Perché le donne guadagnano e prendono una pensione più bassa?


I dati sul divario tra uomini e donne in Italia. Dagli stipendi alla sanità, un’analisi su come il bilancio statale affronta le disuguaglianze.

I numeri dell’economia italiana raccontano una storia a due velocità. Da una parte esiste un mondo lavorativo e sociale fatto di opportunità, dall’altra una corsa a ostacoli riservata a metà della popolazione. Il percorso di vita femminile sconta ritardi cronici che si accumulano mese dopo mese, trasformandosi in una penalizzazione economica reale. In questo articolo analizzeremo il seguente problema: perché le donne guadagnano e prendono una pensione più bassa? Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha presentato un documento ufficiale per misurare queste disparità e per capire come le scelte politiche e i fondi pubblici cerchino di correggere un sistema squilibrato.

Cos’è il bilancio di genere e a cosa servono i fondi statali?

La regola generale è immediata e severa: le spese dello Stato italiano orientate in modo esplicito alla parità tra i sessi rappresentano ancora una quota marginale dell’intero bilancio nazionale. Le politiche pubbliche destinate a ridurre le disuguaglianze assorbono circa cinque miliardi di euro, pari ad appena lo 0,47 per cento degli impegni complessivi al netto delle spese per il personale dipendente.

Il Bilancio di genere, elaborato dalla Ragioneria generale del Mef, è uno strumento di contabilità particolare. Non è un conto a parte, ma una riclassificazione dei conti pubblici. Serve a misurare il diverso impatto delle decisioni di spesa e di incasso sulle vite degli uomini e delle donne. Il dossier del 2024, presentato dalla sottosegretaria Lucia Albano in Commissione Bilancio della Camera lo scorso 27 maggio, analizza aspetti vasti: lavoro, redditi, salute, istruzione e cura familiare.

L’analisi contabile mostra una lenta crescita dei fondi. I soldi destinati ad arginare la disuguaglianza ammontavano a 4,31 miliardi nel 2023. La previsione di spesa fissa la quota a 5,02 miliardi nel 2024, per poi salire a 5,39 miliardi nel 2025. Nel 2026 si attende un salto fino a 6,41 miliardi di euro. L’aumento previsto tra il 2025 e il 2026, pari a circa un miliardo, deriva in gran parte dal “bonus mamme 2026”, una misura pensata per alleggerire il carico contributivo delle lavoratrici madri.

Tuttavia, il quadro generale dimostra che il nucleo del bilancio statale staziona altrove. Esistono infatti 784,7 miliardi di euro classificati come “spese neutrali”, ovvero uscite che non favoriscono né penalizzano in modo diretto un sesso rispetto all’altro. Vi sono poi 175,9 miliardi definiti “spese sensibili al genere”, capaci di avere un impatto indiretto, e 98,3 miliardi i cui effetti finali restano ancora da valutare con precisione.

Come influisce la maternità sul mondo del lavoro femminile?

La problematica economica più evidente si manifesta nel mercato del lavoro. Il divario occupazionale tra l’Italia e il resto del continente frena la crescita del Paese. La situazione attuale registra un tasso di occupazione femminile pari al 53,3 per cento nel 2024. Questo numero supera i livelli precedenti alla pandemia di Covid-19 e, in base alle indicazioni del governo, salirà al 53,8 per cento nel 2025.

Nonostante la leggera ripresa, la distanza con l’Europa rimane abissale. La media europea si attesta al 66,2 per cento nel 2024 e punta al 66,6 per cento nel 2025. All’interno dei confini nazionali, lo squilibrio tra uomini occupati e donne occupate crea un dislivello di ben 17,8 punti percentuali. In questo preciso contesto emerge con forza il “peso” della maternità. Il dossier analizza il rapporto tra le donne di età compresa tra 25 e 49 anni con almeno un figlio in età prescolare e le lavoratrici senza figli. Questo rapporto si ferma al 75,4 per cento. Il dato mostra un lieve miglioramento rispetto al passato, ma certifica una netta e indiscutibile penalizzazione professionale per chi diventa madre.

Per arginare il problema, il legislatore è intervenuto sulle norme del congedo parentale, ovvero il periodo di astensione dal lavoro per la cura dei figli. Le prime tre leggi di bilancio del governo Meloni hanno modificato il trattamento economico del congedo. La retribuzione per i mesi di congedo parentale ha beneficiato di un aumento dal 30 per cento all’80 per cento dello stipendio. La sottosegretaria Albano ha precisato che questo incremento economico ha generato un utilizzo molto più marcato dello strumento, favorendo la conciliazione tra famiglia e professione.

Il dossier svela anche le zone d’ombra dei contratti lavorativi, in primis il lavoro a tempo parziale. Nel 2024 la quota totale è in diminuzione, ma un numero allarmante definisce la qualità di questo impiego: il 46,1 per cento delle lavoratrici part-time si trova in questa condizione senza averla mai scelta in modo volontario. Questa costrizione incide sugli stipendi, blocca la progressione di carriera e svuota la futura pensione. Facciamo un esempio pratico. Una donna accetta un lavoro di sole venti ore settimanali non per scelta di vita, ma per la totale mancanza di asili nido pubblici accessibili nella sua città.

Anche sul fronte dell’imprenditoria i passi avanti scarseggiano. Le imprese femminilirappresentano solo il 22,2 per cento del totale nel 2024, concentrate in larga parte nel settore dei servizi. L’accesso al credito agevolato tramite il Fondo di garanzia per le Piccole e Medie Imprese cresce solo dello 0,1 per cento, con un volume di finanziamenti erogati a imprenditrici e professioniste pari a circa 2,39 miliardi di euro.

Quanto pesa la differenza di stipendio in busta paga?

