Il bello fa bene. Lo abbiamo scritto (e mostrato con esperti ed esperienze sul campo) su VITA magazine in un numero dedicato al ruolo essenziale che la cultura riveste per il benessere delle persone e delle comunità. A fine aprile il Protocollo d’intesa tra il Ministro della Cultura e il Ministro della Salute lo ha confermato e istituzionalizzato, facendo entrare l’arte nelle politiche di cura. Oggi, per la prima volta, una ricerca scientifica misura la portata del welfare culturale in Italia e a sorprendere, è l’entità del fenomeno. Le ricercatrici hanno intervistato 918 organizzazioni che hanno progetti attivi, di cui 617 stanno sperimentando già la prescrizione sociale: un numero che supera di gran lunga le stime iniziali e che, messo accanto ai 675 censiti in tutta Europa da Culture for health, ridisegna la mappa del campo.
La prescrizione sociale di arte e cultura in Italia è un’indagine curata dal Cultural Welfare Center – Ccw con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo. È stata condotta nell’estate 2025 ma approda nel dibattito pubblico in un momento in cui il tema è di grandissima attualità, tanto che al webinar di presentazione (martedì 12 maggio) si sono collegate 1.200 persone. Tra gli interventi, i saluti del sottosegretario di Stato Lucia Borgonzoni, promotrice del Protocollo, che ha definito la ricerca «un percorso strategico e di grande valore per il futuro del Paese», le riflessioni di Nils Fietje, fondatore e co-direttore di Jameel Arts&Health Lab e technical officer per il Bci Unit Who Regional Office Europe, e di Kornelia Kiss, head of culture and health di Culture Action Europe, che ha ribadito: «Questo è il tempo dell’azione».
Una sfida epocale, a cui arriviamo pronti
«Abbiamo iniziato a lavorare sul rapporto tra cultura e salute nel 2017, quando il fenomeno era ancora percepito come marginale sia nel settore culturale sia in quello sanitario», ha spiegato Elena Franco,consigliera della Fondazione Compagnia di San Paolo. «Lo abbiamo fatto perché eravamo convinti che la cultura non fosse da relegarsi in un ambito di produzione simbolica o di intrattenimento, ma una vera infrastruttura capace di incidere sul benessere delle persone, sulla qualità della vita e sulla coesione sociale».

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.
La scelta di sostenere un’indagine nazionale sulla prescrizione sociale si inserisce quindi in un percorso che la Fondazione porta avanti da quasi dieci anni. «Abbiamo accompagnato pratiche sperimentali, sostenuto reti e contribuito alla diffusione del tema attraverso un intenso lavoro di disseminazione, di traduzione e pubblicazione della principale letteratura internazionale», ha aggiunto Franco. «Tutto questo è stato possibile soprattutto grazie all’affiancamento della fase di start up del Cultural Welfare Center, che oggi rappresenta nel panorama italiano una realtà unica e specializzata nell’approfondimento delle connessioni tra cultura, salute e welfare. Questa collaborazione ci ha consentito di costruire nel tempo una visione condivisa sui passi necessari per far evolvere questo campo nel contesto italiano, rafforzando un soggetto capace di agire come piattaforma di ricerca, advocacy e networking».
La ricerca si pone l’obiettivo non soltanto di “mappare” chi attraverso il teatro, l’arte, la musica e la cultura contribuisce al benessere delle persone, ma di dargli riconoscibilità, costruire un linguaggio comune e offrire alle istituzioni una base di conoscenza utile per orientare le politiche pubbliche. «In linea con la strategia 2025-2028 della Fondazione, che punta a rafforzare la capacità di agire come learning organisation, era importante partire da dati concreti, mettersi in una posizione di ascolto e comprendere se oggi esistano le condizioni per accompagnare il passaggio da una somma di sperimentazioni interessanti a modelli più strutturali, sostenibili e accessibili».
Un patrimonio straordinario e sottovalutato
Che cosa rappresenti questo primo passo, emerge dalle parole della direttrice scientifica dell’indagine Annalisa Cicerchia: «Fino all’estate del 2025, nessuno aveva mai misurato questo approccio su scala nazionale. Non perché non esistesse, ma perché non era ancora diventato leggibile per i sistemi che avrebbero dovuto riconoscerlo». Questa ricerca, dunque, è il primo tentativo sistematico di rendere visibile un campo che già operava nell’invisibilità. «Porta all’attenzione una grande mole di attori e di azioni fiorite nei territori per rispondere a bisogni a favore della qualità della vita», ha detto la presidente del Cultural Welfare Center Catterina Seia. «Per la prima volta il welfare culturale e la prescrizione sociale, uno dei dispositivi che lo mette in azione, diventano in Italia una risorsa leggibile per le politiche pubbliche e degli investitori sociali».


Nel panorama internazionale, la portata di questo strumento è ancora più nitida. «Il rapporto dell’Organizzazione mondiale della Sanità del 2019 ha documentato oltre 3mila studi scientifici sui benefici delle attività artistiche sulla salute mentale, fisica e sociale. La Social prescribing network conta oggi esperienze attive in più di 20 Paesi. In Europa, l’indagine internazionale Culture for health aveva censito nel 2023 675 organizzazioni attive nell’intero continente. Noi ne abbiamo trovate 918 soltanto in Italia». È un dato che ci dice due cose. Innanzitutto, come spiega Cicerchia, che «il nostro Paese ha un patrimonio straordinario e sottovalutato, che non nasce da politiche pubbliche ma da una vitalità civile e culturale che ha anticipato le politiche. La seconda: quel patrimonio rischia di restare senza sostegno, senza coordinamento, senza continuità, finché non entra nei sistemi di contabilità del welfare».
Il campione d’indagine
L’analisi ha individuato circa 1.300 soggetti attivi, di cui 918 hanno risposto al questionario. Il campione si divide in due gruppi: 617 Unità di prescrizione sociale – Ups (e cioè organizzazioni che già svolgono attività su prescrizione o consiglio di figure sanitarie/sociali) e 301 unità di welfare culturale – Ucw (organizzazioni attive nel campo arte-cultura-salute ma non ancora formalizzate sulla prescrizione, anche se il 97% intende avviarla in futuro). Tre livelli di indagine (revisione della letteratura scientifica, questionario quantitativo e approfondimento qualitativo con interviste e focus group) per restituire una fotografia del fenomeno: chi lo pratica, dove, per chi, con quali strumenti, con quali risultati e con quali fragilità strutturali.
Emergono alcuni dati chiave. Innanzitutto, chi inizia una prescrizione culturale la porta a termine: 97% è il tasso di completamento dei percorsi. Il 75% delle Unità di prescrizione sociale perseguono obiettivi di miglioramento del benessere mentale e lo sviluppo di capacità relazionali, ma soltanto l’8% indica il medico di medicina generale come prescrittore. Il 40% dei percorsi si concludono senza alcun follow-up strutturato, ma la sorpresa vera resta l’entità: 918 organizzazioni, a fronte delle 675…
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Daria Capitani
Source link

