni, le Estasi vengono certamente da tutto ciò che ho disegnato nei musei o nelle chiese (come la Beata Ludovica Albertoni), ma questi riferimenti non sono che elementi di ricerca, che “galleggiano” nella testa: non c’è una forma precisa che individuo intenzionalmente, non c’è un’immagine ideale. Inseguo ciò che intravedo tra le mani, non impongo una forma preordinata, la trovo. Perciò mi è sempre così piaciuta la tua definizione di pre-forma.
Il lavoro “Sei in un Paese Meraviglioso” di Donatella Landi
CS: Veniamo ora a Sei in un Paese Meraviglioso: ci si aspetterebbero delle cartoline con i bei luoghi italiani. Invece le immagini sono fotografie di stragi: quelle avvenute in Italia.
Questo lavoro è in mostra nella forma di una maquette e di 4 “prove” d’autore. In realtà le formelle di porcellana fotoincise sarebbero molte di più e stiamo cercando di realizzare l’intera installazione.
La storia in questo lavoro, accanto – nella stessa sala – a maschere mortuarie, è attivata: non possono essere sepolti fatti, azioni, decisioni e scelte politiche (come abbiamo anche sottolineato in una tavola rotonda all’interno della tua mostra). Questo lavoro indaga i confini tra ideologia e potere, tra storia e controllo, tra narrazione e oblio.
DL: Sei in un Paese Meraviglioso è un archivio fotografico della nostra storia recente, una stanza della memoria, una collezione di “cartoline dall’Italia”, cui fa riferimento sia la dimensione delle formelle sia il titolo, che cita i cartelli autostradali che invitano a rispettare il nostro Paese. Le immagini, però, non raffigurano le bellezze paesaggistiche, ma sono un viaggio trasversale nelle principali stragi che hanno insanguinato il nostro Paese durante tutta la seconda metà del ‘900. Le foto d’archivio, frutto di una lunga ricerca durata anni, sono fotoincise sulle formelle cimiteriali: è il materiale stesso quindi a diventare uno strumento di sollecitazione di memoria. Sei in un Paese Meraviglioso è la visione panoramica e solidificata della nostra Storia e di ciò che è stato rimosso per costruire una fuorviata identità nazionale, favorendo in realtà un confuso rumore di fondo, una sorta di rimozione.
Il percorso espositivo alla Fondazione Baruchello
CS: Alla fine della mostra, e lo abbiamo pensato molto, c’è un’estasi: una scultura distesa su un basamento. Le labbra sono leggermente aperte, quasi in una fase di sospiro. Il volto, anche questa volta, è una pre-forma. Ma se poniamo in relazione il volto senza forma e l’idea di estasi, questa volta il messaggio è molto più chiaro: per trascendere c’è bisogno di mutare aspetto.
DL: L’estasi è la negazione della fissità della materia, è trasformazione, mutamento, è un respiro verso la luce. Provare a farlo con la terra sembra davvero un’impresa impossibile…
Carla Subrizi
Roma // fino al 2 agosto 2026
Donatella Landi. Pensieri di Terra
FONDAZIONE BARUCHELLO – Via di Santa Cornelia, 695
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