La tutela della natura selvatica è un obiettivo raggiungibile esclusivamente in presenza di un ingrediente: la conoscenza. Per comprendere perché è importante salvaguardare la presenza di una specie, essenziale è comprendere cosa rende speciale tale specie. Un compito di cui si fa carico il mondo della divulgazione, ritrovandosi a dover superare un ostacolo per divenire capillare e fare breccia nel grande pubblico: il rischio di annoiare. Bisogna essere brevi, bisogna essere diretti, bisogna colpire nel segno: ma come? In un mondo che corre veloce a colpi di click, chi si occupa di comunicare la natura e sensibilizzare l’umanità a un maggior impegno nei suoi confronti, sta imparando a giocare d’ingegno, trovando escamotage capaci di coinvolgere le persone senza snaturare il messaggio di fondo.
Tra gli assi nella manica più efficaci vi è l’ironia associata all’azione che, declinata nel linguaggio dei nostri tempi, equivale a “challenge“. Esistono sfide che si convertono in progetti di citizen science in grado di fornire preziosi dati al mondo scientifico, altre che nascono con il puro obiettivo di appassionare attraverso il divertimento ludico. È il caso della celeberrima Fat Bear Week, il torneo che annualmente celebra gli orsi bruni “più grassi” dell’Alaska. Un format che si è rivelato così vincente da diventare fonte d’ispirazione per iniziative parallele come la recente Fat Marmot Week, la settimana delle marmotte grasse, promossa lo scorso mese dai ricercatori dell’UCLA (University of California, Los Angeles), già promotori di un canale OnlyFans dedicato alle marmotte gialle del Colorado, aperto con l’intento di racimolare aiuti economici per superare il flagello dei tagli alla ricerca negli USA.
Lungi da qualsiasi forma di banale “body shaming” faunistico, questo concorso virtuale all’insegna delle rotondità pre-ibernazione premia semplicemente gli esemplari più bravi nell’accumulare scorte vitali per l’inverno. L’edizione 2026 sta per prendere ufficialmente il via, non resta che andare a scoprire i contendenti al titolo.
Com’è nata la Fat Bear Week?
Tutto ha avuto inizio nell’ottobre del 2014, quando i ranger del Katmai National Park & Preserve ebbero la brillante idea di organizzare un evento, della durata di un singolo giorno, sulla pagina Facebook del parco: il “Fat Bear Tuesday“. L’inaspettato entusiasmo del pubblico ha spinto il Parco dell’Alaska del Sud a trasformare l’appuntamento in una vera e propria settimana di sfide a partire dal 2015. Dal 2020 la competizione si è trasferita sul sito FatBearWeek.org.
I numeri testimoniano un successo travolgente: dai 1.700 voti complessivi della prima edizione si è passati agli oltre 1,7 milioni di preferenze giunte da più di 100 Paesi nel solo 2025. Un’attenzione mediatica straordinaria che permette di accendere i riflettori del mondo intero su un ecosistema unico come quello della Bristol Bay, in Alaska, un territorio selvaggio dove si contano più orsi che persone e dove scorrono fiumi che diventano teatro di ricche fasi di risalita di salmoni (cibo decisamente gradito agli orsi).
Come funziona la sfida: che vinca il più grasso!
Le regole della gara — in programma quest’anno dal 22 al 29 settembre — sono tanto semplici quanto avvincenti: si tratta di un torneo a eliminazione diretta gestito dal pubblico da casa, cui viene richiesto di votare l’orso preferito, dopo aver analizzato le foto dei candidati. Per ciascun orso è disponibile un’immagine prima e dopo il periodo di iperfagia estiva. L’esemplare che raccoglie più preferenze passa al turno successivo, fino all’incoronazione del campione.
Ma perché un Parco ha deciso di incentivare il pubblico a guardare il grasso degli orsi e addirittura premiarlo? La risposta è molto semplice: per gli orsi peso e sopravvivenza invernale sono strettamente e direttamente correlati tra loro. Durante il letargo invernale, gli orsi dell’Alaska non mangiano, non bevono, e arrivano a perdere fino a un terzo del loro peso corporeo. La sopravvivenza nei mesi freddi dipende interamente dalle riserve adipose accumulate, puntando in particolare su quelle fonti di grassi buoni, e a chilometro zero o quasi, che sono i salmoni del Brooks River. Per una femmina, il grasso accumulato significa inoltre la possibilità di partorire e allattare i cuccioli nella tana; per un maschio adulto, la stazza è la chiave per difendere i punti di pesca migliori contro i rivali più giovani.
Fat Bear Week: chi vincerà l’edizione 2026?
L’edizione di quest’anno vede ai nastri di partenza sfidanti divisi in categorie che spaziano dai grandi maschi adulti alle femmine singole, fino ai gruppi familiari e ai subadulti. Tra le star più attese c’è Chunk (l’orso 32), campione in carica incoronato lo scorso anno. Riconoscibile per la sua mole imponente e la sua storia di straordinaria resilienza — nel 2025 riuscì a riprendersi da una grave frattura alla mandibola rimediata in uno scontro —, Chunk si ripresenta con la sua inconfondibile “pancia bassa” a testimoniare un’estate di ottime scorpacciate.
Accanto a lui figurano avversari temibili come Backpack (orso 89), figlio d’arte di una passata campionessa del torneo, ma anche Walker (151), Bucky (164) e Gully (903), oltre a diverse mamme con cuccioli al seguito. Quest’anno, infatti, gli organizzatori hanno deciso di non svolgere il torneo “Junior”, integrando direttamente le madri e i piccoli nel tabellone principale per mostrare la crescita delle nuove generazioni. A questo proposito, come ha sottolineato il Sovrintendente del parco Mark Sturm, la stagione attuale ha visto una presenza record di piccoli a Brooks Camp, a testimonianza di un ecosistema in ottima salute.
Studiare le biografie dei candidati su FatBearWeek.org e votare per il proprio favorito non è soltanto un gioco divertente: è un modo leale, leggero e appassionante per avvicinarsi alla vita selvatica e comprendere l’importanza di agire in prima persona come custodi della natura.
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