La sperequazione economica diventa palese attraverso la lettura dei dati fiscali. L’analisi delle dichiarazioni Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) offre una fotografia impietosa del divario tra i sessi. La regola generale emerge dai registri dell’Agenzia delle Entrate: nell’anno di imposta 2023, su un totale di oltre 42,5 milioni di contribuenti, le donne rappresentano il 47,7 per cento, una quota che appare stabile dal 2019. Il vero problema emerge dall’ammontare dei soldi. Il reddito complessivo dichiarato da questa metà esatta di contribuenti rappresenta appena il 38,5 per cento della ricchezza nazionale totale.

Questa persistente disparità di remunerazione produce un effetto a catena sul sistema fiscale. La Costituzione italiana impone una tassazione progressiva: chi guadagna meno, versa una percentuale di tasse inferiore. Poiché le donne percepiscono stipendi notevolmente più bassi, esse versano di conseguenza un’imposta netta inferiore allo Stato.

I numeri raccontano il fenomeno della povertà lavorativa. Il 44,7 per cento delle lavoratrici dichiara un reddito fino a 15mila euro all’anno, una soglia di semi-povertà. Tra gli uomini, la percentuale ferma a questa cifra è nettamente inferiore, pari al 28 per cento. Se analizziamo le fasce alte di reddito, il divario diventa una voragine. Sopra la soglia dei 50mila euro annuali si posiziona soltanto il 4,3 per cento delle donne, contro un solido 10 per cento degli uomini. Il divario medio di reddito complessivo registra una leggera contrazione storica, passando dal 36 per cento del 2004 al 31 per cento del 2023. Questo significa, in termini pratici, che oggi il reddito medio di una donna italiana è inferiore del 31 per cento rispetto a quello di un uomo.

Chi vive di più e chi in buona salute tra i due sessi?

Il divario si estende dalla busta paga alla salute personale, in un quadro a tratti paradossale. I dati demografici offrono un vantaggio anagrafico evidente a favore della popolazione femminile. Il Bilancio di genere rileva una longevità superiore pari a 4,1 anni per le donne. Tuttavia, una vita più lunga non assicura una qualità della vita superiore.

Il calcolo della speranza di vita in buona salute smentisce il vantaggio anagrafico. Nel 2024 questo indicatore scende a 58,1 anni rispetto ai 59,1 anni registrati dodici mesi prima. Il divario premia in modo netto gli uomini con uno scarto di 3,2 anni. Gli individui di sesso maschile vivono in buona salute per 59,8 anni, mentre per le donne il declino fisico inizia prima, fermandosi a 56,6 anni. Il paradosso è presto spiegato: le donne raggiungono un’età più avanzata, ma sopportano un numero maggiore di anni in condizioni di salute precarie.

A questo problema fisico si unisce il problema della sicurezza pubblica. I dati degli ospedali italiani segnalano un netto peggioramento degli episodi di violenza di genere. Nel 2024 si contano 19.518 accessi ai reparti di pronto soccorso da parte di donne con diagnosi di violenza. L’anno precedente il dato si fermava a 16.947 accessi. Questa triste tendenza viaggia in parallelo con i numeri sulle morti violente. I casi di omicidio maschile calano a livello nazionale, mentre gli omicidi con vittime femminili restano ancorati agli stessi livelli del passato.

Maria Cecilia Guerra, deputata del Partito Democratico, offre un’interpretazione di questo fenomeno trasversale che colpisce ogni ceto sociale ed economico. La mancata diminuzione della violenza spinge a un’ipotesi giuridica e sanitaria specifica:

  • l’aumento dei numeri al pronto soccorso nasce dalla creazione di percorsi ospedalieri dedicati alle vittime;

  • questi percorsi sicuri agevolano la procedura per la formale denuncia alle autorità;

  • la donna trova finalmente il coraggio di rivolgersi ai medici senza timore di ritorsioni immediate.

Perché l’assegno della pensione è inferiore per le donne?

Il sistema pensionistico italiano funziona come uno specchio. Riflette in modo esatto la carriera lavorativa di una persona. Poiché la carriera femminile subisce ostacoli costanti, l’importo della pensione finale subisce un taglio proporzionale. Le donne italiane incassano in media un assegno pensionistico inferiore del 28,6 per cento rispetto ai colleghi maschi. Anche in questo settore, l’Italia fa peggio della media europea, che fissa il divario pensionistico al 24,5 per cento.

La problematica legale scaturisce dalle regole di calcolo dell’INPS. Il sistema contributivo, attualmente in vigore, trasforma in pensione esclusivamente i soldi versati dal lavoratore durante la sua intera vita professionale. Di conseguenza, un assegno povero rappresenta la somma matematica di numerose criticità maturate nei decenni. Questi fattori distruttivi sono identificabili con facilità: carriere interrotte da periodi di disoccupazione, stipendi base più bassi della media, contratti a tempo parziale subiti in modo involontario e lunghi anni persi per accudire i figli piccoli o i genitori anziani e malati.

Il paradosso finale emerge dai numeri totali dell’istituto di previdenza. Le pensionate costituiscono la maggioranza assoluta dei beneficiari, con il 51,5 per cento sul totale dei contribuenti a riposo. Eppure, questo esercito maggioritario assorbe solo il 42,7 per cento del denaro erogato dallo Stato per i trattamenti di vecchiaia. Nel panorama del lavoro autonomo, la presenza femminile crolla al 28,5 per cento, limitando la possibilità di crearsi pensioni complementari autonome. La fortissima concentrazione della manodopera femminile nelle fasce di reddito più basse chiude un cerchio inesorabile. Il lavoro precario e malpagato di oggi si traduce, con matematica certezza, nell’assegno pensionistico più povero di domani.




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 Raffaella Mari

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