La fotografia pubblicata il 12 maggio 2026 dalla Report Card 20 di UNICEF Innocenti va letta con una distinzione tecnica precisa. Il numero più citato, il 23,2%, riguarda la povertà di reddito relativa. Misura quante bambine, bambini e adolescenti vivono sotto una soglia costruita sul reddito mediano del Paese. La povertà assoluta, che nelle serie nazionali guarda alla spesa minima per beni e servizi essenziali, racconta un piano diverso. Le due misure si parlano, però descrivono fenomeni distinti.
Nota di metodo: in questa analisi separiamo reddito relativo, povertà assoluta, rischio di esclusione sociale, competenze scolastiche, salute e servizi per l’infanzia. Mescolare questi indicatori produce una lettura più semplice, ma meno utile per capire dove intervenire.
Il dato centrale: 23,2% sotto soglia e 5,35 volte tra alto e basso reddito
Il rapporto colloca l’Italia in una zona che merita attenzione immediata: il 23,2% dei minori vive in famiglie sotto la soglia di povertà di reddito relativa. Il divario monetario completa la lettura: il quintile più ricco dispone di un reddito pari a 5,35 volte quello del quintile più povero. La cifra non fotografa soltanto una distanza tra adulti. Per i bambini diventa differenza di libri, spazi di studio, cure preventive, attività sportive, qualità della dieta e continuità educativa.
La graduatoria generale del benessere assegna all’Italia il 12° posto su 37. Dentro quel piazzamento convivono tre segnali separati: 10° posto nel benessere mentale, 17° nella salute fisica e 25° nelle competenze. Il Paese tiene nella media aggregata perché alcune dimensioni restano migliori di quelle di diversi Stati ad alto reddito. La vulnerabilità emerge quando si guarda al reddito familiare e alla sua capacità di trasformarsi in opportunità concrete.
Perché la soglia del 60% cambia il significato della povertà
La soglia usata dal rapporto è il 60% del reddito mediano nazionale. Il mediano divide la popolazione in due parti uguali, con metà sopra e metà sotto. Scegliere il 60% significa misurare la distanza dal tenore di vita standard del Paese, non solo la mancanza estrema di beni essenziali. Per un minore questa distanza pesa anche quando la famiglia riesce a pagare le spese indispensabili, perché restringe ciò che permette di stare dentro la vita ordinaria dei coetanei.
Il punto tecnico diventa sociale: una famiglia appena sotto quella soglia può avere un tetto e un reddito, però rinvia visite, taglia sulle attività pomeridiane, riduce gli spostamenti, compra cibo meno vario e rinuncia a esperienze formative. La povertà relativa serve proprio a intercettare questo scarto tra sopravvivenza materiale e partecipazione piena alla vita di un Paese ricco.
Il pavimento materiale: oltre 1,28 milioni di minori in povertà assoluta
Le serie nazionali di Istat fissano il pavimento materiale del problema: nel 2024 la povertà assoluta coinvolge il 13,8% dei minori, oltre 1 milione 283mila bambini e ragazzi, con il valore più alto della serie storica dal 2014. La stabilità rispetto all’anno precedente va letta con cautela, perché bloccare il peggioramento su un livello così elevato lascia comunque un’intera generazione dentro una condizione di deprivazione concreta.
La povertà assoluta colpisce di più le famiglie numerose. Tra le coppie con almeno tre figli l’incidenza arriva al 19,4%, mentre nelle famiglie monogenitore supera una famiglia su dieci. Il dato descrive una fragilità strutturale: avere figli in Italia aumenta il fabbisogno economico proprio nella fase in cui lavoro, affitti, cura e servizi locali pesano di più sul bilancio domestico.
Scuola: il divario entra nelle competenze prima di entrare nel lavoro
La frattura educativa è il passaggio più delicato. Tra i quindicenni del quintile socioeconomico più alto, l’84% raggiunge le competenze di base in matematica e lettura. Nel quintile più povero la quota scende sotto il 45%. La distanza supera i 39 punti percentuali e trasforma il reddito familiare in probabilità diverse di capire un testo, risolvere un problema, proseguire gli studi e accedere a un lavoro qualificato.
Questa differenza va letta come un indicatore precoce di mobilità sociale. Una competenza di base carente a 15 anni riduce la scelta dei percorsi futuri e aumenta la dipendenza da reti familiari già fragili. Qui la povertà minorile smette di essere solo una fotografia del presente e diventa una previsione ragionevole della disuguaglianza adulta.
Salute e alimentazione: il reddito pesa nel carrello della spesa
Il rapporto indica che il 27% dei bambini e adolescenti italiani tra 5 e 19 anni è in sovrappeso. La lettura per reddito rende il dato meno generico. Tra gli 11 e i 15 anni, il consumo quotidiano di verdura passa dal 22% nelle famiglie a basso reddito al 39% in quelle ad alto reddito. La frutta quotidiana sale dal 32% al 40%, mentre le bevande zuccherate quotidiane scendono dal 18% al 12% man mano che cresce il benessere familiare.
La disuguaglianza alimentare nasce da un meccanismo semplice: il cibo più sano richiede disponibilità economica, tempo, prossimità a negozi adeguati e continuità organizzativa. Una famiglia sotto pressione compra spesso ciò che costa meno, dura di più e riempie subito. La qualità della dieta diventa così una misura indiretta della libertà materiale.
Territorio, cittadinanza e lavoro familiare: dove il rischio si concentra
La condizione dei minori sotto i 16 anni mostra una geografia netta. Nel 2024 il 26,7% vive in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale, pari a circa 2 milioni 68mila bambini e ragazzi. Nel Mezzogiorno la quota arriva al 43,6%, nel Centro al 26,2% e nel Nord al 14,3%. Lo stesso indicatore cambia ancora quando la famiglia ha un solo percettore di reddito: 53,5% contro 18% nelle famiglie plurireddito.
La cittadinanza aggiunge un altro strato. I minori stranieri registrano un rischio del 43,6%, oltre venti punti sopra i coetanei italiani. Anche il titolo di studio dei genitori agisce come protezione o esposizione: con genitori fino alla licenza media il rischio supera il 51%, con almeno un genitore laureato scende al 10,3%. Questi numeri chiariscono che la povertà minorile è prodotta dall’incrocio tra reddito, territorio, lavoro e capitale educativo familiare.
La lettura europea: l’Italia resta sopra la media dei minori a rischio
Il confronto europeo conferma la posizione fragile del Paese. Eurostat misura nel 2024 una quota UE di minori sotto i 18 anni a rischio di povertà o esclusione sociale pari al 24,2%. L’Italia resta al 27,1% e risulta l’unico Paese dell’Unione senza variazione tra 2023 e 2024 su questo indicatore. La media europea migliora leggermente, il dato italiano resta fermo.
La stessa prospettiva europea segnala che nel 2025 le persone che vivono in nuclei con figli dipendenti affrontano un rischio più alto rispetto a chi vive senza…
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Junior Cristarella
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